C’è un fenomeno che, negli ultimi anni, sta cambiando la geografia del giornalismo: sempre più professionisti scelgono di lasciare le redazioni tradizionali per approdare su Substack. Non è una semplice migrazione tecnologica, ma un segnale profondo di trasformazione del mestiere e del rapporto tra chi scrive e chi legge.
Il fascino principale di questa piattaforma sta nella libertà. Dopo decenni di vincoli imposti da direttori, caporedattori e linee editoriali, molti giornalisti riscoprono il gusto di scrivere ciò che ritengono davvero importante, senza filtri né compromessi. Substack consente di decidere i temi, i tempi, perfino il tono della narrazione. In un’epoca in cui la cronaca viene piegata alle logiche della pubblicità e del consenso, o alle linee editoriali di direttori e testate che devono rispettare la volontà di editori e potenti che finanziano, la possibilità di inviare ai propri lettori un testo “puro”, senza mediazioni, appare come un privilegio raro.

Perché i giornalisti scappano dalle redazioni?
Il giornale un tempo era una polifonia di voci; oggi si è ridotto a linea di partito. Substack restituisce autonomia, ma crea comunità intime e chiuse, dove il dialogo si fa fragile.
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