Mi stupisce sempre come le persone - tanto chi sembra avere una minima consapevolezza di ciò che accade nel mondo quanto chi si limita a spippolare sui social - restino così illuse dall'idea che esistano davvero una democrazia e dei diritti, e che meglio di noi non ci sia nessuno. Lo stesso ragionamento vale per gli Stati Uniti, che si proclamano patria dei diritti, della libertà e della democrazia salvo poi uccidere le persone in nome della legge.

Faccio questa considerazione soprattutto alla luce di ciò che vediamo accadere ogni giorno, anche in Italia, ad opera di polizia, magistratura e politica. Eppure, in Europa, c'è ancora chi è convinto che magistratura e polizia non siano politicizzate e non abbiano interessi propri.

Veniamo al dunque: il 4 giugno 2026 la Procura generale ungherese ha ritirato le accuse contro Gergely Karácsony, sindaco di Budapest, e contro Géza Buzás-Hábel, organizzatore del Pride di Pécs. Lo stesso atto che fino a poche settimane prima era un crimine - aver consentito e promosso una manifestazione ritenuta “pericolosissima e vietata” - cessava all'improvviso di esserlo. Non perché si fosse accertato che quella condotta non c'era stata, ma perché era cambiato chi teneva i fili dei burattini. Vale la pena ricostruire l'intera vicenda perché in essa si legge in controluce una verità sgradevole sullo stato di diritto nel continente.

La cronologia di una colpa a intermittenza

Nel marzo 2025 il Parlamento ungherese modifica la legge sul diritto di assemblea, vietando le manifestazioni che «rappresentano o promuovono» l'omosessualità ai minori di diciotto anni. È la cosiddetta "legge Pride", concepita per un solo scopo: cancellare il corteo. Il Primo Ministro era Viktor Orbán.

Karácsony aggira il divieto con una mossa amministrativa: dichiara il Pride del 28 giugno 2025 un evento del Comune. La polizia non può intervenire. La manifestazione si tiene ugualmente e raccoglie circa duecentomila persone, trasformandosi in una delle più grandi proteste contro il governo di Viktor Orbán.

Da quel momento la macchina giudiziaria si muove sotto impulso del governo di turno. Il 1° agosto 2025 la polizia interroga e trattiene il sindaco come sospetto. L'11 dicembre 2025 le forze dell'ordine ungheresi, che non hanno forma mentis molto differente da quelle italiane, raccomandano formalmente l'incriminazione; il ministro della Giustizia Bence Tuzson dichiara pubblicamente che Karácsony rischia fino a un anno di carcere. Il 28 gennaio 2026 l'imputazione diventa formale. Per la cronaca: il caso parallelo dell'organizzatore di Pécs è stato il primo nella storia dell'Unione europea in cui l'organizzatore di un Pride viene perseguito penalmente.

Sul piano astratto, la legge prevedeva per gli organizzatori fino a un anno di reclusione e per i partecipanti una multa fino a duecentomila fiorini, circa cinquecento euro. Nel caso concreto la Procura aveva chiesto di sanzionare il sindaco con una multa, senza nemmeno passare per il processo. La sostanza, però, non cambia: lo Stato qualificava come reato l'esercizio di una libertà. Il sindaco non si è piegato. «Ero un sospettato, ora sono un imputato», ha scritto, rivendicando di aver difeso la libertà propria e altrui e rifiutando di lasciarsi intimidire.

Quando il diritto diventa una variabile politica

Nel marzo 2026 il Tribunale di primo grado di Pest sospende il procedimento e rimette la questione alla Corte costituzionale ungherese, chiedendo di stabilire se le norme usate contro il sindaco siano compatibili con la Costituzione e con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Il 12 aprile 2026 si tengono le elezioni. Orbán perde. Vince Péter Magyar. E nove giorni dopo, il 21 aprile, arriva da Lussemburgo la sentenza che ribalta tutto.

Il 4 giugno la Procura ritira le accuse, motivando la decisione proprio con la pronuncia europea. Lo stesso gesto, dunque, è stato perseguibile finché serviva a un governo e ha smesso di esserlo quando quel governo è caduto. La giustizia non ha cambiato idea per un principio: ha cambiato idea perché è cambiato il vento.

Ed è esattamente questo il punto. Non che l'Ungheria abbia leggi sbagliate - le ha, e gravemente. Ma che l'essere o non essere un criminale, in uno Stato membro dell'Unione europea, sia dipeso dal calendario elettorale. Oggi la polizia ti cerca, domani non ti conosce più. Oggi sei imputato, domani la pratica si archivia. Tutto a parità di condotta. Tutto in funzione di chi tiene il potere.

Cosa ha detto davvero la Corte di giustizia

La pronuncia decisiva viene dalla Corte di giustizia dell'Unione europea, riunita in seduta plenaria, con la sentenza del 21 aprile 2026 nella causa C-769/22, Commissione contro Ungheria (ECLI:EU:C:2026:326), presidente Koen Lenaerts, giudice relatrice María Lourdes Arastey Sahún, avvocata generale Tamara Ćapeta.

L'oggetto, va detto, non è la "legge Pride" del 2025 usata contro Karácsony, bensì la legge n. LXXIX del 2021 — quella presentata da Orbán come misura di "tutela dei minori" contro la pedofilia, che in realtà limitava l'accesso dei minori ai contenuti audiovisivi e pubblicitari raffiguranti l'omosessualità, il cambiamento di sesso o la divergenza dall'identità di nascita. Le due norme sono figlie della stessa architettura: usare la protezione dell'infanzia come grimaldello per mettere nel mirino una minoranza. In Italia è ciò che fa la destra da anni: quando si parla di omosessualità si parla sempre di bambini.

Nel comunicato ufficiale n. 59/26 e nel testo della sentenza, la Corte accoglie integralmente il ricorso della Commissione e accerta la violazione su più piani: le norme sul mercato interno dei servizi (art. 56 TFUE e le direttive 2000/31/CE, 2006/123/CE, 2010/13/UE), la Carta dei diritti fondamentali (artt. 1, 7, 11 e 21), il Regolamento generale sulla protezione dei dati e - per la prima volta in un ricorso diretto contro uno Stato membro - l'articolo 2 del Trattato sull'Unione europea, che enuncia i valori fondanti dell'Unione.

I passaggi che più interessano sono due. Il primo riguarda la libertà di espressione e di informazione (art. 11 della Carta): la Corte stabilisce che la legge costituisce un'ingerenza particolarmente grave in quel diritto, oltre che nel rispetto della vita privata e familiare e nel divieto di discriminazione. Il secondo è ancora più tagliente: i giudici osservano che il titolo stesso della legge accosta le persone LGBTI a chi è stato condannato per pedofilia, un'associazione che ne accresce la stigmatizzazione e incoraggia condotte ostili, fino a ledere la dignità umana e a stabilire una vera e propria "invisibilità sociale" della minoranza. L'Ungheria, conclude la Corte, non può invocare la propria identità nazionale per giustificare una legge contraria all'identità stessa dell'Unione.

L'obiezione, e perché si ritorce contro chi la solleva

A questo punto qualcuno potrebbe dire: ma allora il sistema ha funzionato. Un tribunale indipendente e sovranazionale ha demolito una legge liberticida, ha difeso la libertà di espressione, ha costretto il potere a cedere. Non è la prova di quanto viene sostenuto qui?

No. Ed è bene capire perché.

Il sistema ha funzionato dopo. Ha funzionato quando ormai il governo che aveva costruito quell'impalcatura era stato sconfitto alle urne, quando sedici Stati membri - Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi tra gli altri, ma non l'Italia - erano già scesi in campo a sostegno della Commissione, quando insomma il vento era già girato. La sentenza europea è arrivata il 21 aprile; le elezioni si erano tenute il 12. Per anni, invece, la stessa Unione ha lasciato che uno dei suoi membri criminalizzasse una parata pacifica, interrogasse e incriminasse un sindaco eletto, processasse il primo organizzatore di Pride della storia comunitaria. La libertà non è stata protetta mentre veniva violata: è stata riconosciuta dopo.

E soprattutto: il ritiro delle accuse contro Karácsony non discende da uno scrupolo di legalità interno alla Procura, bensì dall'aver fiutato il cambio di regime e l'aria di Lussemburgo. La stessa autorità che aveva chiesto di sanzionarlo ha fatto marcia indietro non perché avesse capito di aver torto, ma perché continuare non era più redditizio. È la definizione stessa di una giustizia ancillare al potere.

La lezione

La vicenda ungherese non è un'anomalia esotica ai confini orientali del continente. È uno specchio. Ci mostra che in Europa - in questa Europa che ama definirsi lo spazio per eccellenza dei diritti - la qualifica di "criminale" può essere apposta e tolta come un'etichetta, secondo l'utilità del momento. Che la libertà di espressione non è un possesso stabile, ma una concessione revocabile. E che fra l'imputato e l'assolto, troppo spesso, non corre la differenza del diritto, ma quella, assai più volgare, di chi in quel momento siede al governo.

Karácsony ha avuto fortuna: il potere è cambiato in suo favore. La domanda che dovremmo porci è quanti, altrove e in altri momenti, quella fortuna non l'abbiano avuta. E quanti, domani, torneranno a essere criminali soltanto perché tornerà a comandare qualcun altro.



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