Roma - Valter Lavitola è stato arrestato questa mattina a Roma dai carabinieri del Nucleo investigativo, che hanno dato esecuzione a un'ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip della Capitale. L'imprenditore, ex editore e giornalista era indagato dallo scorso luglio dalla procura di Roma come presunto mandante dell'attentato dinamitardo compiuto nell'ottobre 2025 ai danni di Sigfrido Ranucci, conduttore del programma di inchieste Report, su Rai 3.
Durante la fase delle indagini un giudice può disporre l'arresto di una persona indagata per ragioni diverse dalla sola gravità del reato contestato: il rischio che si dia alla fuga, per esempio, o quello che possa inquinare le prove. Restano confermate le ipotesi a suo carico: essere stato il mandante dell'esplosione, con l'aggravante di aver agito secondo modalità riconducibili al metodo mafioso.
L'esplosione di Pomezia
Tutto nasce da un episodio della notte del 16 ottobre 2025, quando un ordigno rudimentale esplose davanti all'abitazione di Ranucci, a Pomezia, alle porte di Roma. Per confezionarlo era stata impiegata gelatina da cava, materiale dall'alto potenziale distruttivo: l'esplosione distrusse due automobili parcheggiate - quella del giornalista e quella della figlia - e danneggiò il cancello dell'abitazione. Nessuno rimase ferito, ma la figlia di Ranucci era rientrata a casa appena venti minuti prima del boato. Nei mesi immediatamente successivi si era fatta strada l'ipotesi di un gesto intimidatorio legato a una delle inchieste condotte dal programma.
Come le indagini sono arrivate a Lavitola
Nelle settimane precedenti l'arresto di oggi, quattro persone erano già finite in manette con l'accusa di aver materialmente collocato l'esplosivo. Sarebbe stato proprio il contenuto recuperato nei loro telefoni cellulari a condurre gli inquirenti fino a Lavitola, la cui abitazione fu perquisita il 4 luglio scorso, con sequestro di computer e cellulari. Convocato in procura quattro giorni dopo, l'imprenditore si avvalse della facoltà di non rispondere alle domande dei magistrati, pur rendendo dichiarazioni spontanee in cui negò ogni coinvolgimento, dicendo di non avere idea di chi avesse potuto organizzare l'attacco.
Secondo la ricostruzione della procura, Lavitola si sarebbe rivolto a un proprio dipendente, Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense di 47 anni che lavorava nel suo ristorante, incaricandolo di trovare chi fosse in grado di procurarsi l'esplosivo e di farlo detonare davanti alla casa di Ranucci; subito dopo lo avrebbe fatto partire per il Camerun. Anche Tavares risulta ora indagato, ed è tuttora latitante, ritenuto rifugiato in Africa: per lui il GIP ha emesso un separato mandato d'arresto. Le celle telefoniche agganciate dai due telefoni collocherebbero Lavitola e Tavares nella zona dell'abitazione di Ranucci un mese prima dei fatti, il 15 settembre 2025: un sopralluogo, secondo l'accusa. Una lettura che Lavitola respinge, sostenendo che la sua presenza in quella zona fosse del tutto normale, data l'amicizia con il giornalista, così come quella di Tavares, definito un proprio collaboratore tuttofare.
Chi è Valter Lavitola
Nato a Salerno nel 1966, Lavitola si laurea in Scienze politiche e prima dei vent'anni entra nelle file del Partito socialista italiano guidato da Bettino Craxi. Negli anni Novanta fonda una cooperativa giornalistica che nel 1996 dà vita a L'Avanti!, testata dalla grafica quasi identica allo storico organo del Psi, distinta solo da un articolo e un apostrofo aggiunti al nome. Nel 2003 ne assume la direzione, succedendo a Sergio De Gregorio, che diventerà in seguito senatore, prima con l'Italia dei Valori e poi con il Popolo della Libertà. È in quello stesso periodo che stringe legami con Silvio Berlusconi. Tenta senza fortuna la carriera da europarlamentare, pur raccogliendo un numero considerevole di preferenze, mentre parallelamente costruisce un'attività di import-export nel settore ittico con partner commerciali in Centro e Sud America - un'attività che gli varrà, più di una volta, insinuazioni su presunti legami con i servizi segreti, da lui sempre respinte con toni scherzosi. Lavitola è uno dei tanti giornalisti italiani con una vita privata piena di ombre e questioni poco chiare.
Una lunga serie di inchieste e condanne
Il nome di Lavitola resta legato soprattutto ad alcune delle vicende giudiziarie più controverse della politica italiana degli ultimi vent'anni. Nell'estate del 2010 il suo giornale pubblicò un documento proveniente dallo stato caraibico di Saint Lucia, da cui risultava che il vero proprietario della società offshore che aveva acquistato un appartamento a Montecarlo fosse Giancarlo Tulliani, cognato dell'allora presidente della Camera Gianfranco Fini, che in quell'immobile abitava. Fu uno scandalo che contribuì alla rottura tra Fini e Berlusconi e che, secondo l'accusa, celava il tentativo di sottrarre l'appartamento al partito Alleanza Nazionale, a cui era stato lasciato in eredità.
L'anno seguente, nel settembre 2011, la procura di Napoli emise un'ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti, ipotizzando che avesse fatto da tramite in un tentativo di estorsione ai danni dello stesso Berlusconi, su iniziativa dell'imprenditore barese Gianpaolo Tarantini e della moglie Angela Devenuto. Lavitola si rese irreperibile per circa otto mesi, sostenendo in seguito di trovarsi all'estero per affari legati al commercio ittico; rientrato in Italia nell'aprile 2012, fu arrestato e condotto nel carcere napoletano di Poggioreale. La condanna definitiva per tentata estorsione, a un anno e quattro mesi, arrivò nel 2014.
Al rientro in Italia gli furono notificate altre due misure cautelari: una legata a un presunto sistema fraudolento per ottenere finanziamenti pubblici destinati a L'Avanti!, per cui patteggiò tre anni e otto mesi - la Corte dei conti del Lazio condannò poi lui e De Gregorio a restituire allo Stato circa 23 milioni di euro - e un'altra per corruzione internazionale legata a contratti pubblici a Panama, chiusa con un patteggiamento a undici mesi. Sempre in relazione agli affari panamensi, un filone collegato riguardò le pressioni esercitate sulla società di costruzioni Impregilo, oggi Webuild, per le quali fu condannato a tre anni per tentata estorsione. Nel 2015 arrivò infine, in primo grado, una condanna a tre anni per concorso in corruzione nell'ambito della cosiddetta compravendita dei senatori, legata al passaggio di alcuni parlamentari da uno schieramento all'altro che contribuì alla caduta del governo Prodi nel 2006; il reato fu poi dichiarato prescritto in appello. Scontate le pene accumulate, Lavitola tornò libero nel marzo 2016; da allora è titolare di un ristorante nel quartiere romano di Monteverde, il Cefalù Bistrò di Pesce, frequentato da politici e giornalisti italiani.
L'amicizia con Ranucci e le ipotesi sul movente
Il tratto che ha reso il caso ancora più intricato agli occhi dell'opinione pubblica è il legame personale tra indagato e vittima. Ranucci ha definito pubblicamente Lavitola un «amico vero», escludendo che potesse volere del male a lui o alla sua famiglia: un'amicizia nata nel 2019, dopo alcune inchieste di Report sul suo conto, e coltivata negli anni anche a tavola, nel ristorante di Monteverde diventato nel tempo luogo di ritrovo per cronisti e uomini politici.
Proprio da quella vicinanza sarebbe nato, secondo una ricostruzione firmata dal giornalista Francesco Bei su Repubblica, un progetto politico: Lavitola avrebbe lavorato per accreditare Ranucci come possibile guida di una coalizione di centrosinistra allargata, il cosiddetto “campo largo” che va da Alleanza Verdi e Sinistra a Italia Viva passando per Partito Democratico e Movimento 5 Stelle - ruolo oggi conteso tra la segretaria dem Elly Schlein e il leader pentastellato Giuseppe Conte. Il conduttore di Report, secondo questa ipotesi, sarebbe stato scelto per la sua popolarità trasversale; Lavitola si sarebbe spinto fino a commissionare sondaggi e a consultare esperti di comunicazione politica, promettendo al giornalista, durante una cena, un ruolo di consigliere personale simile a quello che fu Gianni Letta per Berlusconi. Lo stesso Lavitola ha confermato questo retroscena in un'intervista al quotidiano La Verità.
È proprio questo progetto ad alimentare una delle ipotesi circolate sulla stampa - finora priva di riscontri - secondo cui l'attentato sarebbe stato organizzato dallo stesso Lavitola per accreditare Ranucci come vittima della criminalità organizzata e rafforzarne così la popolarità in vista di un ingresso in politica. Un'ipotesi che si scontra però con le caratteristiche materiali dell'esplosione: la gelatina da cava utilizzata per l'ordigno aveva un potenziale distruttivo tale da poter causare, in circostanze anche solo leggermente diverse, conseguenze ben più gravi delle sole automobili danneggiate.
Interpellato dal Corriere della Sera, Ranucci ha raccontato di essere stato al corrente del progetto politico, ma di aver sempre respinto l'idea di una propria candidatura - circostanza che, a suo dire, Lavitola conosceva bene, tanto da fargli pensare che i sondaggi servissero piuttosto a quest'ultimo per accreditarsi presso soggetti terzi, senza però riuscire a chiarire quali. Il conduttore ha definito la peggiore delle illazioni circolate quella secondo cui sarebbe stato in qualche modo condizionato da Lavitola nella conduzione del programma, respingendola come ipocrita e ricordando come il ristorante dell'imprenditore fosse un luogo frequentato trasversalmente da gran parte dei direttori dei giornali italiani. La sua ipotesi personale, riferita anche ai magistrati, è che dietro l'attentato ci sia semmai qualcuno interessato a impedire che informazioni scomode arrivassero alla redazione di Report.
Nei giorni dell'interrogatorio di Lavitola sono circolate anche dichiarazioni attribuite a Paolo Corsini, il direttore degli approfondimenti Rai che sovrintende a Report, raccolte da cronisti di Repubblica e Corriere della Sera fuori da Montecitorio: parole in cui si ipotizzava un confronto diretto con Ranucci per fare chiarezza sulla vicenda e si ironizzava sui criteri con cui lo stesso programma tratta solitamente le persone indagate. Corsini ha successivamente smentito il contenuto di quelle dichiarazioni, definendole non corrispondenti al proprio pensiero e riconducendole a uno scambio informale tra colleghi, decontestualizzato e presentato come un'intervista mai autorizzata. L'inchiesta della procura di Roma, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, resta aperta sia sul fronte del presunto mandante sia su quello dell'intermediario ancora ricercato; gli esecutori materiali dell'attentato risultano già identificati e fermati nelle settimane precedenti.
S.C.
Silere non possum



