Giovedì
13 agosto 2026
Anno V
QUOTIDIANO INTERNAZIONALE INDIPENDENTE
Giovedì, 13 agosto 2026 · Anno V
Regno Unito, cresce la diffidenza verso l’immigrazione. Ma la religione conta meno di lingua e competenze
Attualità13 agosto 2026

Regno Unito, cresce la diffidenza verso l’immigrazione. Ma la religione conta meno di lingua e competenze

Il 43% dei britannici giudica negativamente l’immigrazione dell’ultimo decennio, dieci punti in più rispetto al 2016. Per valutare un migrante pesano soprattutto precedenti penali, professionalità e conoscenza dell’inglese.

ASCOLTA L'ARTICOLO
00:00 / 00:00

LONDRA – Il dibattito britannico sull’immigrazione si è irrigidito nell’arco di un decennio, ma dietro il dato generale emerge un quadro meno lineare di quanto suggerisca il confronto politico quotidiano. Per la maggioranza degli elettori contano soprattutto i precedenti penali, le competenze professionali richieste dal mercato del lavoro e la conoscenza dell’inglese. La religione del migrante rimane invece, nel complesso della popolazione, il criterio meno rilevante tra quelli sottoposti agli intervistati.

È quanto emerge da una rilevazione YouGov condotta su 2.053 adulti britannici l’8 e 9 giugno 2026 e ripresa il 10 agosto da The Times. Il 43 per cento degli intervistati afferma che l’immigrazione degli ultimi dieci anni sia stata «mostly bad» per il Paese; il 21 per cento la considera prevalentemente positiva, il 29 per cento ritiene che abbia prodotto insieme conseguenze positive e negative e il 6 per cento non esprime un giudizio.

Il confronto con il 2016 mostra un cambiamento significativo. Dieci anni fa la quota di quanti consideravano l’immigrazione prevalentemente negativa era del 33 per cento; oggi è salita di dieci punti. Tra coloro che votarono Remain nel referendum sulla Brexit, la percentuale di giudizi negativi è passata dal 12 al 22 per cento.

Il dato del 2016 è verificabile anche nelle pubblicazioni originali di YouGov. Nel 2022 l’istituto, ricostruendo l'andamento della propria serie, indicava espressamente nel 33 per cento la quota registrata nell’agosto 2016. Una successiva rilevazione europea, pubblicata nel febbraio 2025, aveva già portato al 42 per cento la percentuale di britannici che consideravano l’immigrazione dell’ultimo decennio prevalentemente negativa, contro il 21 per cento che la giudicava prevalentemente positiva. Il 43 per cento del 2026 appare quindi come il punto più recente di un cambiamento maturato nel tempo, più che come un’improvvisa inversione dell’opinione pubblica. 

La religione resta in fondo alla graduatoria

Il dato più significativo per comprendere il rapporto tra immigrazione e identità religiosa emerge quando YouGov abbandona la domanda generale e chiede quali caratteristiche dovrebbero contare nella valutazione di un migrante economico.

Al primo posto vengono i precedenti penali. Seguono il possesso di competenze necessarie in settori nei quali il Regno Unito soffre una carenza di lavoratori e la conoscenza dell’inglese, considerata importante dall’86 per cento degli intervistati. Il patrimonio economico già posseduto dal candidato viene preso in considerazione dal 60 per cento. Soltanto il 34 per cento ritiene invece importante la religione.

Il confronto con il sondaggio effettuato da YouGov nel 2016 è particolarmente interessante perché le domande erano sostanzialmente analoghe. Allora la conoscenza dell’inglese era importante per l’84 per cento degli intervistati, il patrimonio personale per il 60 per cento e la religione appena per il 31 per cento. Le competenze professionali in settori con carenza di personale erano considerate importanti dall’84 per cento nel caso dei lavori manuali e dall’80 per cento per quelli non manuali.

In dieci anni, quindi, il peso attribuito alla religione è cresciuto soltanto di tre punti, dal 31 al 34 per cento, e continua a collocarsi molto al di sotto di lingua, competenze e affidabilità personale. È un dato rilevante perché impedisce di sovrapporre automaticamente la crescente preoccupazione britannica per l’immigrazione a un equivalente irrigidimento sulla fede religiosa degli stranieri.

Reform e Greens, due opinioni quasi opposte

La media nazionale nasconde tuttavia una frattura politica profonda. Tra gli elettori di Reform UK, il 67 per cento considera importante conoscere la religione di un migrante economico. Tra gli elettori dei Greens la percentuale precipita al 12 per cento. Lo scarto è di 55 punti percentuali.

Il dato riguarda l’importanza attribuita alla religione come criterio di valutazione e va interpretato con precisione: il sondaggio non dice, sulla base delle informazioni pubblicate dal Times, quale religione gli intervistati preferiscano, né consente di concludere che quel 67 per cento chieda automaticamente l’esclusione di appartenenti a una determinata confessione. Misura piuttosto quanto l’appartenenza religiosa venga considerata rilevante nel processo con cui si giudica l’ammissibilità di un migrante.

La distanza tra gli elettorati dei due partiti è comunque coerente con altre rilevazioni YouGov pubblicate nel 2026. A luglio, l’86 per cento degli attuali sostenitori di Reform UK indicava l’immigrazione tra i problemi più importanti del Paese. Tra gli elettori dei Greens lo faceva appena il 9 per cento.

Il divario riguarda dunque una concezione più ampia dell’immigrazione. Per una parte consistente dell’elettorato di Reform la questione investe anche identità, cultura e appartenenza; per l’elettorato verde questi elementi hanno un peso sensibilmente minore.

Nazionalità e religione non coincidono

Un altro passaggio del sondaggio aiuta a evitare una lettura troppo semplice. Quando gli intervistati vengono interrogati non sulla religione ma sui Paesi di provenienza, le risposte cambiano sensibilmente. Il 34 per cento vorrebbe impedire l’immigrazione dalla Russia, il 24 per cento da Israele, un quarto quella proveniente dal Pakistan e più di un quinto quella dalla Nigeria. Per Israele, la quota di chi vorrebbe meno immigrati o nessun immigrato è passata dal 39 per cento del 2016 al 47 per cento; per la Russia l’aumento rispetto a dieci anni fa è stato di 13 punti.

Questo suggerisce che nelle risposte intervengono elementi diversi dall’appartenenza religiosa: conflitti internazionali, percezione della sicurezza, rapporti geopolitici, integrazione e immagini associate ai singoli Paesi. Lo stesso Times osserva che gli elettori dei Greens, generalmente i meno favorevoli a ridurre l’immigrazione, assumono nei confronti di Israele posizioni quasi altrettanto restrittive di quelle degli elettori di Reform.

Anche il confronto storico invita alla cautela. Nel 2016 YouGov rilevava già una disponibilità molto maggiore verso migranti con competenze professionali, istruzione elevata e conoscenza dell’inglese rispetto a categorie percepite come economicamente meno qualificate. La religione risultava già allora l’unico elemento della lunga lista sottoposta agli intervistati che la maggioranza non considerava importante. 

Un Paese che cambia anche religiosamente

Il dato arriva in una Gran Bretagna la cui composizione religiosa è cambiata rapidamente. Il censimento 2021 di Inghilterra e Galles ha registrato per la prima volta una popolazione cristiana inferiore alla metà: il 46,2 per cento, contro il 59,3 per cento del 2011. Nello stesso periodo coloro che dichiarano di non appartenere ad alcuna religione sono saliti dal 25,2 al 37,2 per cento. La popolazione musulmana è cresciuta dal 4,9 al 6,5 per cento, mentre quella hindu dall’1,5 all’1,7 per cento. 

Londra offre un quadro ancora più diversificato. Nel censimento del 2021 il 40,7 per cento degli abitanti si dichiarava cristiano, il 15 per cento musulmano e oltre un quarto della popolazione apparteneva a una religione diversa dal cristianesimo.

Proprio per questo il dato sulla religione dei migranti acquista interesse. Il Regno Unito è simultaneamente più secolarizzato, più diversificato dal punto di vista religioso e più preoccupato per l’immigrazione rispetto a dieci anni fa. Eppure, quando gli elettori sono chiamati a scegliere concretamente quali caratteristiche debbano pesare nell’ingresso di un lavoratore straniero, la religione resta molto indietro rispetto alla lingua, alle competenze e ai precedenti penali.

La principale eccezione si trova nell’elettorato di Reform UK. È lì che la religione torna ad assumere un valore politico assai più marcato e che il dibattito sull’immigrazione incontra più direttamente quello sull’identità culturale del Paese. Il sondaggio non consente di stabilire verso quali confessioni si orientino le preferenze di questi elettori, ma fotografa una frattura ormai difficilmente trascurabile: sulla stessa domanda, due britannici su tre tra i sostenitori di Reform considerano importante la religione del migrante, mentre tra i Greens lo fa poco più di uno su dieci.

SOSTIENI SILERE NON POSSUM

Se questo articolo è online, è anche grazie al tuo sostegno.

Silere non possum sceglie di rendere accessibili gratuitamente gran parte delle proprie inchieste e dei propri contenuti, perché il giornalismo indipendente deve poter raggiungere tutti.

Sostenere il nostro lavoro significa permetterci di continuare a verificare, raccontare e pubblicare ciò che altri preferirebbero restasse nascosto.

SOSTIENICIABBONATI
Articoli correlati
Dopo decenni tornano i monaci ortodossi in Estonia: nasce la comunità di Kirikla
Attualità
Dopo decenni tornano i monaci ortodossi in Estonia: nasce la comunità di Kirikla
Le città fanno sempre più rumore. E noi compriamo il silenzio
Attualità
Le città fanno sempre più rumore. E noi compriamo il silenzio
La paura vale 240 milioni l’anno: il grande paradosso di “Strade sicure”
Attualità
La paura vale 240 milioni l’anno: il grande paradosso di “Strade sicure”