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Mario Adinolfi arrestato. La Procura contesta truffa ed evasione fiscale
Attualità08 luglio 2026

Mario Adinolfi arrestato. La Procura contesta truffa ed evasione fiscale

L’inchiesta della Procura di Roma sulla “scommessa collettiva” travolge il fondatore del Popolo della Famiglia. Ma oltre al profilo giudiziario resta il nodo ecclesiale: l’uso della fede come marchio personale, tra crocifissi esibiti, politica identitaria e ricerca continua di visibilità.

Roma - All'alba di questa mattina, mercoledì 8 luglio 2026, i militari del comando provinciale della Guardia di Finanza di Roma hanno eseguito un'ordinanza di arresti domiciliari nei confronti di Mario Adinolfi, giornalista, ex deputato e presidente del Popolo della Famiglia. Le ipotesi di reato contestate dalla Procura di Roma, coordinata dall'aggiunto Maurizio Arcuri, sono due: truffa ed evasione fiscale. Secondo gli inquirenti, il presunto sistema avrebbe prodotto un danno vicino ai cinque milioni di euro; ulteriori 400 mila euro sarebbero il frutto dell'evasione fiscale contestata.

La "scommessa collettiva"

Al centro dell'indagine c'è il meccanismo della cosiddetta scommessa collettiva, già finito sotto i riflettori della trasmissione Le Iene. Secondo la ricostruzione della procura, attraverso quel circuito sarebbero stati raccolti milioni di euro da privati cittadini, ai quali venivano prospettati rendimenti legati alle scommesse sportive. Promesse che, per diversi partecipanti, non si sarebbero tradotte nella restituzione delle somme investite.

Le prime denunce sono arrivate proprio da alcuni di loro: chi racconta di aver perso i risparmi, chi di aver recuperato soltanto una parte del denaro. Esposti, acquisizioni documentali, verifiche bancarie e fiscali hanno progressivamente allargato il perimetro dell'indagine, fino al provvedimento eseguito questa mattina. L'inchiesta ha raccolto le testimonianze di una decina di persone che denunciano di non aver recuperato integralmente il denaro investito.

Adinolfi ha sempre respinto ogni accusa. Dopo la messa in onda dei servizi televisivi aveva parlato di ricostruzioni false e diffamatorie, annunciando azioni legali contro Mediaset.

Il personaggio: dal Tg1 all'Isola dei Famosi

La parabola di Adinolfi è nota. Dopo la militanza giovanile nella Democrazia Cristiana e il passaggio nel Partito Popolare Italiano, l'approdo al giornalismo e quindi alla politica: membro dell'Assemblea costituente del Partito Democratico, deputato subentrato nel 2012, poi il progressivo scivolamento verso lidi sempre più identitari. Nel 2016 la fondazione del Popolo della Famiglia, movimento che ha trasformato le battaglie sui temi etici nel proprio tratto distintivo, con risultati elettorali costantemente modesti - fino al caso limite di Ventotene, nel 2022, dove la sua candidatura a sindaco non raccolse neppure un voto.

Archiviate le esperienze politiche, nel 2025 è arrivata la svolta televisiva: la partecipazione all’Isola dei Famosi, conclusa con un secondo posto che gli ha restituito visibilità mediatica. Da quel momento, Adinolfi ha scelto di presidiare ogni terreno capace di generare attenzione pubblica: dall’incursione al Pride con una bandiera israeliana insieme a Francesca Pascale, alla manifestazione del 29 giugno “contro l’invasione islamica” accanto all’influencer Simone Carabella; dalle aperture al lessico della “remigrazione” caro al generale Roberto Vannacci, fino alla più recente serie di video realizzati nei minimarket gestiti da cittadini bengalesi dopo la strage di Casalotti. In quei filmati, Adinolfi ha ripreso in volto diverse persone, rivolgendosi loro con toni duri e con accuse pesanti, tali da sollevare interrogativi sulla tutela della dignità personale e sui limiti della polemica pubblica.

Non si tratta, del resto, di un episodio isolato. È un registro comunicativo che Adinolfi ha spesso adottato nei confronti di coloro che ha individuato di volta in volta come avversari. La sua pagina Facebook è costellata di interventi aggressivi, attacchi personali e prese di posizione che hanno suscitato critiche e perplessità. Un modo di abitare il conflitto pubblico, e persino di rappresentare la fede cristiana, che negli anni ha generato disagio non solo nella maggioranza dell’opinione pubblica, ma anche negli ambienti ecclesiastici, dove questo stile è guardato con evidente freddezza. Tutto quanto ha fatto Adinolfi in questi anni, infatti, è stato fatto con il crocifisso bene in vista.

La fede come palcoscenico

Ed è qui che questa vicenda chiama direttamente in causa la Chiesa cattolica. Perché Mario Adinolfi, che da anni si presenta pubblicamente come “ultracattolico”, che agita i simboli della fede in ogni comparsata, che ha costruito un partito sull’aggettivo “cristiano” e che non ha mai nascosto il proprio rapporto con il poker e con le scommesse, non può essere confuso con la Chiesa cattolica. Non la rappresenta oggi, mentre si trova ai domiciliari; e non la rappresentava ieri, quando saliva sui palchi brandendo crocifissi, rosari e parole d’ordine religiose come strumenti di identità politica.

Anche perché non risulta che le scommesse e il poker, di cui Adinolfi parla senza particolare imbarazzo, siano pratiche elogiate dal Catechismo o dalla tradizione morale della Chiesa. Il Catechismo non le qualifica automaticamente come contrarie alla giustizia, ma avverte con chiarezza che diventano moralmente inaccettabili quando privano la persona di ciò che è necessario per sé e per gli altri, e ricorda che la passione del gioco può trasformarsi in una grave schiavitù. Non esattamente il materiale ideale per costruirci sopra una retorica da campione della morale cattolica.

Il problema non è la sua eventuale colpevolezza penale: quella spetterà ai giudici accertarla, nelle sedi proprie e con tutte le garanzie previste dall’ordinamento. Il problema è il modello pubblico che Adinolfi ha incarnato per anni: quello di chi trasforma il cattolicesimo in un marchio personale, la difesa della famiglia in un format televisivo, la preghiera in un contenuto social, la fede in un dispositivo di consenso.

È un cattolicesimo da palcoscenico, rumoroso e muscolare, che non conosce il silenzio, non conosce la discrezione, non conosce la sobrietà. Un cattolicesimo che pretende di impartire lezioni al mondo, ma che finisce per esporre la fede a un logoramento continuo, perché quando i simboli religiosi vengono usati come insegne di parte, ogni caduta personale rischia di diventare anche una ferita alla credibilità di ciò che si dice di voler difendere.

Le battaglie sui princìpi non autorizzano nessuno a farsi scudo della fede. E la Chiesa, che in questi mesi sotto il pontificato di Leone XIV sta faticosamente cercando di liberarsi dalle catture fazionali di ogni colore, non ha bisogno di tribuni autoproclamati, né di professionisti dell’indignazione che trasformano il Vangelo in un megafono per la propria carriera. Ha bisogno di credenti seri, capaci di distinguere la testimonianza dalla propaganda, la dottrina dalla posa, la croce dal marketing.

Adinolfi avrà modo di difendersi. Ma il tempo dei crocifissi agitati come vessilli identitari, delle preghiere trasformate in contenuti da engagement, della fede ridotta a scenografia per l’ennesima battaglia personale dovrebbe finire a prescindere da questa vicenda. Perché il punto, prima ancora che giudiziario, è ecclesiale: nessuno può continuare a usare la Chiesa come fondale della propria esposizione pubblica e poi pretendere che, quando arriva il conto, a pagarlo sia anche la credibilità dei cattolici.

d.C.V.
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