Città del Vaticano - Mercoledì 2 settembre, all’udienza generale in piazza San Pietro, Leone XIV ha iniziato una nuova serie di catechesi dedicata alla Gaudium et spes, la costituzione pastorale del Concilio Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. È la quarta tappa di un percorso cominciato il 7 gennaio con una catechesi introduttiva sul Concilio e proseguito per tutto l’anno, un documento alla volta: cinque incontri sulla Dei Verbum, la costituzione sulla Rivelazione (dal 14 gennaio all’11 febbraio), nove sulla Lumen gentium, la costituzione dogmatica sulla Chiesa (dal 18 febbraio al 13 maggio), e otto sulla Sacrosanctum Concilium, la costituzione sulla liturgia, dal 20 maggio al 26 agosto. L’ultima, la scorsa settimana, riguardava le motivazioni della riforma liturgica.
L’ordine scelto dal Papa si scosta da quello delle promulgazioni: la Sacrosanctum Concilium fu approvata nel dicembre 1963, la Lumen gentium nel novembre 1964, la Dei Verbum nel novembre 1965. La sequenza delle catechesi va invece dalla Rivelazione alla Chiesa, dalla Chiesa alla liturgia e ora dalla liturgia al mondo.
La Gaudium et spes è l’ultimo dei sedici documenti del Vaticano II. San Paolo VI la promulgò il 7 dicembre 1965, alla vigilia della chiusura del Concilio, dopo un voto in aula con 2.307 favorevoli e 75 contrari. È il testo più lungo prodotto dall’assemblea e il solo nato al suo interno: nessuno schema preparatorio lo prevedeva. L’idea di un documento rivolto al mondo fuori dalla Chiesa fu avanzata nel dicembre 1962 dal cardinale belga Leo Jozef Suenens e sostenuta il giorno seguente dall’arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, che tre anni più tardi l’avrebbe firmata da Papa. Per gran parte dei lavori il testo fu chiamato semplicemente «schema XIII», dal posto che occupava nella lista degli argomenti da discutere. Anche la qualifica di «costituzione pastorale» era una novità: una nota premessa al documento spiega che si dice pastorale perché, muovendo dai princìpi dottrinali, intende esporre il rapporto della Chiesa con il mondo e con gli uomini del proprio tempo. Le prime due parole latine, «gioia e speranza», come di consueto, hanno dato il nome al documento.

In questa prima catechesi il Papa si è fermato sui primi dieci paragrafi, cioè il proemio e l’esposizione introduttiva sulla condizione dell’uomo nel mondo contemporaneo. La lettura scelta era il vangelo di Giovanni, capitolo 3, versetti 16 e 17: Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
Leone XIV è partito da san Giovanni XXIII e dal discorso con cui aprì il Concilio l’11 ottobre 1962, il famoso Gaudet Mater Ecclesia. Ha ricordato i «profeti di sventura» che papa Roncalli rimproverava in quel testo: persone che, «sebbene accese di zelo per la religione», ripetono che i tempi presenti sono i peggiori della storia e si comportano «come se non avessero nulla da imparare dalla storia». Da lì, ha detto Leone, il compito consegnato ai padri conciliari: leggere negli avvenimenti umani, compresi quelli avversi, i piani della Provvidenza.
Tre anni dopo la Gaudium et spes riconobbe in questo discernimento un tratto costitutivo della Chiesa, ed è per questo che si chiama pastorale. Il Papa ha voluto chiarire il punto: «Non si tratta di ingenuo ottimismo, ma di una rinnovata fedeltà al Mistero di Cristo che, incarnandosi, sceglie di condividere la nostra vita». La condivisione di Cristo con l’umanità è la strada che egli chiede alla Chiesa, e da qui discende l’incipit del documento, che Leone ha letto per intero: la Chiesa sente come proprie «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono».
Il cuore della meditazione è stato il rifiuto della passività. «Non è possibile restare spettatori disinteressati, occorre invece ascoltare con il cuore, lasciarsi interpellare, farsi coinvolgere», ha detto il Papa, chiedendo ai credenti di prendersi carico di chi è «schiacciato dall’ingiustizia, dalla discriminazione, dalla violenza». Ha citato il paragrafo 4 della costituzione, sul «dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo», e il paragrafo 3, dove il Concilio dichiara che la Chiesa non è mossa da «nessuna ambizione terrena» e vuole solo continuare l’opera di Cristo, venuto «a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito».
Leone ha ripreso il paragrafo 198 dell’Evangelii gaudium, l’esortazione apostolica che Prevost ha più volte mostrato di apprezzare e che ha invitato a riscoprire. In quel passaggio Francesco affermava che «l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica» e ricordava che i cristiani sono chiamati a riconoscere Cristo nei poveri, a prestare loro la propria voce, ad ascoltarli e ad accogliere quella sapienza che Dio comunica anche attraverso di loro.
Poi il Papa ha ripercorso l’elenco di contraddizioni che la Gaudium et spes stende al paragrafo 4, aggiornandolo. Il progresso scientifico e tecnologico offre possibilità nuove «ma solo ad alcuni»; la conoscenza delle leggi della vita sociale cresce insieme all’incertezza sulla direzione da imprimerle; la ricchezza aumenta e «una grande parte degli abitanti del globo» resta «tormentata dalla fame e dalla miseria», oggi come nel 1965. Due voci sono aggiunte sue: la consapevolezza che è in gioco il futuro del pianeta accanto all’«incapacità a rinunciare al consumo egoistico», e «l’illusione che la guerra sia una via efficace per costruire la pace».
La catechesi si è chiusa con il paragrafo 10 della costituzione, che indica in Cristo «la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana», e con l’inno della Lettera ai Filippesi sullo svuotamento di Cristo che assume la condizione di servo: una kenosi che, ha detto Leone, deve realizzarsi «nella Chiesa, ad ogni livello, in ogni epoca». L’auspicio finale è che gioia e speranza siano «i tratti distintivi di una Chiesa che annuncia e testimonia il Vangelo».



