Malabo - Dopo il congedo da Luanda e il volo che lo ha condotto oltre il Golfo di Guinea, Papa Leone XIV ha messo piede per la prima volta sul suolo della Guinea Equatoriale. L'Aeroporto Internazionale di Malabo si è trasformato, nelle prime ore del pomeriggio, in un crocevia di attese e di speranze: il Presidente della Repubblica, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, e la consorte Constancia Mangue de Obiang hanno accolto il Pontefice ai piedi della scaletta, mentre due bambini in abito tradizionale gli offrivano un omaggio floreale, segno semplice e commovente di un popolo che si riconosce nel Successore di Pietro.

Dopo l'esecuzione degli inni nazionali, l'onore alle bandiere e il passaggio della Guardia d'onore, si è svolta la presentazione delle rispettive Delegazioni. Al termine della cerimonia, il Santo Padre è stato accompagnato dal capo dello Stato nella sala VIP dell'aeroporto per un breve colloquio privato, prima del trasferimento al Palazzo Presidenziale, compiuto in auto aperta lungo l'ultimo tratto, fra la folla festante dei fedeli accorsi lungo le strade.

La visita di cortesia al Palazzo Presidenziale

Giunto al Palazzo alle 12.30, Leone XIV è stato accolto nuovamente dal Presidente e dalla Signora Obiang e condotto nella Sala degli Ambasciatori per il colloquio riservato. Nel trasferimento verso la Hall, dove lo attendeva l'incontro ufficiale, si è tenuto il consueto scambio dei doni, momento semplice ma carico di significato diplomatico e spirituale.

L'incontro con le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico

Alle 13, nella Hall del Palazzo Presidenziale, ha avuto luogo il primo e atteso incontro di Leone XIV con le autorità politiche e civili del Paese, con i rappresentanti del mondo imprenditoriale e culturale, e con il corpo diplomatico. Dopo le parole di benvenuto pronunciate dal Presidente della Repubblica, il Papa ha preso la parola per il suo primo discorso sul suolo equatoguineano. Il Pontefice ha espresso la propria gratitudine per l'accoglienza e la gioia di trovarsi fra il «popolo amato della Guinea Equatoriale», riprendendo idealmente le parole pronunciate in quella stessa terra, quarant'anni fa, da san Giovanni Paolo II, che aveva definito la figura del Presidente come «il centro simbolico al quale convergono le vive aspirazioni di un popolo per l'instaurazione di un clima sociale di autentica libertà, di giustizia, di rispetto e promozione dei diritti di ciascuna persona o gruppo». Parole, ha osservato Leone XIV, «che rimangono attuali e che interrogano chiunque sia investito di responsabilità pubbliche».

La memoria del Concilio e il cuore della Chiesa

Il Papa ha poi voluto richiamare, come bussola del suo viaggio apostolico, l'incipit della Gaudium et spes, ricordando che «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo». In queste parole, ha spiegato, si racchiudono «le ragioni e i sentimenti» che lo conducono in Guinea Equatoriale: confermare nella fede e consolare un popolo che vive una stagione di rapida trasformazione.

Le due città di Sant'Agostino e la nuova capitale

Il passaggio centrale del discorso è stato dedicato al pensiero agostiniano. Leone XIV ha rievocato la celebre distinzione fra la Città di Dio, eterna, fondata sull'amor Dei e sull'amore del prossimo, e la città terrena, dimora provvisoria in cui ogni uomo è chiamato quotidianamente a scegliere a quale delle due appartenere. Il richiamo si è fatto concreto quando il Pontefice ha fatto riferimento all'imponente progetto della nuova capitale del Paese, Ciudad de la Paz, il cui nome, ha notato, «sembra risuonare quello della Gerusalemme biblica». E ha aggiunto: «Possa una tale decisione interrogare ogni coscienza su quale città voglia servire!». Sulla scia di Agostino, Leone XIV ha ricordato che la città terrena, quando si incentra sull'amor sui, sull'amore orgoglioso di sé, e sulla «brama di potere e di gloria mondani», porta alla distruzione. I cristiani, invece, pur abitando la città terrena, sono chiamati a tenere il cuore rivolto alla patria celeste, come Abramo che, secondo la Lettera agli Ebrei, «partì senza sapere dove andava».

La Dottrina sociale di fronte alle «cose nuove»

Non è mancato un ampio richiamo alla Dottrina sociale della Chiesa, presentata come strumento imprescindibile per «chiunque voglia affrontare le "cose nuove" che destabilizzano il pianeta e la convivenza umana». Leone XIV ha tracciato un parallelo con l'epoca di Papa Leone XIII e della Rerum novarum, denunciando la nuova forma dell'ingiustizia contemporanea: «l'esclusione è il nuovo volto dell'ingiustizia sociale». Il divario fra l'«1% della popolazione» e la stragrande maggioranza si è ampliato drammaticamente, ha ricordato il Papa. Paradossale, ha osservato, è la condizione attuale: mentre milioni di persone mancano di terra, cibo, alloggio e lavoro dignitoso, le nuove tecnologie - dai telefoni cellulari ai social network, fino all'intelligenza artificiale - raggiungono anche i poveri, senza però colmare la frattura.

L'appello contro l'«economia che uccide»

Nel passaggio forse più forte, il Pontefice ha fatto proprio l'appello del predecessore, ricordato nel primo anniversario della sua morte: «Oggi dobbiamo dire no a un'economia dell'esclusione e della inequità. Questa economia uccide». Leone XIV ha denunciato come la rapidissima evoluzione tecnologica abbia accelerato una speculazione sulle materie prime che sembra far dimenticare «la salvaguardia del creato, i diritti delle comunità locali, la dignità del lavoro, la tutela della salute pubblica». Ancora più grave, ha aggiunto, è il fatto che la proliferazione dei conflitti armati abbia oggi fra i suoi principali moventi «la colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari, senza riguardo al diritto internazionale e all'autodeterminazione dei popoli».

Un monito severo è stato rivolto anche all'uso bellico delle nuove tecnologie, che rischiano di compromettere tragicamente il destino dell'umanità se non accompagnate da un rinnovato senso di responsabilità politica. E qui il Papa ha pronunciato parole di grande intensità spirituale: il Nome santo di Dio «non può essere profanato dalla volontà di dominio, dalla prepotenza e dalla discriminazione: soprattutto, mai dev'essere invocato per giustificare scelte e azioni di morte».

Un Paese giovane, un patto educativo

Rivolgendosi infine al futuro della Nazione, Leone XIV ha sottolineato con affetto: «Il vostro è un Paese giovane!». Nella Chiesa, ha assicurato, il popolo equatoguineano troverà un aiuto sicuro nella formazione di «coscienze libere e responsabili». Di fronte a un mondo ferito dalla prepotenza, ha invitato a «stimare chi crede nella pace e osare politiche controcorrente, con al centro il bene comune», richiamando l'urgenza di «un patto educativo che dia ai giovani spazio e fiducia».

Con immagini profetiche tratte da Isaia - le spade mutate in vomeri, le lance in falci, il banchetto di «grasse vivande» e «vini eccellenti» condiviso da tutti - il Pontefice ha chiuso il suo discorso con un'esortazione che suona come il programma stesso di questa tappa africana: «Signor Presidente, Signore e Signori, camminiamo insieme, con saggezza e speranza, verso la Città di Dio, che è città della pace».

Verso la Cattedrale e la Casa Arcivescovile

All'uscita dalla Hall, il Papa ha firmato il Libro d'Onore ed ha raggiunto trasferimento la casa arcivescovile, con una sosta significativa presso la cattedrale metropolitana di Malabo per un breve momento di preghiera e di adorazione del Santissimo Sacramento.

d.E.D.
Silere non possum

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