© Patriarcato Gerusalemme

Diocesi di Gerusalemme

Gerusalemme - Una lettera lunga, meditata, che il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha voluto inviare alla Chiesa di Terra Santa firmandola simbolicamente il 25 aprile 2026, festa di San Marco Evangelista. Il Patriarca Latino di Gerusalemme si rivolge ai fedeli della sua diocesi - che si estende su Israele, Palestina, Giordania e Cipro - per offrire una parola "più articolata" dopo anni segnati dalla guerra. Il titolo, tratto dal Vangelo di Luca, è già un programma: «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia». Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa.

Una lettera nata dal dolore della guerra

Pizzaballa spiega fin dalle prime pagine perché ha sentito il bisogno di scrivere un testo così ampio. Gli anni recenti, segnati dalla "ennesima e tragica guerra", hanno costretto a ripensare tempi e modi del ministero pastorale. La Lettera, avverte il cardinale, "non nasce per una lettura rapida o parziale, né per essere utilizzata come un testo di analisi politica". È invece pensata come strumento di discernimento, da leggere "poco alla volta", per promuovere dialogo nelle comunità, nei monasteri e nelle famiglie.

La domanda che attraversa tutto il testo è una sola: come stare da cristiani, in quanto assemblea ecclesiale, dentro questa situazione di conflitto - politico, militare, spirituale - che sappiamo durerà ancora molti anni?

Leggere la realtà

La prima sezione di questa lunga missiva affronta senza filtri lo stato presente. Pizzaballa parla di un vero e proprio "spartiacque": il 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza hanno chiuso un'epoca e ne hanno aperta un'altra "nel peggiore dei modi possibili". Sua Beatitudine denuncia il ritorno della forza come strumento ritenuto decisivo, fino a una preoccupante deriva culturale: "La guerra è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma la si tiene ben presente come scenario possibile o, addirittura, inevitabile".

Particolarmente forte è il passaggio sui civili, che - scrive Pizzaballa - "non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico". Il Patriarca tocca anche un nodo eticamente nuovo: l'uso dell'intelligenza artificiale nelle operazioni belliche. Si chiede, con parole drammatiche: "quante persone in queste ultime guerre del nostro territorio sono morte per 'decisione di un algoritmo'?"

L'analisi che il religioso offre, come una meditazione innanzi al Crocifisso, si articola intorno a cinque "nuclei": la dissoluzione del legame tra le persone (dolore, odio, sfiducia); la frammentazione e la tentazione delle "enclavi" sociali rafforzate dagli algoritmi dei social media; la perdita di senso di parole come "convivenza", "dialogo", "due popoli e due stati", che oggi appaiono "logori e svuotati di significato"; la crisi del dialogo interreligioso, dove "i Luoghi Santi, che dovrebbero essere spazi di preghiera, diventano campi di battaglia identitari"; e infine il volto sofferente della Chiesa locale, da Gaza - dove "la parrocchia della Sacra Famiglia e la Caritas sono stati e rimangono il Volto di Cristo in mezzo all'orrore" - alla Palestina, a Israele, fino ai migranti e ai cattolici di lingua ebraica, che "vivono una particolare solitudine ecclesiale". Pizzaballa non risparmia un'autocritica coraggiosa: "in questo periodo così duro, abbiamo a tratti privilegiato la prudenza e ricercato la sopravvivenza istituzionale, sacrificando la nostra testimonianza profetica?"

© Patriarcato Gerusalemme

Il sogno di Dio per la sua città

La seconda parte della lettera è costruita sull'icona biblica di Gerusalemme così come appare negli ultimi capitoli dell'Apocalisse. Il francescano propone dieci immagini che descrivono l'identità della Città Santa e, di riflesso, la vocazione della Chiesa locale. C'è la nuova Gerusalemme che "scende dal cielo" come dono: non si conquista, si riceve. C'è il Tempio assente: "Non vidi alcun tempio", scrive Giovanni, perché Dio non abita più in un edificio "ma nella relazione". C'è la lampada dell'Agnello, che illumina con luce pasquale anche dove "i nostri occhi carnali vedono solo morte, sconfitta o devastazione". Ci sono soprattutto le porte, sempre aperte: "Non c'è nulla da difendere, ma solo uno stile da proporre".

Il messaggio politico-spirituale è esplicito: "Il carattere storico di Gerusalemme ci fa comprendere che la città è la patria sia degli israeliani che dei palestinesi, ed è rivendicata da entrambi come propria capitale. Tuttavia, le rivendicazioni esclusive sono in contrasto con la vocazione di Gerusalemme. Essa è piuttosto una città da condividere, un luogo di incontro".

In questa visione si colloca anche un richiamo cruciale alla "purificazione della memoria", concetto caro a san Giovanni Paolo II ribadito nel Giubileo del 2000: non negare i fatti del passato, ma "verificarne le interpretazioni, affinché queste non determinino in modo violento le scelte di oggi". I cristiani in Terra Santa, precisa Pizzaballa, "non sono un terzo incomodo, né un cuscinetto neutrale tra israeliani e palestinesi": sono parte integrante della società, "sale e lievito" dall'interno.

Implicazioni pastorali

L'ultima parte traduce la visione in tredici ambiti concreti. Il primato della liturgia e della preghiera: "non un mezzo per ottenere altro", neppure la pace, ma "un momento di amore e di incontro con Dio". Le famiglie come "chiese domestiche" e "laboratori di riconciliazione", dove i genitori sono "i primi narratori della storia": il modo in cui raccontano il passato, "con veleno o con onestà, con rancore o con fiducia, segna i figli per sempre".

Le scuole - definite "officine di umanità nuova" - affrontano oggi anche il problema concreto dei permessi per gli insegnanti provenienti da Betlemme, che mette a rischio la loro identità cristiana. Gli ospedali e le opere sociali sono "le foglie che guariscono" di cui parla l'Apocalisse: "in una terra dove tutto divide, voi costruite unità".

Pizzaballa dedica parole calde agli anziani ("memoria viva"), ai giovani ("non credete a chi vi dice che qui non c'è futuro"), ai sacerdoti, ai religiosi, e affronta con realismo il dialogo ecumenico - comprese le difficoltà concrete come il calendario diverso della Pasqua tra le diverse Chiese - e il dialogo interreligioso, che oggi "non è un capriccio di pochi, né un'opzione tra le altre: è una necessità vitale".

Forte è anche il richiamo contro la "cultura della violenza", anche verbale: "Viviamo come immersi in un mare di parole violente, che si sono trasformate in linguaggio comune. E anche noi cristiani rischiamo di cadere in questa trappola". E quello sull'accoglienza: "L'amore che Gesù ci insegna non conosce confini".

Tornarono a Gerusalemme

La lettera si chiude riprendendo il titolo. Pizzaballa riconosce che il rischio, leggendo trentadue pagine fitte di analisi e proposte, è "sentirsi sopraffatti, pensare: 'come possiamo fare tutto questo?'". La risposta, scrive, "è semplice: non possiamo. Da soli non possiamo. Ma non siamo soli".

L'immagine finale è quella dei discepoli dopo l'Ascensione di Gesù, descritti dal Vangelo di Luca: "Tornarono a Gerusalemme con grande gioia". "Erano stati sconvolti, avevano avuto paura, avevano dubitato. Eppure, alla fine, tornano pieni di gioia". Anche la Chiesa di Terra Santa - conclude il Patriarca - è chiamata a tornare alla sua "Gerusalemme quotidiana" con quella stessa gioia pasquale, che non ignora le fatiche ma sa "che la luce vince le tenebre, che la vita sconfigge la morte, che l'amore disarma l'odio".

Una lettera che non offre soluzioni politiche né scorciatoie, ma una direzione: contemplare, come scrive il cardinale, "il sogno di Dio per la Sua città".

m.V.P.
Silere non possum



Commenti

Ancora nessun commento...

Lascia un commento

Per prendere parte alla discussione devi far parte della community. Abbonati ora!