Roma - «Rendeva facili prede giovani personalità». Cinque parole, scritte da un magistrato della Repubblica italiana per spiegare perché Nicole Minetti meritasse la grazia. Cinque parole che assolvono lei e accusano un altro - lo stesso che i giudici, in tre processi, non hanno mai condannato. È il volto di una magistratura politicizzata che non ha alcun pudore ed è quel volto della vicenda della Grazia a Nicole Minetti che nessuno osa raccontare.

Le parole stanno nel parere con cui la Procura Generale di Milano, a firma di Gaetano Brusa, il 9 gennaio scorso, ha dato il via libera alla clemenza poi firmata dal Presidente della Repubblica.

È un testo che vale la pena leggere riga per riga, perché dice molto più di quanto volesse dire. La grazia, vi si legge, è giustificata dal fatto che la «spinta criminale» di Minetti sarebbe nata da «condizionamenti esterni» ormai esauriti: un ambiente popolato da «personalità di potere» - e qui il documento fa il nome, Silvio Berlusconi, allora Presidente del Consiglio - capace di condizionare le scelte di «una giovane donna», ingenerando in lei un senso di impunità.

Fermiamoci sull'enormità. Lo Stato italiano, in un atto ufficiale, scrive che l'origine del sistema prostitutivo delle serate di Arcore era il clima creato da chi quel “sistema lo dominava”. E quel chi ha un nome e un cognome: lo stesso uomo che il medesimo apparato giudiziario ha assolto in ogni grado, nel Ruby uno come nel ter. Il regista indicato per iscritto in un documento di clemenza è l'imputato uscito pulito da ogni aula. È la fotografia perfetta di una magistratura che ha perso qualsiasi credibilità ed altresì l'emblema di un imbarazzante sessismo uguale e contrario, che vede la donna sempre e comunque vittima anche quando, in realtà, faceva tutto di propria iniziativa.

È il paradosso che racchiude l'intera saga. Dieci anni di processi hanno prodotto tre condannati - Mora, Fede, Minetti - e un solo assolto, proprio colui che, a leggere il parere, avrebbe creato le condizioni del reato.

È il ragionamento che sta alla base di tutto questo iter, ed è anche quello del Capo dello Stato, l'intoccabile e insindacabile Sergio Mattarella. In sostanza, dietro le scelte di queste personalità - tutte collegate alla sinistra italiana - c'è proprio questo pensiero: «l'ha fatta franca Berlusconi, che era l'unico, vero colpevole; non facciamo certo pagare queste povere vittime, che da lui erano state plagiate».

C'è poi una seconda faccia, che dovrebbe far indignare chi dice di avere a cuore la dignità delle donne. Per assolverla moralmente, il parere riduce Minetti a oggetto: «giovane donna» condizionata, «facile preda», recipiente passivo di una volontà maschile più forte. Le toglie esattamente ciò che la sentenza, invece, le riconosceva: l'aver reso - testuale - «efficiente il sistema prostitutivo» di Arcore. Cioè l'aver organizzato, gestito, scelto. È il paternalismo travestito da pietà: per perdonare una donna adulta bisogna prima negarle ogni capacità di volere, come se non potesse essere artefice delle proprie azioni ma solo foglia trascinata dal vento degli uomini potenti. Le intercettazioni dell'epoca raccontano un'altra persona: una protagonista consapevole, non una vittima inerte. “L’amica chips”, insomma.

Il documento si divora da sé. Minetti è descritta come abbastanza centrale da rendere «efficiente» un sistema criminale, e insieme abbastanza preda da meritarne il condono. Non si può essere le due cose nello stesso paragrafo. È anche per questo che fanno sorridere, e suscitano perfino un certo senso di pietà, quei giornali di destra che spiegano l’inchiesta del Fatto Quotidiano con l’ossessione di Marco Travaglio per Silvio Berlusconi. La realtà che emerge è diversa: in questa vicenda, l’ossessione sembra stare altrove, nella magistratura, al Quirinale e nel suo apparato, più che nel quotidiano che ha portato alla luce i fatti.

Il punto è politico e istituzionale insieme. Se i motivi umanitari indicati per giustificare la Grazia sono venuti meno, perché smontati dall’inchiesta del Fatto Quotidiano, allora resta da chiedersi quale sia stato il vero ragionamento alla base di quella decisione. Ed è proprio qui che l’inchiesta apre una crepa: non nell’antiberlusconismo di un giornale, ma nella tenuta delle motivazioni ufficiali addotte per un atto di clemenza così rilevante.

Insomma, si chiama grazia, ma nei fatti assomiglia a un tentativo di ribaltare le sentenze che hanno assolto Silvio Berlusconi, quasi a voler riscrivere quella vicenda e farne emergere, a posteriori, una colpevolezza che i tribunali non hanno riconosciuto. Tentano di farlo oggi, con l'ex Primo Ministro morto. Allo stesso tempo, l’atto finisce per assolvere simbolicamente una delle persone realmente condannate in quella storia. E se il Quirinale, sul proprio sito, precisa che la grazia non può essere usata per smentire la magistratura, qui sembra accadere esattamente il contrario: un provvedimento di clemenza diventa lo strumento per correggere politicamente il senso di una verità processuale.

M.P.
Silere non possum



Commenti

Ancora nessun commento...

Lascia un commento

Per prendere parte alla discussione devi far parte della community. Abbonati ora!