Giovedì
3 settembre 2026
Anno V
QUOTIDIANO INTERNAZIONALE INDIPENDENTE
Giovedì, 3 settembre 2026 · Anno V
Leone XIV ha detto ai vescovi che il successo non è un buon criterio per giudicare la Chiesa
Santa Sede03 settembre 2026

Leone XIV ha detto ai vescovi che il successo non è un buon criterio per giudicare la Chiesa

Il Papa ha ricevuto stamattina la CELRA, l’organismo che riunisce i vescovi di rito latino da Gerusalemme allo Yemen: chi sono, perché contano più di quanto dicano i numeri e cosa il Pontefice ha chiesto loro

Città del Vaticano – Questa mattina, giovedì 3 settembre, Leone XIV ha ricevuto in udienza i vescovi della Conferenza dei Vescovi Latini nelle Regioni Arabe, nota con la sigla francese CELRA. Il discorso che ha rivolto loro non si sofferma sui conflitti e sui governi ma punta ben più in alto. Il Pontefice parla di martiri, di comunità che si assottigliano, di lavoratori stranieri nel Golfo e di che cosa significhi essere pastori di una Chiesa minuscola in Paesi dove i cristiani sono una percentuale infinitesimale della popolazione.  

Cos’è la CELRA

La Chiesa cattolica in Medio Oriente è un mosaico di tradizioni. La maggior parte dei cattolici della regione appartiene alle Chiese orientali cattoliche: maroniti in Libano, melchiti in Siria e Palestina, caldei in Iraq, copti cattolici in Egitto, siri e armeni cattolici un po’ ovunque. Ciascuna ha un proprio patriarca, un proprio sinodo, una propria liturgia in arabo, siriaco, copto o armeno, e una storia che precede di secoli l’arrivo dei missionari europei. Accanto a loro esiste però anche una presenza di rito latino, cioè della stessa tradizione liturgica di Roma, e la CELRA è l’organismo che ne coordina i vescovi. 

Fu istituita nel 1967 dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, il dicastero vaticano che governa i territori di missione, e i suoi statuti furono confermati nel 1989. Funziona come una conferenza episcopale, ossia come l’assemblea dei vescovi di un Paese, con la differenza che qui i Paesi sono una quindicina e le circoscrizioni ecclesiastiche una decina. Per statuto la presiede il patriarca latino di Gerusalemme, oggi il cardinale Pierbattista Pizzaballa, francescano minore.

Ne fanno parte, oltre al patriarcato di Gerusalemme (che copre Israele, Palestina, Giordania e Cipro), il vicariato apostolico dell’Arabia settentrionale, con sede in Bahrein e competenza su Kuwait, Qatar e Arabia Saudita; il vicariato apostolico dell’Arabia meridionale, con sede ad Abu Dhabi e competenza su Emirati, Oman e Yemen; l’arcidiocesi latina di Baghdad; i vicariati apostolici di Aleppo, di Beirut e di Alessandria d’Egitto; le diocesi di Gibuti e di Mogadiscio. Un vicariato apostolico è una circoscrizione di territorio missionario che non ha ancora la struttura stabile di una diocesi: il vescovo che la guida amministra il territorio in nome del Papa. Nella penisola arabica è la forma che la Chiesa ha scelto per Paesi dove il cattolicesimo esiste quasi soltanto grazie all’immigrazione.

Questo è il punto che rende la CELRA diversa da qualunque altra conferenza episcopale. In Terra Santa, in Giordania, in Iraq e in Siria i cattolici latini sono comunità autoctone, spesso piccole. Nel Golfo, invece, i fedeli sono lavoratori filippini, indiani, srilankesi, africani, libanesi, arrivati con contratti a termine e senza la possibilità di ottenere la cittadinanza. Secondo le stime degli stessi vicariati si tratta di oltre due milioni di persone, distribuite in poche decine di parrocchie che nei giorni di festa celebrano messe a ciclo continuo in una dozzina di lingue. In Arabia Saudita il culto pubblico non cristiano è vietato e la Chiesa non ha edifici; in Yemen la guerra ha ridotto la presenza cattolica a poche religiose e a un pugno di fedeli. Il vicario apostolico dell’Arabia meridionale, il vescovo cappuccino Paolo Martinelli, ha descritto più volte la sua come «una Chiesa di migranti, sempre in movimento».

La CELRA si riunisce di norma una volta all’anno, spesso a Roma: nel febbraio 2020 si tenne all’Istituto Maria Bambina la settantesima assemblea plenaria, nell’agosto 2024 i vescovi incontrarono papa Francesco e il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, da cui dipendono il patriarcato di Gerusalemme e le circoscrizioni del Vicino Oriente. Nelle sue riunioni discute di formazione dei sacerdoti, di testi liturgici in arabo, di tutela dei minori, e soprattutto fa il giro dei Paesi: ogni vescovo racconta agli altri che cosa succede nel suo.

L’attenzione della Santa Sede

Sul piano numerico la Chiesa latina nei Paesi arabi è marginale. Sul piano politico e simbolico è tutt’altro. Il patriarcato latino di Gerusalemme, ristabilito da Pio IX nel 1847, è l’interlocutore della Santa Sede con Israele e con l’Autorità palestinese sui Luoghi Santi. I vicariati del Golfo sono stati il canale attraverso cui Francesco ha costruito il suo rapporto con il mondo islamico: la visita ad Abu Dhabi nel febbraio 2019, con la firma del Documento sulla fratellanza umana insieme al grande imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyib, quella in Iraq nel marzo 2021 e quella in Bahrein nel novembre 2022 furono organizzate insieme ai vescovi che oggi sedevano davanti a Leone XIV. Il quale, a sua volta, ha scelto il Libano per il suo primo viaggio in Medio Oriente, nel dicembre 2025.

I martiri

Il discorso del Papa parte da lì, dal sangue versato. «Le vostre Chiese hanno conosciuto la testimonianza del martirio», ha detto, e ha fatto due nomi. Il primo è quello di suor Leonella Sgorbati, missionaria della Consolata piacentina, uccisa a Mogadiscio il 17 settembre 2006 mentre usciva dall’ospedale pediatrico in cui insegnava alle infermiere somale; fu beatificata nel 2018. Il secondo riguarda «le Missionarie della Carità uccise nello Yemen mentre servivano i più vulnerabili»: le quattro suore dell’ordine di madre Teresa assassinate ad Aden il 4 marzo 2016 insieme a dodici collaboratori, nella casa per anziani e disabili che gestivano. 

A loro Leone XIV ha aggiunto «i tanti sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli che hanno donato la vita in Iraq, in Siria e in altre terre segnate dalla violenza». Sono le uniche tre nazioni che il Papa ha menzionato per nome. «I loro nomi forse non sono conosciuti dal mondo, ma sono ben noti a Dio», ha proseguito il Santo Padre. «La loro fedeltà al Vangelo rimane una luce per le vostre comunità e un invito a non cedere né alla paura né alla rassegnazione».

La piccolezza

Il cuore del discorso è un invito ad accettare le proprie dimensioni. «Quando le comunità si fanno più fragili e molte famiglie sono costrette a emigrare, il vostro ministero diventa ancora più necessario», ha detto Leone XIV, chiedendo ai vescovi di essere «pastori vicini al vostro popolo, capaci di condividere le sue ferite, di ascoltare, sostenere e consolare». 

Poi la frase che, secondo quanto alcuni dei vescovi presenti hanno raccontato a Silere non possum, è stata percepita come il cuore del messaggio, «quella che porteremo alla nostra gente»: «Non abbiate paura della vostra piccolezza. La fecondità della Chiesa non si misura nei numeri, nelle strutture o nelle risorse, ma nella fedeltà al Vangelo».

Il Papa ha spiegato che una comunità piccola, «se radicata in Cristo, può essere una presenza preziosa: non perché cerca il potere, ma perché serve; non perché s’impone, ma perché testimonia; non perché risponde alla violenza con altra violenza, ma perché oppone alla forza la carità». È un passaggio che riguarda anche la storia recente della regione, dove la Chiesa latina ha visto in un ventennio dimezzarsi i cristiani dell’Iraq e svuotarsi interi quartieri cristiani di Aleppo e Homs. Il Papa ha chiesto che questa Chiesa ridotta mostri, «nel cuore di società segnate da conflitti e divisioni», che «è possibile vivere, servire e sperare insieme», e ha indicato dove ciò avviene concretamente: «Attraverso le parrocchie, le scuole, gli ospedali e le opere di carità». Le scuole cattoliche del patriarcato di Gerusalemme, in Giordania e in Palestina, hanno una maggioranza di allievi musulmani; gli ospedali cattolici di Beirut e Baghdad curano chiunque. Leone XIV ha chiesto ai vescovi di sostenere «in particolare, le congregazioni religiose che continuano generosamente a stare accanto ai poveri e ai più fragili».

Ha però messo un paletto. Le emergenze non devono assorbire tutto: «Non perdete di vista l’essenziale della missione della Chiesa: l’annuncio del Vangelo, la preghiera, i Sacramenti e la formazione cristiana. Una Chiesa capace di servire deve essere anzitutto una Chiesa che prega, ascolta la Parola e vive dei Sacramenti».

Famiglie, giovani, migranti

Su tre categorie di persone Prevost si è soffermato. Le famiglie, che il Papa vorrebbe restassero «il primo luogo nel quale la fede viene ricevuta e trasmessa» nonostante siano «gravate da difficoltà e incertezze». I giovani, «spesso divisi tra grandi aspirazioni e un futuro incerto», per i quali ha auspicato che la Chiesa sia «una casa che li accolga, li ascolti e li aiuti a riconoscere il valore della loro vita»: un’allusione all’emigrazione dei giovani cristiani, che in Terra Santa, Libano e Iraq è il problema pastorale numero uno da anni. E i migranti, con un riferimento esplicito ai Paesi del Golfo: «Molti vivono lontani dai propri cari e sperimentano solitudine e precarietà. Le vostre comunità siano case nelle quali nessuno si senta straniero. Difendete la dignità di ogni persona e riconoscete in ogni migrante un fratello e una sorella».

Quest’ultimo passaggio, letto dal Golfo, ha un peso specifico. Nei Paesi dove i lavoratori stranieri sono legati al datore di lavoro dal sistema della kafala, la parrocchia è spesso l’unico luogo in cui un operaio o una domestica possono chiedere aiuto senza passare da un ufficio governativo. Il Papa non ha nominato il sistema né i governi, ma ha chiesto ai vescovi di «difendere la dignità» delle persone, che è la formula con cui la Santa Sede di solito parla di diritti sul lavoro senza aprire controversie diplomatiche con gli Stati ospitanti.

I riti, i musulmani, la guerra

Un passaggio ha riguardato i rapporti interni al cattolicesimo mediorientale. «Custodite e rafforzate la comunione tra le Chiese e i diversi riti. La varietà delle tradizioni cristiane è una ricchezza da vivere nell’unità», ha detto Leone XIV. Le tensioni tra latini e orientali non sono un tema astratto in quelle terre: la questione di chi debba assistere i fedeli orientali emigrati in Paesi dove esiste solo una gerarchia latina, o viceversa, torna a ogni sinodo e a ogni assemblea patriarcale, e nel Golfo i vicari latini si trovano a servire maroniti, caldei e siro-malabaresi che avrebbero in teoria diritto a un proprio vescovo.

Da quella comunione, ha detto il Papa, deve nascere «un dialogo sincero con le altre comunità cristiane, con i musulmani e con le diverse tradizioni religiose». Sul dialogo ha voluto essere netto contro un’accusa che ricorre da anni negli ambienti cattolici più diffidenti verso Abu Dhabi e la fratellanza umana: «Dialogare non significa rinunciare alla propria identità, ma viverla senza paura dell’incontro». E ha aggiunto: «Là dove la guerra ha seminato diffidenza, ogni gesto di stima, collaborazione e rispetto può diventare un passo verso la riconciliazione e la pace».

Il senso di restare

«La vostra missione non consiste semplicemente nel conservare una presenza cristiana, ma nel rendere presente Cristo»,ha detto Leone. Risponde a una domanda che le comunità della regione si pongono da decenni, e che ogni ondata di emigrazione ripropone: se abbia senso mantenere vescovi, seminari, scuole e cattedrali in Paesi dove i battezzati si contano a poche migliaia, o se non sia più onesto accompagnare chi parte. Il Papa ha spostato il criterio dal numero alla funzione: lo scopo della Chiesa in quelle terre è annunciare Cristo «nella Parola», celebrarlo «nei Sacramenti», incontrarlo «nella preghiera» e riconoscerlo «nei poveri, nei sofferenti, nei migranti e in ogni persona posta sotto la vostra cura».

Ai vescovi ha detto anche che cosa non devono pretendere da sé stessi: «Non siete chiamati a risolvere tutti i problemi delle vostre terre, ma a essere fedeli al Vangelo e al popolo che vi è affidato. Non cercate anzitutto il successo o il riconoscimento: cercate la fedeltà». Li ha voluti «voce di verità, di giustizia e di pace; uomini di preghiera, pastori vicini alla vostra gente, artigiani della riconciliazione e testimoni della misericordia». E ha usato l’immagine agricola che utilizzò lo stesso Gesù: «Non abbiate paura di seminare senza vedere subito i frutti. La semina appartiene a voi; la crescita appartiene a Dio. Nessun gesto compiuto nel nome di Cristo è inutile: una preghiera, una parola di consolazione, una famiglia accompagnata, un bambino educato alla fede, un povero accolto sono semi di un futuro nuovo».

In questo incontro, che gli stessi vescovi hanno descritto come profondo e cordiale, Leone XIV ha infine rivolto loro un incoraggiamento: «Non siete soli. La Chiesa universale guarda alle vostre comunità con affetto». Ha poi invocato Maria, «Madre della Chiesa e Regina della pace», perché «illumini quanti hanno responsabilità politiche e sociali, perché sappiano cercare il bene comune e aprire cammini di riconciliazione». 

p.N.L.

Silere non possum

 

SOSTIENI SILERE NON POSSUM

Se questo articolo è online, è anche grazie al tuo sostegno.

Silere non possum sceglie di rendere accessibili gratuitamente gran parte delle proprie inchieste e dei propri contenuti, perché il giornalismo indipendente deve poter raggiungere tutti.

Sostenere il nostro lavoro significa permetterci di continuare a verificare, raccontare e pubblicare ciò che altri preferirebbero restasse nascosto.

SOSTIENICIABBONATI
Articoli correlati
Su cosa punta il Vaticano nella formazione dei nuovi vescovi?
Santa Sede
Su cosa punta il Vaticano nella formazione dei nuovi vescovi?
Cosa dice il documento dei teologi vaticani che vuole cambiare nome al «peccato ecologico»
Santa Sede
Cosa dice il documento dei teologi vaticani che vuole cambiare nome al «peccato ecologico»
Il cardinale Ouellet ha vinto la causa per diffamazione contro la donna che lo accusava di violenza sessuale
Santa Sede
Il cardinale Ouellet ha vinto la causa per diffamazione contro la donna che lo accusava di violenza sessuale