In quarantotto ore Leone XIV ha ripercorso a ritroso l’intera geografia di san Benedetto. Lunedì 20 luglio il Pontefice ha lasciato Castel Gandolfo, dove trascorre il periodo estivo di riposo, per salire a Montecassino e sostare in preghiera dinanzi al sepolcro che custodisce le spoglie del Patriarca del monachesimo occidentale e della sorella, santa Scolastica. Questa mattina, mercoledì 22 luglio, ha raggiunto il Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, sui Monti Simbruini, dove si è raccolto davanti all’antico affresco venerato nella grotta a oltre milletrecento metri di quota, salutando poi alcuni fedeli e religiosi presenti; di lì è disceso verso l’Abbazia di Subiaco, culla dell’esperienza cenobitica del santo di Norcia. Visite private, prive di cerimonie e di discorsi ufficiali, rese note agli stessi monaci con poche ore d’anticipo ma con la richiesta di riservatezza assoluta per poter gustare la pace e il silezio di cui loro sono fedeli custodi da anni.
A Montecassino il Papa è stato accolto dall’abate Luca Fallica e da quel che resta di quella comunità monastica. Ha recitato con i monaci l’Ora Sesta, ha visitato l’archivio e la biblioteca, ha condiviso la mensa del cenobio prima di rientrare ai Colli Albani. Sulla tomba di Benedetto ha affidato al Patrono d’Europa la propria implorazione «per la pace in quelle regioni del mondo segnate dal sangue e dal conflitto». Ha potuto inoltre riaccendere la lampada votiva portata da Paolo VI nell’ottobre del 1964, quando Montini, consacrando la basilica ricostruita dopo i bombardamenti del 1944, proclamò Benedetto patrono principale d’Europa e lo salutò quale Pacis nuntius. Nel gesto di Leone XIV riecheggia dunque una successione di pellegrinaggi pontifici: dopo Paolo VI vennero Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che a quel nome volle legare il proprio pontificato. Intanto l’abbazia, devastata da due abbaziati fallimentari che ne hanno ridotto all’osso tanto il numero dei monaci quanto la qualità della vita comunitaria, guarda al 2029, quando ricorreranno i millecinquecento anni dalla fondazione. Sempre che, per allora, abbia ancora qualcosa da celebrare e le porte siano ancora aperte.

C’è poi un dato canonico che conferisce alle due mete un rilievo ulteriore. Montecassino e Subiaco appartengono al novero, ormai esiguo, delle abbazie territoriali: circoscrizioni ecclesiastiche affidate al governo di un abate, testimonianza di un ordinamento nel quale il monastero costituiva il fulcro giuridico, spirituale e pastorale di un intero territorio. Le riforme degli ultimi decenni ne hanno progressivamente ridotto i confini al nucleo monastico, restituendo a questi luoghi la loro fisionomia essenziale: comunità chiamate a vivere la Regola e a irradiarne la forza nella Chiesa.
Durante il pontificato di Francesco, che in Italia si era avvalso del nunzio apostolico Emil Paul Tscherrig, particolarmente ostile a queste realtà, le abbazie territoriali, profondamente legate alla storia e alla specificità dei territori, hanno attraversato una stagione particolarmente critica. Alla fine, fortunatamente, sono state colpite solo in parte: Montecassino ha perso l’intero territorio e oggi conserva soltanto quanto direttamente pertinente all’abbazia; lo stesso la Santa Sede lo dispose per Subiaco già nel 2002. Verso la conclusione del pontificato, Francesco dispose inoltre una visita per l’Abbazia di Subiaco affidata al cardinale Giuseppe Petrocchi, che si è poi conclusa nel migliore dei modi, poiché tutte le questioni economiche sono risultate regolari.Che il Vescovo di Roma, nell’arco di due giorni, abbia voluto varcare la soglia di entrambe assume quindi un significato preciso.
Leone XIV vuole visitare, pregare, ma anche conoscere da vicino e osservare personalmente queste realtà, autentici polmoni della Chiesa. Il Papa è fermamente convinto che la vita monastica sia fondamentale per la vita ecclesiale e che la Chiesa abbia il compito di custodirla, sostenerla e favorirne la crescita. È un riconoscimento della perdurante fecondità di questa forma di vita ecclesiale, oggi spesso trattata come una sopravvivenza marginale, ma in realtà decisiva per la storia della fede, della cultura e della civiltà europea.
Colpisce la direzione del cammino. Benedetto mosse da Subiaco verso Cassino: dalla grotta del Sacro Speco, dove visse tre anni di solitudine, ai tredici monasteri della valle dell’Aniene, fino al monte su cui, intorno al 529, edificò il cenobio destinato a plasmare l’Occidente e a dettarne la Regola. Leone XIV ha compiuto il tragitto inverso: dal sepolcro alla sorgente, dal compimento all’origine. Chi conosce la tradizione monastica riconosce in questo andare a ritroso un movimento tipicamente spirituale, quello del ritorno al principio, del reditus ad fontesche ogni riforma autentica della vita religiosa ha invocato. Risalire la corrente fino alla scaturigine significa domandarsi che cosa abbia reso possibile tutto ciò che ne è seguito.

Tra le due abbazie, quasi cerniera teologica dell’itinerario, sta la sosta di Vallepietra. Il santuario rupestre, incastonato nel Colle della Tagliata a strapiombo sulla Valle Santa sublacense, custodisce l’affresco delle tre Persone divine dinanzi al quale il Papa si è fermato in orazione. La collocazione della Trinità nel cuore di un pellegrinaggio benedettino possiede una sua segreta coerenza. Baldovino di Ford, cisterciense inglese del XII secolo, radicava la vita comune dei monaci nella vita comune della Trinità: «Dio non vive nel singolare», scriveva, e da quella comunione eterna discende la legge del cenobio, che è l’amore reciproco. Pregare la Trinità tra Montecassino e Subiaco equivale allora a risalire oltre la stessa Regola, fino al mistero che la fonda: gli uomini vivono insieme sotto un abate perché Dio stesso è comunione.
In una lettera del 1069 agli eremiti Albizone e Pietro, Pier Damiani paragonava i monaci a fari posti sulla riva: giova di più ai naufraghi, argomentava, chi rimane saldo sulla costa e fa luce nella nocturna caligo di questa vita, indicando la rotta verso il porto, di quanto non giovi chi si getta tra i flutti rischiando di esserne travolto. L’immagine restituisce con esattezza la funzione che i grandi santuari monastici hanno esercitato per quindici secoli: luci fisse, riconoscibili da lontano, che orientano senza inseguire. Un Pontefice che nei giorni del riposo sale a quei fari sembra volerci dire dove egli stesso cerchi l’orientamento, e dove inviti la Chiesa a cercarlo: nella stabilità, nella preghiera corale, nel lavoro quotidiano, nella misura sapiente che la Regola chiama discretio.

Vi è infine il tratto personale. Leone XIV è figlio di sant’Agostino, formato a una spiritualità che fa dell’interiorità e della comunione fraterna il proprio asse. Il suo recarsi alla scuola di Benedetto, per giunta in forma privata, senza apparato, testimonia una libertà interiore che sa attingere all’intero patrimonio della vita consacrata. Del resto Agostino e Benedetto convergono nel medesimo punto: la vita comune come via al Padre. E chi ha memoria dei primi mesi di questo pontificato ricorderà quanto insistentemente il Papa abbia richiamato la pace quale compito e supplica: sulla tomba del Pacis nuntius quella supplica ha trovato il suo altare naturale.
Le cronache hanno parlato di visite a sorpresa, e tali sono state per le comunità che le hanno ricevute, avvertite soltanto poche ore prima. Eppure, a considerarle insieme, queste uscite estive compongono un disegno tutt’altro che estemporaneo. Anche nell’agosto del 2025, da Villa Barberini a Castel Gandolfo, Leone XIV era salito al santuario della Mentorella per invocare la pace. Il riposo del Papa assume così la forma del pellegrinaggio: giornate sottratte alle udienze e restituite ai luoghi dove la fede d’Occidente ha imparato a pregare, a lavorare, a custodire i libri e la terra. Dalla grotta di Subiaco al monte di Cassino la storia benedettina insegna che ogni edificio duraturo nasce da un lungo silenzio.



