Le tre e mezza del mattino. Una campana batte pochi rintocchi, appena quanto basta per farsi udire oltre le porte delle celle. Nei corridoi si accendono luci basse, si sentono passi che non hanno fretta. Una dopo l’altra, alcune ombre iniziano a popolare il chiostro e lo percorrono camminando rasente al muro, per raggiungere la chiesa. Qui ardono soltanto la lampada del Santissimo e qualche lume sui leggii del coro.
Fuori è notte piena: la città, lontano, ancora dorme, le strade sono vuote, il silenzio è così denso da lasciare spazio a Lui solo. Il primo suono umano della giornata è un versetto, prima sussurrato e poi cantato: Domine, labia mea aperies. Signore, apri le mie labbra. La comunità risponde: et os meum annuntiabit laudem tuam. E la mia bocca proclami la tua lode.
Comincia così la giornata dei monaci che, da quindici secoli, si alzano nel cuore della notte per recitare l’Ufficio delle Vigilie, chiamato dalla tradizione anche Mattutino e suddiviso dagli antichi libri liturgici in Notturni. È l’ora meno conosciuta della preghiera della Chiesa e forse la più radicale, la più bella, la più intima. San Benedetto dedica a quest’ora quattro capitoli della Regola, dall’ottavo all’undicesimo, con la concretezza di chi conosce gli uomini prima ancora dei santi. In inverno, scrive, i monaci si alzino all’ottava ora della notte, «digesti», cioè quando la digestione è ormai compiuta, perché il corpo riposato non diventi un ostacolo per lo spirito. In questo dettaglio si ritrova tutta la sapienza benedettina: nessun eroismo, nessuna gara ascetica, ma un ordine capace di rendere possibile, ogni notte e per tutta la vita, ciò che agli altri sembrerebbe impossibile compiere anche una sola volta.

Il fondamento di quest'ora sta in un versetto del Salmo 118 che Benedetto cita espressamente: media nocte surgebam ad confitendum tibi, nel mezzo della notte mi alzavo per renderti grazie. La Scrittura è attraversata da questa convinzione: la notte è il tempo in cui Dio passa. Di notte Israele esce dall'Egitto, e l'Esodo la chiama «notte di veglia in onore del Signore». Nel cuore della notte, dice la parabola delle dieci vergini, arriva lo sposo, e guai a chi ha lasciato spegnere la lampada. «Vegliate dunque», ammonisce il Vangelo di Marco, «poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino». E di notte, prima dell'alba del primo giorno della settimana, avviene la Risurrezione, che nessun occhio umano ha visto. Il monaco che si alza al buio prende alla lettera questo avvertimento. La sua giornata non comincia con il sole: comincia prima, per guardarlo sorgere.
I primi a farne una forma di vita furono i monaci del deserto egiziano. Giovanni Cassiano, che li visitò alla fine del IV secolo e ne portò l'esperienza in Occidente, racconta nelle sue Istituzioni le loro sinassi notturne: dodici salmi ascoltati nell'oscurità, secondo una misura che la tradizione volle consegnata da un angelo.
Anche la Chiesa delle città conosceva le veglie, celebrate nelle notti che precedevano le grandi feste e presso le tombe dei martiri. Di quella tradizione è rimasta ai fedeli soprattutto la Veglia pasquale, che Agostino chiamava «madre di tutte le sante veglie». I monaci, invece, non hanno mai interrotto questa consuetudine: nella loro giornata, ogni notte conserva qualcosa della notte di Pasqua.
A dare forma a quest’ora è anche il canto. Nel coro buio risuona il gregoriano: una sola linea melodica, senza strumenti, armonizzazioni o voci soliste. I monaci cantano all’unisono e uomini diversi per età, temperamento e storia si raccolgono in un’unica voce.
Il ritmo non è dato dalla battuta, ma dalla parola latina, dal suo respiro e dai suoi accenti. La melodia rimane al servizio del testo, senza mai sovrapporsi ad esso. Per questo il Concilio Vaticano II ha riconosciuto nel gregoriano il canto proprio della liturgia romana e ha chiesto che, a parità di condizioni, gli fosse riservato il primo posto nelle celebrazioni liturgiche.
Nel cuore della notte quel canto mostra forse meglio che altrove la propria natura. La salmodia procede a cori alterni: un lato intona il versetto, l’altro risponde, secondo un movimento regolare di inspirazione ed espirazione. L’ufficio si apre con il salmo invitatorio, il 94: Venite, exsultemus Domino.
Dopo le letture vengono cantati i grandi responsori, tra le pagine più alte dell’intero repertorio gregoriano. I lunghi melismi distendono una sola sillaba per decine di note; il tempo rallenta e la parola viene ripetuta, trattenuta, quasi ruminata. È allora che si comprende la frase attribuita ad Agostino: chi canta prega due volte.
Nel coro immerso nell’oscurità, il lume sui leggii basta appena a far intravedere il breviario ai monaci che cantano, ormai, a memoria. Il resto lo fa l’acustica della chiesa: le volte romaniche raccolgono il suono, lo ampliano e lo trattengono per qualche istante. Chi entra in una chiesa abbaziale durante le Vigilie ha quasi l’impressione che il canto provenga dalle navate stesse. Del resto, quegli spazi sono stati pensati anche per accoglierlo e farlo risuonare.

A quell’ora, però, spesso non c’è nessuno ad ascoltare. Non c’è un’assemblea, non ci sono fedeli, non c’è nessuno “da edificare”. Il canto notturno dei monaci è forse uno degli atti più gratuiti che la Chiesa conosca: una bellezza offerta senza pubblico e senza ritorno, soltanto perché Dio la merita.
Proprio in questa gratuità consiste il loro servizio. Il profeta Isaia affida a una sentinella la domanda che sale dalla notte dei popoli: «Sentinella, quanto resta della notte?». I monaci sono quella sentinella. Mentre le città dormono, mentre qualcuno muore in un reparto d'ospedale e qualcun altro fissa il soffitto per l'angoscia, in decine di monasteri sparsi per il mondo c'è chi sta cantando i salmi anche per loro: le suppliche, le lamentazioni, le lodi che i dormienti non possono recitare. L'asimmetria è tutta qui: il mondo viene vegliato e non lo sa.
Chi ha trascorso anche una sola notte in un'abbazia sa che nulla di tutto questo è romantico. D'inverno il coro è gelido, le voci alle quattro del mattino sono opache, il sonno pesa sulle palpebre e sui pensieri. Capita di sbagliare antifona, di perdere il segno, di desiderare soltanto il proprio letto. La bellezza delle Vigilie non assomiglia a quella di un concerto: è la bellezza di una fedeltà. E anche qui l'unisono si rivela sapiente. Nel canto comune la voce di chi quella notte non ce la fa viene portata dalle altre, come il corpo di un ferito sulle spalle dei compagni. Nessuno canta da solo, nessuno veglia da solo.
Questa tradizione è viva, e più diffusa di quanto si creda. I certosini si alzano ancora ogni notte poco prima di mezzanotte e restano in chiesa due o tre ore, tra salmodia e silenzio. I trappisti aprono la giornata alle tre e mezza o alle quattro.
Nelle notti di festa, l’Ufficio culmina nel Te Deum, l’inno che una leggenda vuole improvvisato a due voci da Ambrogio e Agostino nella notte di un battesimo. Poi anche l’ultimo neuma si spegne, ma la notte non è ancora finita. Alcuni monaci rimangono in coro, immobili, per la lettura meditata o l’adorazione; altri tornano nelle celle, chi per riposare ancora un poco, chi per dedicarsi alla lectio divina. Tutti attendono le Lodi, che accoglieranno la luce. Fuori, intanto, il cielo comincia appena a schiarire sopra i tetti. Si accendono le prime finestre, il mondo si sveglia senza sapere che qualcuno, per lui, ha già aperto le labbra nel cuore della notte.
Domine, labia mea aperies.
p.N.M.
Silere non possum



