Rob Mutsaerts, vescovo ausiliare della diocesi olandese di 's-Hertogenbosch, ha reso pubblica una lettera aperta indirizzata a Papa Leone XIV in cui interroga l'utilità del Sinodo sulla sinodalità, il percorso avviato nel 2021 e destinato, secondo il calendario diffuso dal Vaticano lo scorso maggio, a proseguire fino a un'ulteriore assemblea romana nell'ottobre 2028. Il testo è comparso il 13 agosto sul blog personale del presule.
Nella lettera a Leone XIV, Mutsaerts sposta il giudizio dal piano procedurale a quello dei risultati. Invita a valutare il Sinodo alla luce di indicatori concreti, piuttosto che tramite il numero di incontri organizzati o di relazioni redatte: la partecipazione alla Messa domenicale, le vocazioni sacerdotali, la pratica della confessione, la trasmissione della fede alle nuove generazioni. Su questi terreni, scrive, il bilancio delle diocesi dell'Europa occidentale resta deludente, e la quantità di energie dedicate alle questioni di governance gli appare sproporzionata rispetto alla gravità della crisi pastorale in corso.
Il nucleo teologico dello scritto riguarda la natura della Chiesa. Il vescovo insiste sulla distinzione tra una fede ricevuta per trasmissione apostolica e una fede ricostruita attraverso la consultazione, sostenendo che la verità cattolica non può dipendere dal consenso dei fedeli interpellati. Da qui la sua obiezione più incisiva: nei testi sinodali l'ordine dell'ascolto rischierebbe di capovolgersi, anteponendo le aspettative del mondo contemporaneo alla Scrittura e al magistero, quando la tradizione chiederebbe il cammino inverso, quello della conversione.
Ampio spazio è dedicato alla dimensione liturgica, definita cartina di tornasole dello stato di salute ecclesiale, e a un parallelo storico con l'evoluzione delle comunità protestanti, di cui Mutsaerts si chiede se il maggiore peso attribuito alla partecipazione amministrativa abbia davvero prodotto, altrove, una rinascita spirituale. Alle strutture contrappone l'esempio dei santi, da Francesco d'Assisi a Caterina da Siena fino a Giovanni Paolo II, la cui capacità di riforma nacque, a suo dire, da vite radicalmente consacrate piuttosto che da documenti programmatici.
Pur criticando duramente l'impianto del percorso sinodale, la lettera si chiude in tono di venerazione verso il ministero petrino, con una richiesta esplicita di chiarezza rivolta a Leone XIV e un richiamo alla salvezza delle anime come criterio ultimo di ogni riforma ecclesiale.



