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Londra, tutte le domande respinte: il Duca di Sussex e altri sei perdono la causa contro l'editore del Daily Mail
Attualità08 luglio 2026

Londra, tutte le domande respinte: il Duca di Sussex e altri sei perdono la causa contro l'editore del Daily Mail

In 436 pagine e 1.606 paragrafi, il giudice Nicklin smonta il metodo dell'inferenza «a mosaico»: il sospetto, anche fondato, non è prova. E il processo civile - avverte la Corte - non è un'inchiesta pubblica sulle pratiche storiche di un gruppo editoriale

LONDRA - «Per le ragioni esposte in questa sentenza, ciascuna delle domande dei ricorrenti è respinta». Sta tutto nel paragrafo 1605, l'ultimo prima delle appendici, l'esito della più imponente causa civile mai celebrata contro Associated Newspapers Limited, editore di Daily Mail, Mail on Sunday e MailOnline. La sentenza - Baroness Lawrence & Ors v Associated Newspapers Ltd, [2026] EWHC 1637 (KB) - è stata depositata da remoto alle 14 di martedì 7 luglio 2026, senza udienza, mediante trasmissione alle parti, pubblicazione sul sito della magistratura e invio ai National Archives.

A soccombere sono sette ricorrenti che avevano riunito le proprie sei cause: la baronessa Lawrence of Clarendon - madre di Stephen Lawrence, il diciottenne nero assassinato nel 1993 -, Elizabeth Hurley, Sir Elton John, David Furnish, Sir Simon Hughes, il principe Harry duca di Sussex e Sadie Frost Law. Li difendeva David Sherborne, lo stesso avvocato delle vittorie contro Mirror Group; per Associated, un collegio guidato da Antony White KC e Andrew Caldecott KC, su mandato di Baker & McKenzie.

Quarantasei giorni di dibattimento, ventinove anni di articoli

Il processo si è svolto davanti alla King's Bench Division, Media & Communications List, in 46 giorni di udienza tra il 19 gennaio e il 31 marzo 2026. Le domande, depositate nell'ottobre 2022, lamentavano misuse of private information e violazione della riservatezza derivanti da presunta raccolta illecita di informazioni (unlawful information gathering, «UIG» nel lessico della sentenza): intercettazione di messaggi in segreteria vocale, ascolto di telefonate in corso, ottenimento di informazioni con l'inganno (il cosiddetto blagging) e ricorso a investigatori privati esterni, i «TPI».

La Corte ha esaminato, in rigoroso ordine cronologico, 57 articoli e incidenti: si va da «Lawrence: a public inquiry» (Daily Mail, 24 luglio 1997) fino a «Elton in Monaco ambulance dash» (Mail on Sunday, 8 agosto 2015). Quasi trent'anni di cronache. Il principe Harry, sesto ricorrente, fondava la propria domanda su 14 articoli, in gran parte dedicati alle sue relazioni sentimentali - da «The Godfather: Prince Harry on pram duty» del 2001 alla lunga serie su Chelsy Davy.

Il cuore della sentenza: la disciplina della prova

Chi cerca in queste pagine un giudizio storico sul giornalismo dei tabloid britannici resterà deluso, ed è un esito voluto. Al paragrafo 11 il giudice Nicklin ricorda di aver ripetuto per tutta la durata del procedimento che la Corte era chiamata a decidere cause civili tra parti, in un sistema accusatorio, non a condurre un'inchiesta pubblica sulle pratiche storiche di un'organizzazione mediatica. I ricorrenti avevano impugnato in appello i paletti fissati nelle ordinanze interlocutorie: permesso negato.

Dentro quei paletti, la sentenza costruisce un'architettura probatoria rigorosa che merita di essere letta con attenzione da chiunque si occupi di contenzioso contro la stampa. Tre i pilastri.

Primo: lo standard. L'onere grava sui ricorrenti secondo il bilanciamento delle probabilità, ma - richiamando i precedenti In re H e Three Rivers - quanto più grave e intrinsecamente improbabile è l'accusa, tanto più convincente deve essere la prova richiesta (§41). Accusare un giornalista di intercettazioni è cosa seria: serve di più di un quadro indiziario suggestivo.

Secondo: il vincolo degli atti. Il caso generico non può ampliare il caso specifico (§42). Se un ricorrente vuole sostenere che un dato articolo è frutto di una specifica tecnica illecita, quell'accusa va formulata negli atti, per una ragione di equità: l'accusato ha diritto di sapere esattamente di cosa deve rispondere. Il giudice censura come «inammissibile» la prassi, ripetuta in dibattimento, di lanciare in controinterrogatorio accuse mai formalizzate (§43) - e al §1604 estende la critica al modo in cui è stata condotta l'accusa delle cosiddette «Leveson Lies», le presunte dichiarazioni false rese da dirigenti Associated all'inchiesta Leveson: non è così, scrive, che si avanzano allegazioni di questa gravità.

Terzo: i limiti della prova di propensione. È il passaggio destinato a fare giurisprudenza. Dimostrare che un giornalista ha usato metodi illeciti in un'occasione non prova che lo abbia fatto in un'altra; dimostrare che un giornalista lo ha fatto non prova nulla riguardo a un altro giornalista; e la prova di una «cultura» aziendale dell'illecito non può sostituire la prova del singolo episodio (§44). Le inferenze devono restare un esercizio valutativo ancorato alle prove, non - parole del giudice - congetture ottimistiche. Nemmeno le sentenze pronunciate nelle parallele cause per hacking contro altri editori sono utilizzabili come «fatti» in questo giudizio (§48). E ricorre come un ritornello, articolo dopo articolo, la stessa formula: il sospetto, perfino il sospetto giustificato, non basta (§613 e passim).

Harry: testimone credibile, prova insufficiente

C'è un dettaglio che restituisce la misura della decisione: il giudice non ha affatto demolito la credibilità del Duca di Sussex. Nell'Appendice 2 osserva che molti litiganti sentono un istinto forte a perorare da sé la propria causa, ma quel fardello spetta all'avvocato, non al testimone; e conclude accettando la qualità della testimonianza di Harry, pur rilevando che - come tutti i ricorrenti - aveva ben poco da dire in prima persona sui fatti controversi. Emblematico il caso dell'articolo del novembre 2004 su Chelsy Davy: la Corte accetta la ricostruzione dei giornalisti secondo cui il nome corretto della ragazza fu ottenuto non da British Airways, come sostenuto dall'accusa, ma da contatti nel ranch di famiglia, e la sua localizzazione a Città del Capo avvenne con mezzi convenzionali (§783).

Sul fronte della prescrizione, la Corte aggiunge un colpo ulteriore: quand'anche l'illecito fosse stato provato, le domande di Sir Simon Hughes e di Sadie Frost Law sarebbero comunque decadute, non avendo i due ricorrenti dimostrato il preteso schema di «camuffamento» che avrebbe occultato loro l'esistenza di un'azione esperibile (§§1571-1573).

«Vittoria schiacciante» contro «insabbiamento»

Associated ha rivendicato una vittoria totale e la piena riabilitazione dei propri giornalisti, annunciando che chiederà il rimborso di oltre 50 milioni di sterline di spese legali. Harry e la baronessa Lawrence, in una dichiarazione congiunta, hanno parlato di un insabbiamento completo ed evidente, notando che la decisione rovescia la linea seguita dai giudici nelle cause vinte contro News Group e Mirror Group - e ricordando, con una punta di veleno, che il legale di Mirror Group in quei procedimenti era proprio l'odierno giudicante.

La partita non è del tutto chiusa: la sentenza fissa per il 29-30 luglio 2026 l'udienza sulle statuizioni consequenziali - spese e forma degli ordini - e resta da vedere se i ricorrenti tenteranno la via dell'appello. Ma il segnale è netto. Era la terza e ultima causa del principe contro i grandi editori dei tabloid: vittoria contro Mirror Group nel 2023, transazione con scuse da News Group nel 2025, disfatta piena contro l'unico gruppo che ha scelto il dibattimento fino in fondo. Lo stesso ordinamento che ha sanzionato due editori per condotte analoghe, negli stessi anni e a danno di persone in parte coincidenti, ha assolto il terzo per difetto di prova. Il confine tra la tutela della persona e la libertà della stampa passa, ancora una volta, per lo standard probatorio. E il giudice Nicklin lo ha appena ridisegnato - paragrafo per paragrafo.

R.T.
Silere non possum

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