Città del Vaticano - La confessione non come pratica marginale, né come residuo disciplinare del passato, ma come luogo decisivo in cui si ricostruisce il rapporto dell’uomo con Dio, si rinsalda il vincolo con la Chiesa e si apre una strada concreta alla pace fra gli uomini. È attorno a questo asse che si è sviluppato il discorso rivolto questa mattina da Leone XIV ai partecipanti al XXXVI Corso sul foro interno, promosso dalla Penitenzieria Apostolica e svoltosi al Palazzo della Cancelleria dal 10 al 13 marzo.

Il Pontefice ha accolto sacerdoti e diaconi impegnati nella formazione sul ministero della confessione, accompagnati dal Cardinale Angelo De Donatis, Penitenziere Maggiore, il reggente Mons. Krzysztof Nykiel, i membri della penitenzieria e i penitenzieri delle basiliche papali. Nel suo intervento Prevost ha ricostruito la continuità di questo corso, ricordando che esso fu “fortemente voluto da San Giovanni Paolo II”, sostenuto da Benedetto XVI e confermato da Francesco, che “sempre ha avuto grande cura del volto misericordioso della Chiesa”. Fin dall’inizio Leone XIV ha indicato il punto che considera essenziale: il quarto Sacramento deve essere “sempre più profondamente conosciuto, adeguatamente celebrato e perciò serenamente ed efficacemente vissuto da tutto il popolo santo di Dio”. Non si tratta, dunque, soltanto di affinare la tecnica pastorale dei confessori, ma di riportare al centro della vita cristiana il sacramento della riconciliazione, che nella prassi ecclesiale contemporanea continua a scontare una evidente difficoltà.

Il Papa ha infatti osservato che, nonostante la lunga elaborazione teologica e liturgica di questo sacramento nel corso della storia, alla sua possibilità di essere celebrato più volte non corrisponde un analogo zelo da parte dei fedeli. Con un’immagine molto profonda ha parlato di un patrimonio di grazia spesso lasciato inutilizzato: “è come se l’infinito tesoro della misericordia della Chiesa restasse ‘inutilizzato’”. A pesare, secondo Leone XIV, è una “diffusa distrazione dei cristiani”, che spesso rimangono “per lungo tempo in stato di peccato” invece di accostarsi con semplicità al confessionale per ricevere il dono del Risorto. In questo passaggio il Papa ha richiamato con precisione anche il quadro normativo della Chiesa. Ha ricordato il Concilio Lateranense IV del 1215, che fissò per ogni cristiano l’obbligo della confessione sacramentale almeno una volta l’anno, e ha citato il Catechismo della Chiesa Cattolica e il canone 989 del Codice di diritto canonico, secondo cui “ogni fedele, raggiunta l’età della discrezione, è tenuto all’obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi, almeno una volta nell’anno”. Il richiamo non aveva il tono di una semplice norma disciplinare, ma quello di un invito a riscoprire un gesto essenziale della vita cristiana.

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Dentro questo orizzonte Leone XIV ha inserito anche una citazione di Sant’Agostino, usata per spiegare la dimensione spirituale del riconoscimento del peccato: “Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d’accordo con Dio”. E ha aggiunto che riconoscere i propri peccati, specialmente nel tempo di Quaresima, significa “accordarci con Dio”, cioè rientrare in una verità dell’esistenza che non umilia l’uomo, ma lo riapre alla comunione. È qui che il Papa ha introdotto una delle immagini più forti dell’intero discorso, definendo la confessione un “laboratorio di unità”. A suo giudizio il sacramento “ristabilisce l’unità con Dio”, genera “l’unità interiore della persona” e ricostruisce anche l’unità con la Chiesa. Da questa visione consegue un’affermazione di grande rilievo pubblico: la riconciliazione sacramentale non riguarda soltanto la coscienza individuale, ma ha effetti che toccano la convivenza umana. Per questo, ha detto, il sacramento “favorisce anche la pace e l’unità nella famiglia umana”.

Leone si è lasciato andare ad una considerazione che ha una evidente portata morale e politica: “Verrebbe da chiedersi: quei cristiani che hanno responsabilità gravi nei conflitti armati, hanno l’umiltà e il coraggio di fare un serio esame di coscienza e di confessarsi?”. In poche righe il Papa lega il tema del foro interno alla scena internazionale e lascia intendere che il problema della guerra non può essere letto soltanto in termini diplomatici o strategici, ma anche come questione di coscienza, di verità e di conversione.

Il Santo Padre ha poi affrontato un nodo teologico delicato: in che senso il peccato rompe l’unità con Dio? La risposta è stata articolata. Da un lato ha escluso che il peccato annulli la dipendenza ontologica della creatura dal Creatore. “Anche il peccatore rimane totalmente dipendente da Dio Creatore”, ha spiegato. Dall’altro ha precisato che il peccato rompe realmente “l’unità spirituale con Dio”: è “un voltargli le spalle”, una possibilità drammatica ma reale, perché reale è anche il dono della libertà umana. Negare questa rottura, ha insistito, significherebbe sminuire la dignità dell’uomo, che resta “libero e quindi responsabile dei propri atti”. Rivolgendosi poi in modo diretto ai giovani sacerdoti e agli ordinandi, Leone XIV ha definito altissimo il compito che Cristo affida loro attraverso la Chiesa: “ricostruire l’unità delle persone con Dio attraverso la celebrazione del Sacramento della riconciliazione”. Ha voluto sottolineare che l’intera vita di un presbitero può trovare compimento in questo ministero, ricordando i santi che hanno fatto del confessionale il luogo della loro santità: San Giovanni Maria Vianney, San Leopoldo Mandić, San Pio da Pietrelcina e il Beato Michał Sopoćko.

Il tema del corso di quest’anno, “La Chiesa chiamata ad essere casa di Misericordia”, è stato letto dal Pontefice in prospettiva cristologica ed ecclesiale. Una Chiesa che si presenta come casa di misericordia, ha spiegato, è tale solo perché accoglie continuamente il suo Signore nella Parola e nei Sacramenti. In questa chiave la confessione non è soltanto il luogo in cui il penitente viene assolto, ma anche il luogo in cui la Chiesa stessa si edifica e si rinnova. “Nel confessionale, cari fratelli, collaboriamo alla continua edificazione della Chiesa: una, santa, cattolica e apostolica”, ha affermato. E ha aggiunto che proprio così si donano “energie nuove alla società e al mondo”. L’ultima parte del discorso si è concentrata sulla frammentazione dell’uomo contemporaneo, un tratto che Leone XIV vede in modo particolare nelle nuove generazioni. Ha parlato delle “promesse non mantenute di un consumismo sfrenato” e dell’esperienza “frustrante di una libertà svincolata dalla verità”. In queste dinamiche il Papa non vede solo una crisi, ma anche una possibile occasione di evangelizzazione: dal senso di incompiutezza possono nascere quelle domande radicali alle quali, ha detto, “solo Cristo risponde pienamente”.

Il legame finale tra confessione e pace è stato formulato con una frase che riassume il cuore del suo intervento: “solo una persona riconciliata è capace di vivere in modo disarmato e disarmante”. Chi depone “le armi dell’orgoglio” e si lascia rinnovare dal perdono di Dio diventa un operatore di riconciliazione nella vita quotidiana. Per questo Leone XIV ha evocato anche la celebre preghiera attribuita a San Francesco d’Assisi: “Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace”.

In chiusura il Pontefice ha rivolto ai presenti una raccomandazione che vale prima di tutto per i ministri stessi del sacramento: “Non tralasciate mai di accostarvi voi stessi, con fedele costanza, al Sacramento del perdono, per essere sempre i primi beneficiari della divina Misericordia”. È un richiamo che rovescia ogni possibile riduzione funzionale del ministero: il confessore non è anzitutto un tecnico della penitenza, ma un uomo che vive in prima persona ciò che poi amministra agli altri. Nel discorso di questa mattina Leone XIV ha così offerto una vera sintesi del suo sguardo sul sacramento della riconciliazione: non un rito desueto, ma un luogo decisivo in cui si giocano la verità dell’uomo, la santità della Chiesa e perfino la possibilità della pace nel mondo. 

p.M.G.
Silere non possum


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