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Lorena Isceri, Federico Vella e l’incapacità di accettare la fine di una relazione
Attualità05 settembre 2026

Lorena Isceri, Federico Vella e l’incapacità di accettare la fine di una relazione

Dietro il femminicidio di Firenze c’è una questione di educazione affettiva: sapere che l’altro può andarsene e che il suo desiderio non ci appartiene.

Nel video della bodycam c'è una poliziotta in ginocchio in mezzo alla carreggiata dell'A1 e, oltre il guardrail del viadotto di Barberino di Mugello, un uomo che grida. Lorena "era la donna più bella", dice. Poi: lo ha "trattato male", lo ha "tradito". Mentre gli agenti cercano di tenerlo lì con le parole, via radio arriva la notizia che il corpo di lei è stato trovato venticinque metri più sotto. Pochi istanti dopo Federico Vella si lascia cadere. Si sente l'urlo di un agente. Chi ha guardato quelle immagini ha visto una persona che, messa davanti a ciò che aveva appena compiuto, non ha retto un solo minuto di coscienza e ha scelto di non esserci più piuttosto che portarne il peso.

Federico Vella, trentasei anni, dipendente di un autonoleggio, giovedì 3 settembre ha aspettato l'ex compagna nel garage di casa sua, in via Panciatichi a Firenze, dopo aver coperto con il nastro adesivo le fotocellule del cancello. L'ha colpita, l'ha immobilizzata con le fascette, l'ha chiusa nel bagagliaio dell'Audi di lei. Nella sua auto la polizia ha trovato un pacco di fascette e un telo. Lorena Isceri, quarantacinque anni, impiegata nel marketing di un'azienda veterinaria, dal bagagliaio è riuscita a mandare un vocale a un amico, poi a chiamare il 112 e a restare in linea venti minuti. Dopo averla gettata dal viadotto, Vella ha telefonato a sua madre ("ho ammazzato la mia ex") e ha scritto alla madre di lei un messaggio di due parole: "È morta". La stessa donna che nei giorni precedenti gli aveva chiesto di non cercare più sua figlia. Premeditazione e crollo convivono nella medesima ora. Un uomo capace di procurarsi fascette e nastro adesivo è lo stesso che, subito dopo, non riesce a sopportare di essere l'autore di quel gesto. Tutto in lui era stato preparato, tranne la capacità di stare nel dolore. 

Umberto Galimberti, ne L'ospite inquietante (2007), scriveva a proposito di delitti di questo genere che "non possono essere sbrigativamente liquidate come casi psichiatrici e qui relegate e rimosse", e si domandava se i giovani di allora disponessero ancora "di una psiche capace di elaborare i conflitti e quindi, grazie a questa elaborazione, di trattenersi dal gesto". Nel 2007 Federico Vella aveva diciassette anni. Era esattamente uno di quei ragazzi.

Il nodo è il rifiuto. I due si erano separati in estate; lei, racconta la madre, aveva paura di lui e per un periodo era tornata in Puglia; un'amica la supplicava di denunciarlo. Il 13 agosto Vella aveva pubblicato un video con le fotografie della coppia e una frase in chiusura: "Sarò tuo anche se non posso più esserlo". Il 3 settembre, su sfondo nero, "Addio a tutti" e "Ti voglio abbastanza bene da non parlarti quando potrei ferirti". Chi scrive così continua a possedere l'altra persona con altri mezzi, sotto la forma della rinuncia. E sul viadotto il lessico era ancora quello del creditore: tradito, trattato male. Neppure con lei già a terra la sua frase riguardava lei.

Massimo Recalcati, in Non è più come prima (2014), racconta un incontro nel carcere di Opera con un giovane detenuto dagli occhi miti che aveva strangolato la fidanzata per gelosia. Rifiuta la scorciatoia dello sdegno e prova a guardare. In quel ragazzo vede "la potenza dell'amore che non aveva trovato (colpevolmente) una via giusta di realizzazione manifestandosi solo come odio mortale, distruzione efferata, incapacità di accogliere lo spigolo duro della libertà dell'Altro". Il paradosso che regge il libro risale a Sartre: l'amante vuole l'amata "libera e prigioniera", vorrebbe possedere la libertà stessa di chi ama. Finché l'amore funziona, la contraddizione si sopporta. Quando smette di essere sopportata, il femminicidio ha, secondo Recalcati, una sola ragione psichica: "utilizzare la violenza, il passaggio all'atto brutale, al posto di assumere su di sé il peso della propria solitudine e del proprio fallimento". Ciò che resta sul campo è "una miscela esplosiva di narcisismo e depressione". Vella ha eseguito la formula alla lettera. Prima ha eliminato chi lo aveva lasciato; poi, quando il peso della solitudine e del fallimento è tornato tutto su di lui, ha eliminato se stesso. L'uomo, scrive sempre Recalcati, tende a vivere la propria identità "come una uniforme", e quando quell'identità va in crisi, per esempio in un abbandono, "la reazione più consueta è quella del rifiuto sdegnato e rabbioso di chi ha tradito, sino al limite, non raro ed esecrabile, della violenza". Riconoscere la libertà dell'altro, "che è anche libertà dell'errore e del tradimento", costa a un uomo più che a una donna. Recalcati non assolve nessuno. Descrive un meccanismo, e i meccanismi si disinnescano soltanto se qualcuno li spiega prima che scattino.

Spiegarli a chi, e quando? Galimberti dedicava a questo un intero capitolo, intitolato all'analfabetismo emotivo. Osservava genitori che promuovono "un'educazione fisica e un'educazione intellettuale, ma non un'educazione emotiva, che è poi l'educazione dei sentimenti, delle emozioni, degli entusiasmi, delle paure", e fissava l'inizio di questa cura "il giorno della nascita". Ricordava che la tristezza ha una funzione precisa, quella di consentirci di adeguarci "a una perdita significativa, a una delusione d'amore": chi non ha mai imparato a chiamarla per nome, quando la perdita arriva, si ritrova con la sola collera a disposizione. E poneva ai professori una domanda che diciannove anni dopo suona come una cronaca: "Sanno che l'emozione, se non trova il veicolo della parola, ricorre al gesto?".

In Italia questa domanda ha oggi una cornice legislativa. La legge 9 giugno 2026 n. 104, voluta dal ministro Giuseppe Valditara e approvata in via definitiva dal Senato il 4 giugno con 78 voti favorevoli e 38 contrari, vieta i percorsi di educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell'infanzia e primarie e li subordina, nelle secondarie, al consenso scritto dei genitori, con l'esclusione degli studenti che non lo abbiano. Dal 6 agosto un comitato raccoglie firme per un referendum abrogativo. Il ministro ha respinto le critiche: "Non è vero che con questa legge non si potrà fare educazione affettiva", perché l'educazione al rispetto, alle relazioni e all'empatia sarebbe ormai obbligatoria attraverso le linee guida dell'educazione civica, e dal 9 aprile Indire forma i docenti in questo senso. Può essere. Ma la ricerca "Stavo solo scherzando" di Save the Children dice che meno della metà degli adolescenti italiani, il 47 per cento, ha fatto educazione sessuale e affettiva a scuola.

Anche all'interno della Chiesa, purtroppo, ci sono alcune realtà che si oppongono alla formazione affettiva a scuola e i risultati si vedono. Eppure, il Concilio Vaticano II, in Gravissimum educationis (1965), chiedeva per bambini e adolescenti "una positiva e prudente educazione sessuale", e Francesco ha ripreso quel passo in Amoris laetitia (n. 280) aprendo con esso una sezione dell'esortazione dedicata al tema. Benedetto XVI, nella Deus caritas est, scriveva che l'eros "ha bisogno di disciplina, di purificazione" per non ridursi al piacere di un istante. Disciplina e purificazione sono i nomi di un apprendistato, e nessun apprendistato si compie da soli. Galimberti lo diceva senza riguardi: oggi l'educazione emotiva "è lasciata al caso".

Il dibattito italiano si è arenato su un equivoco, quello per cui educazione affettiva sarebbe un sinonimo pudico di educazione sessuale. Si tratta di altro. Si tratta di insegnare che si può essere lasciati e continuare a vivere, che una persona che se ne va non ci sottrae nulla che fosse nostro, che l'altro, come annotava C.S. Lewis nel Diario di un dolore, resta "sempre e inconfondibilmente altro, resistente, in una parola, reale". Recalcati ne trae la conseguenza più onerosa: amare "significa lasciare che l'Altro viva sino in fondo, con la massima libertà, il proprio desiderio". Anche quando quel desiderio ha smesso di riguardarci.

Sul viadotto di Barberino, giovedì pomeriggio, l'unica persona che ha provato fino all'ultimo a usare le parole è stata una poliziotta in ginocchio sull'asfalto. Non è bastato. Quelle parole sarebbero servite trentasei anni prima.

V.B.

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