Città del Vaticano - Joseph Ratzinger entrò nella storia della teologia sotto l’accusa di modernismo e ne uscì, quasi settant’anni dopo, portandosi addosso quella di tradizionalismo. Nel 1956, a Frisinga, rischiò di vedere stroncata la propria carriera accademica perché giudicato troppo audace. Morì mentre una parte consistente del mondo ecclesiale continuava a descriverlo come il custode rigido di un passato ormai superato. La Chiesa ha la memoria corta. Dimentica le battaglie combattute, attribuisce con facilità etichette e finisce spesso per condannare negli uomini maturi ciò che aveva già condannato nella loro giovinezza, usando però l’accusa opposta.
Ratzinger aveva ventinove anni quando presentò per l’abilitazione all’insegnamento una dissertazione sulla teologia della storia in san Bonaventura, elaborata sotto la guida di Gottlieb Söhngen. Il correlatore Michael Schmaus la contestò duramente, arrivando a ravvisarvi un pericoloso modernismo. La concezione della rivelazione proposta dal giovane sacerdote bavarese, intesa come atto vivente accolto e trasmesso nella Chiesa, sembrava a Schmaus aprire la strada al soggettivismo e allontanarsi dall’idea di un deposito composto da proposizioni definite.
Ratzinger salvò l’abilitazione con una mossa chirurgica: eliminò la parte contestata e presentò la sezione superstite, dedicata alla teologia della storia del Serafico. Il lavoro, pubblicato nel 1959, sarebbe rimasto la sua unica grande monografia scientifica dopo la tesi su Agostino. Soprattutto, avrebbe fornito una chiave per comprendere molto di ciò che Ratzinger avrebbe detto, da professore, da arcivescovo, da Cardinale Prefetto e infine da Papa, sulle utopie ecclesiali, sul rapporto tra continuità e riforma e sulla tentazione ricorrente di immaginare una Chiesa completamente diversa da quella ricevuta.
Per comprendere ciò che il giovane teologo aveva trovato nelle pagine di Bonaventura bisogna tornare alla crisi che il santo di Bagnoregio si trovò a ereditare.
Nel 1254 era esploso a Parigi lo scandalo del cosiddetto Vangelo eterno. Gerardo di Borgo San Donnino, frate minore, aveva pubblicato un’introduzione agli scritti di Gioacchino da Fiore annunciando l’imminente avvento della terza età della storia. L’abate calabrese, morto nel 1202, aveva interpretato il corso del tempo secondo un ritmo trinitario: l’età del Padre, corrispondente all’Antico Testamento; l’età del Figlio, coincidente con quella della Chiesa; infine una futura età dello Spirito, segnata dalla libertà piena, dalla pace tra i popoli e dalla riconciliazione delle religioni.
Una parte dei francescani spirituali aveva identificato l’inizio di questa nuova epoca con Francesco d’Assisi. Il Poverello veniva presentato come l’iniziatore dell’era definitiva e il suo Ordine come la comunità dello Spirito destinata a oltrepassare la Chiesa gerarchica, considerata ormai prossima alla conclusione della propria funzione storica.
La condanna del libello coinvolse anche il ministro generale Giovanni da Parma, vicino alle simpatie gioachimite, che nel 1257 fu indotto a dimettersi. Il capitolo elesse al suo posto un maestro parigino di circa quarant’anni: Bonaventura da Bagnoregio.
Il centro della storia
Bonaventura affrontò l’ideologia che attraversava il proprio Ordine nel solo modo che consente di governare seriamente una crisi: la studiò. Lesse gli scritti autentici di Gioacchino, li confrontò con quelli spuri e formulò la risposta più matura nella sua ultima opera, le conferenze parigine sull’Hexaëmeron, tenute nella primavera del 1273.
Le collationes rimasero incompiute. Gregorio X creò Bonaventura cardinale e lo chiamò a collaborare alla preparazione del Concilio di Lione. Quanto era già stato pronunciato bastava tuttavia a smontare il gioachimismo nei suoi fondamenti.
Per Bonaventura la storia non procede secondo una successione di epoche attribuite separatamente alle tre persone divine. Dio è uno e uno rimane il suo agire nella storia. Cristo costituisce la parola definitiva di Dio, perché Dio, donando il Figlio, ha consegnato se stesso. Lo Spirito non porta un Vangelo superiore: rende presente, ricorda e attualizza quanto Cristo ha detto.
Non resta quindi un’altra rivelazione da attendere. Nessuna Chiesa nuova è chiamata a prendere il posto di quella apostolica e gerarchica. Anche l’Ordine francescano, con tutta la radicalità della propria esperienza, deve trovare spazio dentro questa Chiesa, nella sua fede e nel suo ordinamento. Una lezione che a Écône, in queste ore, sembrano non aver ancora capito.
Ridurre Bonaventura alla figura del normalizzatore incaricato di spegnere l’incendio significherebbe però perdere il punto centrale della lettura di Ratzinger. Il Serafico prese sul serio Gioacchino, riconobbe la forza della sua intuizione e la liberò dalla pretesa di trasformarla in una nuova rivelazione.
Molti Padri avevano considerato Cristo come il termine della storia. Bonaventura lo collocò al centro: tenet medium in omnibus. Con Cristo il cammino umano non si arresta, riceve un nuovo principio. Le sue opere continuano a svilupparsi nella storia: opera Christi non deficiunt, sed proficiunt, scrive nella lettera De tribus quaestionibus.
Ratzinger riconobbe in questa formula una delle prime espressioni cristiane dell’idea di progresso. Bonaventura riuscì così a tenere insieme il realismo dell’istituzione e la novità rappresentata da Francesco. Il santo di Assisi non diventava il fondatore di una Chiesa alternativa. La sua conformazione a Cristo, culminata nelle stimmate, assumeva il valore di un’anticipazione escatologica vissuta dentro la Chiesa.
Su questa visione poggiarono le Costituzioni di Narbona del 1260 e i diciassette anni di governo che valsero a Bonaventura il titolo di secondo fondatore dell’Ordine. Benedetto XVI ricordava che quel governo nacque anzitutto dal pensiero e dalla preghiera, prima ancora che dai comandi e dalle strutture.
Un’accusa in due direzioni
Ratzinger chiarì personalmente quanto questa materia riguardasse il presente quando, da Papa, nel marzo 2010 dedicò a Bonaventura tre catechesi consecutive, una scelta rara all’interno del ciclo sui grandi scrittori cristiani.
Nell’udienza del 10 marzo Benedetto XVI portò il gioachimismo direttamente dentro le lacerazioni del Novecento. Dopo il Concilio Vaticano II, ricordò, alcuni si erano convinti che tutto dovesse ricominciare da capo, che la Chiesa precedente fosse ormai conclusa e che ne sarebbe sorta un’altra, totalmente diversa. Il Papa liquidò quella prospettiva con un’espressione insolitamente severa per una catechesi: «Un utopismo anarchico!».
San Paolo VI e san Giovanni Paolo II, proseguì Benedetto, erano stati timonieri saggi della barca di Pietro perché avevano difeso insieme la novità del Concilio e la continuità dell’unica Chiesa, sempre segnata dal peccato dei suoi membri e sempre luogo della grazia.
La lezione bonaventuriana, nella lettura di Benedetto, colpiva però anche il fronte opposto. Nella stessa catechesi il Papa respingeva la visione secondo cui l’intera storia ecclesiale del secondo millennio, o persino tutto ciò che seguì il Nuovo Testamento, avrebbe rappresentato un declino ininterrotto.
La formula opera Christi non deficiunt, sed proficiunt impedisce di assolutizzare tanto un futuro immaginario quanto un passato trasformato in epoca d’oro. La nostalgia e l’utopia condividono la stessa incapacità di confrontarsi con la Chiesa reale, con le sue lentezze, le sue crisi e la sua possibilità permanente di riforma.
Bonaventura consegna tre criteri che devono rimanere uniti: discernimento, anche severo; realismo sobrio; apertura ai carismi nuovi. Separarli produce inevitabilmente una deformazione. Il discernimento senza apertura diventa sospetto sistematico. L’apertura senza realismo alimenta l’ideologia. Il realismo senza conversione si riduce alla conservazione degli equilibri esistenti.
Chi invoca una futura Chiesa dello Spirito, finalmente liberata dal peso della gerarchia, ripropone lo schema che Bonaventura affrontò a Parigi nel 1273. Lo stesso accade a chi descrive il presente ecclesiale come una lunga decadenza dalla quale sarebbe possibile salvarsi soltanto tornando a un passato idealizzato.
Anche i dibattiti sulla sinodalità si inseriscono in questo solco quando la riforma dei processi viene caricata dell’attesa di una Chiesa strutturalmente altra. Continuità e rottura, il vero lascito della disputa gioachimita, continuano così a costituire il campo di battaglia dell’ermeneutica conciliare.
La novità ancorata al centro
Il Serafico è tornato a parlare anche nel magistero corrente. Leone XIV ha ripreso la formula dell’Itinerarium, invitando le università cattoliche a diventare «itinerari della mente verso Dio» e richiamandola espressamente come felice espressione di san Bonaventura.
Il capolavoro scritto alla Verna nel 1259, durante la meditazione sulla visione del serafino che aveva impresso le stimmate a Francesco, si conclude con alcune delle pagine più alte della mistica medievale. Per comprendere come avvenga l’unione con Dio, scrive Bonaventura, bisogna interrogare la grazia più della dottrina, il desiderio più dell’intelletto, il gemito della preghiera più dello studio, lo sposo più del maestro, la caligine più della chiarezza.
Quelle parole furono scritte da un uomo che aveva trascorso la vita nella dottrina, nello studio e nel governo. Morì il 15 luglio 1274, a Lione, mentre il concilio alla cui preparazione aveva contribuito era ancora in corso. Il Papa partecipò alle sue esequie.
Bonaventura aveva sottratto Francesco d’Assisi alle interpretazioni di quanti volevano trasformarlo nel fondatore di un’altra Chiesa. Nello stesso tempo aveva salvato il suo Ordine dalla dissoluzione, ancorando la novità al centro che rimane.
Questa è la ragione per cui, ogni volta che qualcuno annuncia l’imminente nascita di una Chiesa dello Spirito, la risposta più attuale continua a provenire da un frate del Duecento. Dio ha già pronunciato la sua parola definitiva donando sé stesso. Non resta da aspettare un’altra Chiesa. Resta a noi convertirci.
p.L.C.
Silere non possum



