Lo smartphone ci ha rovinato la concentrazione: lo ripetono giornali, conferenze e conversazioni da bar, come una certezza acquisita. Uno studio del King's College di Londra invita però a diffidare di questa diagnosi. Il rapporto Do we have your attention? How people focus and live in the modern information environment, prodotto dal Policy Institute insieme al Centre for Attention Studies dell'ateneo londinese, sostiene che non esistono prove solide di un effettivo declino delle nostre capacità attentive, e che molto di ciò che diamo per acquisito appartiene piuttosto al regno della percezione e del luogo comune.

La ricerca

L'indagine si fonda su un sondaggio condotto dall'istituto Savanta ComRes su 2.093 adulti britannici di età superiore ai diciotto anni, intervistati online tra il 24 e il 26 settembre 2021, con dati ponderati per età, genere, area geografica e classe sociale. Si tratta di una rilevazione d'opinione, non di una misurazione neurocognitiva in laboratorio. È bene sottolinearlo perché si tratta di un dato che ne definisce la portata, ma anche il pregio, perché ciò che lo studio fotografa è esattamente lo scarto tra quanto crediamo di sapere e quanto la ricerca scientifica è effettivamente in grado di affermare.

Il mito degli otto secondi

Il bersaglio principale degli autori è la celeberrima cifra secondo cui l'essere umano contemporaneo avrebbe una soglia di attenzione di soli otto secondi - meno di quella attribuita a un pesce rosso. Metà del campione la ritiene vera. È falsa. La sua origine viene fatta risalire a un documento diffuso da Microsoft nel 2015, mai validato dalla letteratura scientifica e divenuto virale proprio per la sua efficacia retorica. La ricerca psicologica, ricordano gli studiosi, mostra che la capacità di mantenere l'attenzione non è un valore fisso e universale: dipende dal compito che si ha davanti, che si tratti di ascoltare una conferenza, leggere un libro o guidare un'automobile.

Il punto decisivo, tuttavia, è un altro. Gli autori riconoscono apertamente che l'assenza di studi longitudinali di lungo periodo impedisce di stabilire se le capacità di attenzione della popolazione siano realmente peggiorate. Ciò che esiste, e che il sondaggio misura, è anzitutto una diffusa convinzione che così sia: quasi la metà degli intervistati (49 per cento) sente di avere una soglia di attenzione più breve di un tempo, contro un quarto che dichiara il contrario, e il 47 per cento ritiene che il «pensiero profondo» sia ormai cosa del passato.

Non è solo questione di tecnologia

Pur in presenza di tanto allarme, quasi la metà del campione (47 per cento) attribuisce la facilità a distrarsi a un tratto della personalità individuale, e non alla tecnologia. La responsabilità delle piattaforme, insomma, non viene percepita come totalizzante. Lo confermano i dati sulla loro utilità riconosciuta: circa sei intervistati su dieci ritengono che il maggiore accesso all'informazione consenta loro di interrogare meglio le opinioni degli esperti, e una quota più ampia di chi dissente giudica i social media una fonte di punti di vista altrimenti irreperibili.

Questo non significa che il problema non esista. La distrazione provocata dallo smartphone appare reale e - dato spesso trascurato - trasversale a tutte le età, non confinata ai più giovani. Metà degli intervistati ammette di non riuscire a smettere di controllare il telefono anche quando dovrebbe concentrarsi su altro, con percentuali più alte tra le donne (54 per cento contro il 45 degli uomini) e tra le persone di mezza età. E soprattutto si tende a sottostimare la propria dipendenza: l'utente medio crede di consultare il telefono venticinque volte al giorno, mentre le stime disponibili indicano una realtà compresa tra le quarantanove e le ottanta volte.

Quattro modi di stare nel mondo dell'informazione

Analizzando le risposte, i ricercatori hanno individuato quattro profili distinti. I «multi-screener positivi» (42 per cento) sono utenti molto attivi e sereni nel gestire le informazioni. I «tech addict stressati» (21 per cento) - il gruppo più giovane e istruito - si sentono sovraccarichi e nutrono le preoccupazioni più acute sulla propria capacità di concentrazione. Gli «scettici sovraccarichi» (21 per cento), il gruppo più anziano, condividono quei timori ma si tengono lontani dai social. Infine i «disimpegnati e tranquilli» (17 per cento) non manifestano alcuna inquietudine.

Una nostalgia antica

Lo studio si chiude con un dato interessante che deve far riflettere. Il 70 per cento dei britannici è convinto che in passato si vivesse più felici, quando i problemi erano meno; e il 54 per cento vorrebbe rallentare il ritmo della propria vita. Sono cifre rimaste pressoché stabili da un quarto di secolo. Il sospetto degli autori è che la convinzione di un'attenzione in rovina si nutra anche di una più antica e ricorrente disposizione dell'animo: la tendenza a credere che il mondo stia inesorabilmente peggiorando. Prima di attribuire tutto agli algoritmi, suggerisce il rapporto, varrebbe la pena distinguere ciò che la scienza dimostra da ciò che semplicemente temiamo.

p.F.V.
Silere non possum




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