Vladimir Putin ha toccato per la prima volta il suolo di Iturup, l'isola che i giapponesi chiamano Etorofu, riaccendendo un contenzioso che accompagna le relazioni russo-giapponesi da ottant'anni. Il ministro degli Esteri di Tokyo, Toshimitsu Motegi, ha protestato nel giro di poche ore, rivendicando la sovranità nipponica su un arcipelago che Mosca amministra ininterrottamente dalla fine della Seconda guerra mondiale. Dietro l'episodio odierno si cela una vicenda diplomatica assai più stratificata, fatta di trattati mai sottoscritti, promesse rimaste sulla carta e negoziati interrotti dalla guerra in Ucraina.
Un arcipelago conteso da tre generazioni
Le Curili formano una catena di cinquantasei isole vulcaniche che si snoda per circa milleduecento chilometri tra la penisola russa della Kamchatka e l'isola giapponese di Hokkaido, separando il mare di Okhotsk dall'oceano Pacifico settentrionale. Il contenzioso riguarda tuttavia soltanto le quattro formazioni più meridionali dell'arcipelago: Iturup, Kunashir, Shikotan e il piccolo gruppo delle Habomai, che Mosca definisce Curili del Sud e Tokyo preferisce chiamare Territori del Nord. Prima del conflitto mondiale vi risiedevano circa diciassettemila cittadini giapponesi, dediti soprattutto alla pesca; oggi la popolazione complessiva dell'area non supera le ventimila unità, in gran parte di origine russa.
Le radici ottocentesche di una rivalità antica
La competizione tra Mosca e Tokyo per il controllo di questo lembo di Pacifico non nasce nel Novecento. Già nel Settecento gli esploratori russi partiti da Okhotsk avevano raggiunto le isole, mentre lo shogunato giapponese, preoccupato per l'espansione siberiana, rafforzava la propria presenza sulle coste settentrionali. Il trattato di Shimoda del 1855 tracciò una prima linea di demarcazione, riconoscendo Iturup al Giappone e le isole più a nord alla Russia; vent'anni dopo un nuovo accordo assegnò l'intero arcipelago a Tokyo in cambio della rinuncia giapponese su Sakhalin. Questo assetto rimase sostanzialmente stabile fino al 1945.
Yalta e l'occupazione sovietica
Nel febbraio di quell'anno, durante la conferenza di Yalta, Roosevelt e Churchill promisero a Stalin la metà meridionale di Sakhalin e l'intera catena delle Curili come contropartita per l'ingresso sovietico nella guerra contro il Giappone. L'Unione Sovietica mantenne l'impegno: dichiarò guerra a Tokyo nell'agosto 1945 e occupò militarmente l'arcipelago nelle settimane conclusive del conflitto, prima ancora della resa formale giapponese. Nei quattro anni successivi le autorità sovietiche deportarono in Giappone l'intera popolazione nipponica delle isole meridionali, chiudendo di fatto un capitolo di insediamento durato oltre un secolo.
Il nodo irrisolto di San Francisco
Il trattato di pace firmato a San Francisco nel settembre 1951 tra il Giappone e quarantotto Paesi alleati avrebbe dovuto sancire la fine giuridica del conflitto nel Pacifico. Tokyo vi rinunciò formalmente a ogni diritto, titolo e pretesa sulle Curili. L'Unione Sovietica, tuttavia, si rifiutò di sottoscrivere il documento, adducendo tra le motivazioni l'esclusione della Cina comunista dai negoziati e l'assenza di garanzie sufficienti sul proprio controllo di Sakhalin e delle Curili stesse. Da quel rifiuto discende un paradosso che dura tuttora: il governo giapponese sostiene che le quattro isole meridionali non rientrassero affatto nella definizione di "Curili" contemplata dal trattato, trattandosi di territori storicamente giapponesi mai messi in discussione prima della guerra, mentre Mosca considera la propria sovranità su di esse una conseguenza legittima e non negoziabile dell'esito bellico.
La dichiarazione del 1956 e l'occasione sfumata
Cinque anni dopo, la dichiarazione congiunta sovietico-giapponese del 1956 pose formalmente fine allo stato di guerra tra i due Paesi e ristabilì relazioni diplomatiche stabili. Il testo prevedeva un elemento potenzialmente risolutivo: Mosca si dichiarava disponibile a cedere a Tokyo le due isole minori, Shikotan e le Habomai, subito dopo la conclusione di un trattato di pace definitivo. Il Giappone respinse però l'idea di accontentarsi di due isole su quattro, e l'intesa restò lettera morta. La finestra si richiuse ulteriormente nel 1960, quando la firma del trattato di mutua sicurezza tra Stati Uniti e Giappone spinse i sovietici a ritirare persino quella parziale offerta, denunciando la presenza di truppe straniere sul suolo nipponico come condizione incompatibile con qualsiasi cessione territoriale.
Mezzo secolo di tentativi naufragati
Le trattative non si sono mai del tutto interrotte, pur senza mai approdare a un risultato concreto. Negli anni Novanta, l'apertura post-sovietica di Boris Eltsin alimentò nuove speranze, presto deluse dalla rigidità delle rispettive posizioni. Nel 2001, a Irkutsk, un Putin appena insediato al Cremlino incontrò l'allora premier giapponese e riaffermò la validità della dichiarazione del 1956 come base negoziale, senza però che ne scaturissero passi concreti. La stagione più intensa di dialogo si è consumata tra il 2016 e il 2019, quando Putin e il primo ministro Shinzo Abe moltiplicarono i vertici bilaterali: nel settembre 2018, al forum economico di Vladivostok, il presidente russo propose la firma di un trattato di pace senza precondizioni, proposta che Tokyo respinse ritenendola una scorciatoia per aggirare la questione territoriale. Due mesi dopo, a Singapore, i due leader concordarono comunque di accelerare i negoziati sulla base del testo del 1956, ma anche questo slancio si esaurì senza produrre un accordo firmato.
La rottura del 2022
L'invasione russa dell'Ucraina ha segnato una cesura netta. Il Giappone ha aderito compattamente alle sanzioni occidentali contro Mosca, condannando pubblicamente l'aggressione come un tentativo di modificare unilateralmente lo status quo internazionale con la forza, un principio che Tokyo ritiene applicabile anche alle proprie dispute nell'Asia orientale. Il Cremlino ha reagito sospendendo i negoziati sul trattato di pace e congelando i progetti economici congiunti previsti sulle isole contese. Nei mesi scorsi, fonti governative russe hanno confermato che allo stato attuale non esiste alcun canale di dialogo attivo con Tokyo sulla questione territoriale. Un ulteriore tassello simbolico si è aggiunto nell'ottobre 2022, quando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha firmato un decreto che riconosce le Curili meridionali come territorio giapponese temporaneamente occupato dalle forze russe, un gesto di solidarietà diplomatica che rispecchia la stessa logica con cui Kiev chiede il riconoscimento internazionale dei propri confini.
Perché quelle isole contano ancora così tanto
Al di là del valore simbolico e identitario, la posta in gioco ha una consistenza strategica ed economica tutt'altro che trascurabile. L'arcipelago garantisce alla Marina russa un accesso protetto dal mare di Okhotsk all'oceano Pacifico e consente il controllo degli stretti antistanti Vladivostok, sede della flotta russa nel Pacifico. Negli ultimi anni Mosca ha ampliato in modo significativo la propria presenza militare nella regione, costruendo nuove infrastrutture e installandovi sistemi di difesa missilistica, alcune delle cui componenti sarebbero state successivamente impiegate anche sul fronte ucraino. Il sottosuolo custodisce inoltre giacimenti di renio, metallo raro impiegato nella produzione di componenti missilistiche, mentre le acque circostanti restano tra le più pescose dell'intero Pacifico settentrionale e si sospetta ospitino riserve di idrocarburi ancora inesplorate. Non va dimenticato, infine, il peso storico del luogo: fu proprio dalle baie dell'arcipelago che nel 1941 salpò la flotta imperiale giapponese diretta verso Pearl Harbor.
Cosa significa la visita di oggi
Il viaggio di Putin, arrivato a Iturup dopo una tappa a Sakhalin dove la flotta russa del Pacifico ha appena concluso alcune esercitazioni, ha toccato un impianto ittico, un ospedale distrettuale e una scuola, in quella che il Cremlino presenta come una missione di ordinaria amministrazione territoriale. Alla vigilia della trasferta, il presidente russo aveva dichiarato la disponibilità di Mosca a cercare insieme a Tokyo una soluzione capace di sfociare in un trattato di pace, richiamando esplicitamente il precedente del 1956. Simili aperture verbali, tuttavia, giungono in una fase in cui il dialogo politico tra le due capitali resta di fatto congelato, mentre la Russia stringe rapporti sempre più stretti con Cina e Corea del Nord proprio nella regione dell'Asia-Pacifico. Più che l'annuncio di una svolta negoziale, la prima visita di un capo di Stato russo su Iturup sembra dunque configurarsi come un'ulteriore affermazione di sovranità su un territorio che, ottant'anni dopo la fine della guerra che lo mise in discussione, resta ancora privo di uno status condiviso tra le due potenze che se lo contendono.




