Siena - Una piccola azienda digitale: sei, sette persone. Caricano le valigie, prendono computer, cavi e un’antenna Starlink, lasciano l’ufficio in città e per una settimana si trasferiscono in una cascina immersa nel verde. Ci sono una piscina, un campo da tennis, sentieri per camminare e un’aria diversa da quella della città. Continuano a lavorare online, come hanno sempre fatto, anche nelle giornate più calde trascorse davanti a uno schermo. Ma qui condividono anche altro: dormono sotto lo stesso tetto, cucinano insieme, si ritagliano il tempo per una passeggiata, la sera si fermano a parlare. Non è una vacanza, ma non è nemmeno soltanto lavoro. È una forma nuova di convivenza professionale, difficilmente immaginabile per i nostri genitori e i nostri nonni: il lavoro resta, ma cambia il modo in cui occupa le giornate e costruisce relazioni.
In Italia si parla spesso di giovani descritti come svogliati e poco inclini al lavoro. È una rappresentazione comoda, ma falsa: serve soprattutto a un Paese che fatica a tenere il passo con un mondo del lavoro ormai trasformato dal digitale. Quella raccontata qui non è una semplice eccezione né un vezzo generazionale. È la manifestazione concreta di un cambiamento più profondo, documentato da dati ormai solidi: mutano i luoghi, gli orari e le relazioni professionali, insieme al modo in cui le persone concepiscono il tempo e la qualità della vita. Prima di liquidare tutto come disimpegno, sarebbe necessario comprenderne le ragioni.
Non è pigrizia. È una gerarchia diversa
L'osservatorio più solido è l'indagine annuale di Deloitte sulle generazioni Z e millennial, giunta quest'anno alla quindicesima edizione: oltre 22.500 risposte raccolte in 44 Paesi. Il ritratto che ne esce smonta lo stereotipo del giovane svogliato. Queste generazioni mettono stabilità, competenze e benessere davanti alla scalata rapida: solo un quarto dei Gen Z e un quinto dei millennial dice di volere promozioni veloci. La maggioranza preferisce una crescita graduale e sostenibile, "non performativa". Questo non vuol dire fermarsi. Significa muoversi con criteri diversi. Randstad, in un'altra grande rilevazione internazionale del 2025, ha calcolato che la permanenza media di un under-30 nel primo impiego è di appena 1,1 anni, contro i 2,8 della generazione X. Non è instabilità per noia: è ricerca di crescita, di percorsi che le aziende spesso non offrono. Un Gen Z su tre prevede di cambiare lavoro entro l'anno. Si muovono perché non trovano motivi per restare, non perché ne cercano per andarsene.
Il cuore del cambiamento è uno spostamento di significato. Per i boomer e per buona parte della generazione X l'equilibrio tra vita e lavoro era un lusso da contrattare, una voce da strappare nel pacchetto retributivo. Per chi ha vent'anni oggi è un presupposto: rifiutano gli straordinari come prassi, difendono i confini, mettono la salute mentale tra le condizioni non negoziabili. Lavorano per vivere, e non il contrario. Chi riduce tutto a pigrizia o a incapacità di fare fatica dimostra soprattutto di non comprendere il fenomeno. Spesso parla con il riflesso condizionato del boomer da tastiera: appartiene a una generazione che, pur tra molte difficoltà, poteva più facilmente immaginare come sarebbe stata la propria vita dai venti ai quarant’anni. Oggi questa certezza non esiste più. E non di rado proprio chi impartisce lezioni sul lavoro e sul sacrificio è anche chi non ha mai conosciuto davvero la precarietà, chi ha avuto sempre una rete pronta sotto di sé o continua a vivere grazie al sostegno economico di qualcun altro.
Paga giusta, non sfruttamento
Dietro la rivendicazione di una retribuzione equa non c'è solo un principio: c'è una resa dei conti con una promessa che non funziona più. La vecchia formula - sacrificati adesso, sarai ricompensato dopo - ha smesso di essere credibile per una generazione che, secondo gli stessi dati Deloitte, sta rimandando in massa le scelte di vita per ragioni economiche: oltre la metà dei giovani dichiara di rinviare matrimonio, figli o casa perché i conti non tornano. Quando il "dopo" non arriva mai, il "sacrificati adesso" perde ogni autorità morale. Da qui il rifiuto netto dello sfruttamento mascherato da gavetta, e la pretesa - sacrosanta - di essere pagati per quello che si fa.
Le giornate in cascina hanno un nome tecnico
L'esperienza di questi giovani che hanno scelto di vivere fuori dalla città per una settimana non è un caso isolato: è un fenomeno classificato. Già nel 2022 una ricerca pubblicata sul World Leisure Journal ne ha proposto la prima tassonomia, distinguendo tre forme di workation: quella tradizionale del singolo, il coworkation e il workation retreat. Questa esperienza appartiene alla terza categoria, la versione collettiva e "fatta in casa" di ciò che le grandi aziende chiamano corporate retreat.
E i numeri dicono che è una corrente, non un rivolo. Le rilevazioni di settore per il 2026 registrano un aumento del 308% nella popolarità delle località di campagna come sede di ritiri aziendali tra il 2023 e il 2024, con quasi un terzo degli eventi ospitato in ville, casali e tenute. Oltre nove aziende su dieci che organizzano questi ritiri hanno team che lavorano da remoto o in modalità ibrida; tra le aziende interamente remote, più della metà considera i ritiri "essenziali". C'è perfino uno scarto rivelatore: il 60% dei dipendenti dice che ritrovarsi di persona aumenta il coinvolgimento e due terzi vorrebbero che l'azienda lo offrisse, ma meno della metà dei datori di lavoro li mette davvero in calendario. La domanda, insomma, corre più veloce dell'offerta.
In Italia il terreno era pronto. Dopo il 2020 sono entrati nel lessico "south working" e "workation"; gli agriturismi hanno iniziato a vendere pacchetti per lo smart working, ed è nato persino un progetto come Borgo Office, che incrocia lavoro agile e sostegno alle aziende agricole offrendo soggiorni quasi gratuiti in una ventina di strutture sparse per la penisola, isole comprese. La cascina scelta da questi giovani è la versione privata e amichevole di tutto questo.
C’è una domanda da non tacere
Qui si apre la contraddizione più interessante, ed è il punto su cui è bene interrogarsi. La stessa generazione che pretende confini netti tra vita e lavoro abbraccia volentieri un format che quei confini li scioglie del tutto: si lavora, si mangia, si dorme e ci si diverte nello stesso luogo e con le stesse persone. È riposo, o è il lavoro che si annette anche l'ultima riserva di tempo libero?
Le evidenze tengono insieme entrambe le risposte. Da un lato, il ritiro cura una ferita reale del lavoro a distanza: la letteratura scientifica documenta che l'isolamento erode il senso di appartenenza e il sostegno dei colleghi, alimentando stress e ansia. Stare insieme di persona nutre un bisogno umano profondo. Dall'altro lato, il rovescio è altrettanto provato: la maggioranza dei lavoratori remoti fatica a "staccare", l'80% controlla la posta fuori orario, e la mentalità del sempre connessi logora. Un workation mal concepito può trasformare la settimana in cascina in un ufficio a cielo aperto da cui non si esce mai.
Tutto, allora, dipende da chi decide e perché. Un conto è l'azienda che spedisce i dipendenti a fare squadra sotto mentite spoglie di vacanza; un altro conto è un gruppo di amici-soci che sceglie liberamente di lavorare con i piedi nell'erba. Cambia il padrone del tempo, e con esso il significato dell'intera operazione.
Una riscoperta antica
C'è infine un'eco che ai lettori cattolici non sfuggirà. "Lavoriamo per vivere, non viviamo per lavorare", ripetiamo spesso fra di noi. Ed è quasi la parafrasi di un principio che la dottrina sociale enuncia da generazioni: il primato della persona sul lavoro. La Laborem exercens di san Giovanni Paolo II lo formulava senza ambiguità - il lavoro è per l'uomo, non l'uomo per il lavoro - e ne faceva il criterio per giudicare ogni sistema economico. Prima ancora, la Rerum Novarum aveva legato la dignità del lavoratore al salario giusto, non allo sfruttamento spacciato per virtù.
E c'è il riposo. La rivendicazione del tempo sottratto al lavoro, che oggi suona come novità generazionale, è iscritta nella più antica delle leggi: il settimo giorno. Laudato si' l'ha riproposta come argine alla rapidación, all'accelerazione tecnocratica che divora ogni ritmo umano.
Insomma, questi giorni in cascina non sono solo il tentativo di adattarsi ad una moda: sono una riscoperta - magari inconsapevole, magari ancora solo estetica - della convivialità e del riposo che la tradizione cristiana difende da sempre. Resta da capire se stiamo davvero ritrovando il senso del lavoro, o se stiamo solo arredando meglio la gabbia. Ma intanto la domanda giusta è stata posta. E non è poco.
E.F.
Silere non possum