Città del Vaticano - L'Istituto per le Opere di Religione ha reso pubblica la seconda edizione del proprio Rapporto di Sostenibilità, relativa al periodo gennaio-dicembre 2025. Il documento ricalca l'impostazione inaugurata con l'edizione 2024 e si allinea agli standard del Global Reporting Initiative, integrati dalla guida di settore G4 dedicata ai servizi finanziari. Il testo attraversa undici capitoli, dalla politica d'investimento coerente con la Dottrina Sociale della Chiesa fino alla cybersecurity, passando per il sostegno alla Chiesa universale, la qualità del servizio alla clientela e l'integrità della condotta interna.
Si tratta di un esercizio volontario: la direttiva europea CSRD non trova applicazione nello Stato della Città del Vaticano, e l'Istituto ha scelto comunque di misurarsi con gli European Sustainability Reporting Standards come riferimento metodologico per individuare i temi rilevanti. Un'operazione che merita di essere scandagliata tanto nei suoi meriti quanto nelle sue lacune, perché dietro le tabelle e gli indicatori quantitativi si affacciano scelte significative su cosa raccontare, e con quale enfasi.
Le cifre che convincono
Il capitolo dedicato al valore generato e distribuito espone cifre scomponibili con un dettaglio insolito: dei 67,6 milioni di euro prodotti nel 2025, l'Istituto rendiconta puntualmente quanto è confluito al Santo Padre, quanto ha remunerato il personale, quanto è finito ai fornitori e quanto è stato trattenuto a rafforzamento del capitale. Pochi organismi legati alla Santa Sede pubblicano oggi una scomposizione di questo tipo.
Robusto appare inoltre l'impianto degli investimenti Faith Consistent (FCI): cinque pilastri di esclusione - santità della vita, rispetto della vita, protezione dell'ambiente, dipendenze, adesione al Global Compact delle Nazioni Unite - vengono applicati con soglie quantitative precise (coinvolgimento diretto pari o superiore al 50 per cento del fatturato, indiretto sotto tale soglia) e verificati attraverso i dati di Sustainalytics, controllata di Morningstar. Il grado di conformità dichiarato tocca il 100 per cento per ogni tipologia di investimento, un risultato che, se confermato da controlli indipendenti, colloca l'Istituto su un piano più stringente rispetto a numerosi fondi etici di mercato.
Sul fronte della prevenzione del riciclaggio, il rapporto richiama i progressi certificati da Moneyval: il Regular Follow-up Report del 2024 ha registrato valutazioni migliorative su tutti i profili in precedenza oggetto di raccomandazioni, dopo il giudizio di "sostanziale efficacia" già espresso nel 2021. Per un istituto che porta ancora il peso di vicende giudiziarie risalenti, si tratta di un dato verificabile presso un organismo terzo, non una autocertificazione.
Anche sul piano operativo emergono numeri concreti, non semplici dichiarazioni d'intenti: la carta acquistata per uso ufficio è calata del 37 per cento in un anno, le stampe del 15 per cento, l'energia da fonti rinnovabili è salita dal 33,2 al 38,7 per cento, e sei tonnellate di documentazione archiviata sono state smaltite grazie alla dematerializzazione dei processi.
I punti che restano in ombra
La quota di valore economico destinata al Santo Padre passa dal 27 al 36 per cento in un solo esercizio, con un incremento di 13,6 milioni di euro rispetto al 2024. Le pagine dedicate spiegano come questa cifra si calcola, ma non ne indicano le ragioni: un balzo di simile portata avrebbe meritato qualche riga di contesto in più.
Sul fronte delle controversie legate agli emittenti in portafoglio, la lettura dei grafici riserva una sorpresa che il testo tende ad ammorbidire. Il 75,4 per cento degli emittenti della linea bilanciata rientra nella fascia "2 - Moderate Risk", contro il 55,7 per cento del benchmark di riferimento: su questo specifico indicatore, dunque, il portafoglio dell'Istituto risulta meno virtuoso del mercato di confronto, e non il contrario, come la prosa che accompagna la tabella lascerebbe intendere parlando di "eventi per lo più circoscritti".
Il capitolo sulla data privacy contiene un'ammissione che meriterebbe maggiore risalto: il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati dell'Unione Europea non vige nello Stato della Città del Vaticano. Per un ente che amministra dati finanziari di clienti sparsi in decine di Paesi, il riferimento a "standard internazionali" sostitutivi resta un rimando generico, privo di un quadro normativo di paragone altrettanto vincolante quanto quello europeo.
Soprattutto alla luce di quanto documentato negli ultimi mesi da Silere non possum, che ha portato alla luce le conseguenze subite dai correntisti.
Colpisce, ancora, il dato sul whistleblowing: dall'adozione della relativa politica, nel 2016, non è pervenuta alcuna segnalazione. Il silenzio può leggersi come assenza di irregolarità, oppure come segnale che il canale resta poco conosciuto o poco utilizzato dal personale; il rapporto non offre elementi per distinguere le due ipotesi, né riporta dati su quante persone conoscano la procedura.
Sul clima, la matrice di materialità colloca il cambiamento climatico tra i temi meno rilevanti per l'Istituto, coerentemente con l'impatto diretto contenuto tipico di un intermediario finanziario. Le tabelle allegate, però, riportano un WACI (l'intensità carbonica media ponderata) che per la linea obbligazionaria pura, includendo le emissioni Scope 3, raggiunge le 2.129 tonnellate di CO2 equivalente per milione di ricavi: una cifra rilevante, citata senza alcun traguardo di riduzione né una scadenza a cui ancorarlo. Lo stesso allegato con l'indice dei contenuti GRI ammette, alla voce dedicata alla gestione dei temi ambientali, che "gli aspetti di governo sono in corso di valutazione": un'autocritica implicita, relegata in una tabella secondaria anziché discussa nel corpo del testo.
Manca infine, a differenza di quanto avviene sempre più spesso nei report di sostenibilità delle società europee soggette alla CSRD, una revisione (assurance) di un revisore indipendente sui dati pubblicati. Una lacuna coerente con l'esenzione normativa di cui gode lo Stato della Città del Vaticano, ma che riduce il livello di garanzia esterna sulle cifre riportate, tanto più in assenza di un obbligo di rendicontazione consolidata: la partecipata immobiliare S.G.I.R., pur controllata al 100 per cento, resta fuori dal perimetro di un bilancio consolidato secondo i principi IAS/IFRS, per una scelta di "non materialità" dichiarata ma non quantificata nel documento.
Un cantiere aperto
Il rapporto 2025 procede lungo la strada tracciata l'anno precedente, arricchendo la parte sugli investimenti con metriche ESG più sofisticate e confronti puntuali con i benchmark di mercato. Resta un esercizio ancora giovane, alla seconda uscita, e questo si avverte nelle zone lasciate in ombra: i grandi scarti percentuali senza narrazione, i target ambientali senza scadenza, le ammissioni di lavoro in corso relegate agli allegati. Il documento offre comunque, per la prima volta con questa ampiezza, uno spaccato quantitativo di come lo IOR interpreti la propria missione economica al servizio della Chiesa: un materiale che merita una lettura attenta, capace di apprezzarne gli sforzi senza rinunciare a interrogarne le zone rimaste in penombra.



