Luanda - Per la seconda volta dall'inizio del suo pontificato, Papa Leone XIV ha sentito il bisogno di rivolgere ai giornalisti al seguito un monito sulla correttezza dell'informazione. È accaduto questa mattina, sul volo che da Yaoundé lo ha portato a Luanda, in Angola, tappa successiva del suo viaggio apostolico nel continente africano. Congedatosi dal Camerun con parole di gratitudine e affetto verso il popolo camerunense, il Pontefice ha salutato i reporter a bordo con benevolenza.

Un viaggio «interpretato» invece che raccontato

Al centro della critica papale c'è una tendenza che chiunque eserciti onestamente questo mestiere conosce bene: la sovrapposizione delle proprie chiavi di lettura ai gesti e alle parole altrui, fino a distorcerne il senso. Una tentazione che diventa sistema quando il giornalista smette di servire la verità e comincia a servire la linea editoriale. È così che si spiega lo spettacolo poco edificante a cui abbiamo assistito in questi giorni: il giornale schierato a destra impegnato a difendere Trump, quello schierato a sinistra impegnato a strumentalizzare il Papa contro Trump. Due distorsioni speculari, due forme dello stesso vizio. E già il fatto che esistano giornali «di destra» e «di sinistra», anziché giornali semplicemente fedeli ai fatti, dice molto sullo stato della professione soprattutto in Italia.  Leone XIV lo ha dimostrato con un esempio concreto, portato davanti agli stessi giornalisti seduti sull'aereo: il discorso che aveva tenuto all'Incontro di preghiera per la pace era stato scritto due settimane prima che il Presidente degli Stati Uniti facesse qualsiasi dichiarazione su di lui. Eppure, con una logica che della mala fede porta tutti i segni, quel testo è stato riletto come una risposta diretta, quasi uno scambio di battute diplomatiche a distanza con la Casa Bianca. Il Papa lo ha spiegato con quella punta di rammarico che si riserva alle cose che si sperava non dover dire. E la cosa più grave è che chi era su quell'aereo lo sapeva. Coloro che sono accreditati, giornalisti o millantatori, conoscono perfettamente i tempi di preparazione dei discorsi pontifici: sanno che un testo del genere non si scrive la notte prima, sanno che non può essere una risposta a dichiarazioni fatte il giorno precedente. Chi ha scritto il contrario lo ha fatto con piena consapevolezza, scegliendo la strumentalizzazione. Una scelta editoriale, prima ancora che giornalistica: quei pezzi li hanno voluti i direttori, attratti dalla logica del click, del titolo che infiamma, della polemica che trascina lettori così come i social trascinano gli utenti da una provocazione all'altra. Il risultato è un giornalismo che ragiona come un leone da tastiera - rumoroso, reattivo, privo di memoria - e che finisce per fare lo stesso danno.

«Gran parte di ciò che è stato scritto da allora», ha detto Leone XIV, «è stato un susseguirsi di commenti su commenti, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto». Una catena di ricostruzioni che, anello dopo anello, si è allontanata sempre di più dalla realtà. E ha spiegato che controbattere alle affermazioni del leader americano «non è affatto nel mio interesse».

Non è la prima volta

Quello di oggi non è un episodio isolato. Leone XIV aveva già dovuto correggere la rotta dell'informazione in una precedente occasione del suo pontificato, e anche allora era accaduto su un aereo. Alcuni colleghi avevano ritenuto di poter spiegare ai propri lettori cosa pensasse il Papa: non sulla base di ciò che il Papa aveva detto, ma sulla base di come lo aveva detto, o addirittura di come appariva mentre lo diceva. Un esercizio ai limiti del surreale, che Leone XIV aveva smontato con quella pacata fermezza che si riserva alle cose che non meriterebbero nemmeno risposta, ma che rischiano, se lasciate senza risposta, di diventare un metodo. E il Pontefice è consapevole che, purtroppo, questo è il metodo di questi “accreditati” da molto tempo.

Il cuore del viaggio: pastore, non protagonista

Il Papa ha tenuto a rimettere al centro il senso autentico del suo pellegrinaggio africano, che è partito dall'Algeria nel segno di Sant'Agostino - «un bel monumento con la mappa dell'Africa e il Santo al centro», benedetto all'Università Cattolica di Yaoundé - e prosegue ora verso l'Angola. Un viaggio pastorale, ha insistito Leone XIV: «Vengo in Africa principalmente come pastore, come capo della Chiesa Cattolica, per stare vicino a tutti i cattolici, per festeggiare con loro, per incoraggiarli e accompagnarli». Ha ricordato anche l'incontro con un gruppo di imam camerunensi, nel solco del dialogo interreligioso promosso già dal predecessore: fraternità, comprensione reciproca, costruzione della pace. Temi che nulla hanno a che fare con gli scambi a distanza con i leader politici mondiali, e che invece rischiano di essere oscurati ogni volta che la narrazione mediatica devia verso il gossip geopolitico.

L'omaggio al Camerun bilingue

A stemperare il clima, sul finale, ci ha pensato un giornalista della televisione nazionale del Camerun, che ha chiesto al Papa una parola in francese, ricordando la natura bilingue del Paese. Leone XIV ha risposto con calore genuino, ringraziando il popolo camerunense per «la splendida accoglienza, il grande entusiasmo e la gioia della gente». Quell'entusiasmo, ha detto, «era davvero palpabile»: l'esperienza di una comunità di fede che riscopre insieme la bellezza di essere seguaci di Gesù Cristo. Un momento semplice, quasi familiare, che ha restituito per un istante il viaggio alla sua dimensione più vera. Quella che, evidentemente, il Papa vorrebbe vedere raccontata con maggiore fedeltà.

L.V.
Silere non possum

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