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La più grande bugia degli adulti? Che cambiare sia un problema
Attualità23 novembre 2025

La più grande bugia degli adulti? Che cambiare sia un problema

L’adolescenza rivela che crescere significa cambiare: non è una fragilità, ma la struttura stessa della vita. Dalla filosofia all’antropologia, fino a Ricoeur, emerge una verità semplice e potente: l’identità non è immobilità, ma promessa in cammino.

Nessuna età rivela la verità della vita quanto l’adolescenza. Si cresce per crisi, per tentativi, per sbilanciamenti: ogni passo è un rischio. Eppure è l’unico periodo in cui nessuno si sorprende che cambiare sia normale. Poi, da adulti, scambiamo l’immobilità per maturità. È il nostro errore più grande. La vita non tollera la stasi. Non la sopporta biologicamente, psicologicamente, spiritualmente. Quando tentiamo di restare fermi, è l’identità stessa a incrinarsi. E non perché il movimento sia una strategia per sopravvivere alle rotture: il movimento è ciò che ci costituisce. Non è una reazione al male, è la struttura stessa dell’essere. Il dinamismo non nasce dalla ferita: la precede.

L’identità come dinamismo, non come blocco immobile

Paul Ricoeur, nelle pagine iniziali di Sé come un altro, smonta la finzione che molti adulti coltivano: l’idea che la coerenza personale consista nel restare identici al proprio passato. Scrive: «L’identità in senso di ipse non implica alcuna affermazione circa un preteso nucleo non mutabile della personalità». Tradotto: l’identità non è un monolite. È piuttosto una promessa: «Una promessa da mantenere». Il sé non è qualcosa da proteggere dalla vita, ma qualcosa che prende forma solo dentro la vita, nel suo scorrere. È movimento orientato, non immobilità tutelata. Questa intuizione di Ricoeur - il sé come dinamismo narrativo - si oppone radicalmente a ogni concezione statica dell’uomo. Ma è anche la stessa direzione verso cui converge una parte lucida della riflessione contemporanea: la vita cresce quando si muove, si incrina quando si irrigidisce.

Perché il movimento è originario

Una visione molto diffusa, soprattutto nella tradizione platonico-origenista, considera il movimento come segno di caduta: ci si muoverebbe perché si è perduta la stabilità originaria. Diversi studiosi hanno utilizzato argomentazioni di questo tipo per affermare che l’essere perfetto dovrebbe restare immobile e che ogni cambiamento rappresenterebbe il segno di una qualche imperfezione. Eppure una riflessione più profonda dell’antropologia e della cosmologia antica mostra tutt’altro: la creazione vive di poli che si attirano, e il movimento non è una lacerazione, ma il modo in cui la realtà tende alla propria pienezza. È il grande contributo degli studi di Walther Völker, uno dei massimi patrologi tedeschi del XX secolo: il reale non esiste senza tensione, e la tensione è sempre dinamica.

In ambito antropologico, il ricercatore ortodosso francese Jean-Claude Larchet ha messo a fuoco un punto decisivo: la libertà non nasce come possibilità indifferente, ma come energia orientata. L’essere umano è progettato per muoversi verso ciò che può compierlo. Questa convergenza - dalla filosofia alla teologia, dalla cosmologia all’antropologia - dice una cosa semplice e potentissima: il movimento non è figlio della mancanza, ma espressione dell’ordine originario.

L’io si forma mentre avanza

Ricoeur è netto nell’affermare che il sé non è autosufficiente. Ha bisogno dell’altro, del tempo, della storia. Per questo scrive: «Il sé implica l’alterità in un grado così intimo che l’uno non può essere pensato senza l’altro». Il movimento non serve a cercare ciò che non abbiamo, ma a lasciar emergere ciò che siamo: un’identità che si costruisce attraverso la relazione con ciò che incontriamo. Il sé si genera nel movimento, perché è l’alterità - tutto ciò che non controlliamo - a farci diventare qualcuno. Per questo l’immobilità non è conservazione di sé stessi: è una forma lenta di auto-cancellazione. Quando la vita non avanza, si ripiega. Quando non cresce, si deforma. Quando non tende, si spegne.

L’esistenza come traiettoria

La vita non è un ritorno nostalgico all’origine, ma un avanzare verso un compimento. Ricoeur parla della “vita buona” come ciò verso cui tendiamo: un orientamento, non un possesso. La maturità non è fedeltà al passato, ma fedeltà alla direzione. Un’identità matura non è quella che non cambia, ma quella che sa trasformarsi senza tradire il proprio senso. La verità di una persona non sta nella somiglianza con ciò che è stata, ma nella coerenza con ciò che può diventare.

Muoversi per essere

Questa prospettiva rovescia molte categorie della cultura contemporanea: l’ossessione identitaria, la paura del cambiamento, l’illusione che la stabilità coincida con la non-evoluzione. La vita non si difende restando uguali: si custodisce lasciandosi cambiare. La stabilità non nasce dalla stasi: nasce dalla direzione. E la direzione è il movimento stesso. Per questo, alla fine, la frase più onesta che possiamo dire non è “resto quello che sono”, ma: divento ciò che posso essere. È l’unica fedeltà che non tradisce l’umano.

d.D.B.
Silere non possum

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