Martedì
8 settembre 2026
Anno V
QUOTIDIANO INTERNAZIONALE INDIPENDENTE
Martedì, 8 settembre 2026 · Anno V
Prima delle strategie viene l’incontro
Spiritualità08 settembre 2026

Prima delle strategie viene l’incontro

Il cristianesimo comincia spesso da una domanda molto semplice: che cosa succede quando incontriamo qualcuno il cui modo di stare davanti alla vita non riusciamo più a spiegare?

Ascolta l'articolo
—:——
Abbonati →

Qualche tempo fa, durante un campo estivo organizzato in vista della ripresa delle attività di settembre, ci siamo posti una domanda molto semplice: come possiamo essere annunciatori credibili del Vangelo?

Uno dei seminaristi presenti ha raccontato allora un episodio accaduto pochi giorni prima. Insieme a un altro confratello aveva partecipato a un incontro promosso da un movimento laicale. Lì avevano conosciuto una donna molto attiva in parrocchia, abituata alla vita della Chiesa e certamente non estranea al Vangelo e ai suoi precetti. Eppure, parlando con loro, aveva detto qualcosa che li aveva sorpresi: proprio attraverso quell’incontro aveva riconosciuto nuovamente Cristo.

La domanda che aveva rivolto loro era rimasta impressa: «Da dove viene un modo così di stare davanti alla vita?».

Quella donna arrivava da mesi difficili, segnati da esperienze dolorose in famiglia e sul lavoro. Proprio per questo, raccontava ai due seminaristi, quell’incontro aveva inciso sul modo in cui guardava ciò che stava vivendo. Non aveva cancellato le ferite né risolto i problemi, ma le aveva restituito uno sguardo diverso sulla propria vita e su tutto ciò che, nonostante quei mesi, continuava a esserle dato di bello.

Una storia simile, al primo ascolto, sarei portato ad archiviarla rapidamente: suggestione, entusiasmo religioso, bisogno psicologico, emozione del momento. Mi accade spesso. E, in fondo, porsi questa domanda è persino salutare. L’intensità con cui viviamo qualcosa non ne garantisce la verità. Una fede che teme la verifica dell’esperienza finisce per chiedere all’uomo di sospendere proprio quelle facoltà - ragione, libertà, affetto - attraverso le quali dovrebbe riconoscere ciò che gli accade. Eppure, mentre i due seminaristi raccontavano quella storia, aggiunsero una cosa: «Se conosceste questa donna, capireste che non è così». Ed è forse da lì che la domanda iniziale ha cominciato a diventare più interessante.

Don Julian Carrón, riprendendo don Giussani, ha spesso insistito proprio sulla necessità che la fede arrivi davanti al «tribunale» dell'esperienza e mostri lì la propria capacità di illuminare la vita. La questione, allora, diventa più interessante: che cosa può riaprire un uomo che si è chiuso?

È una domanda molto cristiana e molto contemporanea. Quando ci accorgiamo di essere diventati impermeabili, cerchiamo quasi sempre una tecnica. Come devo pregare? Che cosa devo leggere? Quale esercizio devo fare? Quanto devo impegnarmi? Vorremmo arrivare al cuore come si arriva a un risultato mediante una serie di operazioni corrette.

Il cuore, però, ha una strana autonomia. Possiamo obbligarci a compiere un gesto e continuare a essere altrove mentre lo compiamo. Possiamo inginocchiarci e restare perfettamente in piedi dentro di noi. Possiamo recitare il Credo ogni domenica e scoprire, quando la vita ci mette davanti a qualcosa di davvero impossibile, che le parole pronunciate per anni non sono ancora diventate uno sguardo. È facile credere alla resurrezione di Lazzaro quando Lazzaro appartiene a una pagina del Vangelo. La faccenda cambia quando l'impossibile porta il nome di una persona che amiamo. Forse è per questo che il cristianesimo ha sempre avuto bisogno di accadere di nuovo.

Nel capitolo VII di All'origine della pretesa cristiana, don Luigi Giussani prova a ricostruire il movimento iniziale della fede senza cominciare dalla definizione che conosciamo già. Prima di «Gesù è il Cristo» c'è un gruppo di uomini che mangia con lui, cammina con lui, lo vede parlare, perdonare, guardare le persone. La convivenza produce lentamente una sproporzione. Le categorie disponibili non bastano più. E nasce la domanda: «Ma come fa a essere così?». È una frase quasi infantile. Ed è proprio questa la sua forza.

Quegli uomini non avevano ancora la cristologia dei concili, le formule dogmatiche, i trattati, il catechismo. Avevano davanti un uomo che non riuscivano più a spiegare. La domanda sulla sua identità nasceva dalla familiarità con lui. Più lo conoscevano, più il problema aumentava. Carrón torna sulla scena dei primi due discepoli che seguono Gesù in La bellezza disarmata. Alla loro domanda Cristo risponde: «Venite e vedrete». Carrón ne ricava una formula sorprendentemente concreta: «Il cristianesimo è qualcosa che si può vedere».

Vedere, in questo caso, significa esporsi a un fatto abbastanza a lungo da poterne giudicare la portata. È qui che quei due seminaristi incontrati quasi per caso diventano interessanti. Non perché fossero chierici. Un abito, un titolo ecclesiastico, l'appartenenza a un movimento o a un ordine possono garantire molte cose amministrativamente e nessuna spiritualmente. Il punto è che, per una persona precisa e in un momento preciso della sua vita, due uomini sono diventati una domanda.

Carrón scrive che oggi il fatto cristiano si incontra imbattendosi in persone la cui vita è stata in qualche misura cambiata da quell'incontro. Se Cristo pretende di essere contemporaneo, qualcuno dovrebbe poter incontrare dei cristiani e domandarsi ancora: come fa a essere così? Non significa incontrare persone impeccabili. L'impeccabilità suscita spesso soggezione, qualche volta irritazione, raramente desiderio. Nei Vangeli ciò che sorprende è una qualità dell'umano: un modo di guardare, di usare le cose, di stare davanti al dolore, di avere a che fare con il peccatore, con il denaro, con la paura, con la morte.

Nei giorni scorsi ho letto il documento che oggi la Segreteria del Sinodo avrebbe pubblicato e, mentre scorrevo quelle pagine, mi sono domandato quanto tutto questo potrà davvero servire. È una domanda forse ingenerosa, ma inevitabile quando si parla di strutture, linguaggi, organismi, procedure e nuovi strumenti pensati per rendere la Chiesa più capace di incontrare l’uomo del nostro tempo. Sono questioni reali e sarebbe superficiale liquidarle. Possiamo elaborare programmi, ripensare le strutture, moltiplicare gli strumenti di comunicazione, discutere a lungo del linguaggio con cui rivolgerci all’uomo contemporaneo. Possiamo persino trovare formule migliori, più comprensibili, più adatte al tempo che viviamo.

Eppure, il cristianesimo si gioca molto prima.

Si gioca in quella verifica elementare che nessun documento può sostituire: quando una persona incontra un cristiano, nella sua vita nasce una domanda nuova?

Perché, alla fine, tutto torna lì. Prima dei progetti, dei metodi e delle strategie, c’è qualcuno che incontra qualcun altro e si sorprende a chiedere: «Da dove viene un modo così di stare davanti alla vita?». Se questa domanda non nasce più, possiamo anche perfezionare indefinitamente gli strumenti. Se invece nasce, allora forse il Vangelo ha già cominciato a farsi strada.

Don Carrón diceva che è l'impatto con la realtà a rimettere in moto desiderio, ragione e libertà. La libertà entra in gioco rispondendo a ciò che la provoca. Forse anche il famoso «cuore aperto» comincia qui. Nessuno apre il proprio cuore tirandolo dall'interno come si forza una porta incastrata. Qualcosa bussa. Da questo punto di vista, la fede ha una struttura sorprendentemente umile. Ha bisogno dell'altro.

La dottrina dà un nome a ciò che si è riconosciuto. La liturgia ne custodisce la memoria. I sacramenti rendono presente ciò che la Chiesa confessa. La morale insegna lentamente quale forma prende una vita quando accetta quella Presenza. Tutto questo perde però ossigeno quando viene separato dall'avvenimento che gli ha dato origine. Le parole rimangono corrette e possono diventare estranee alla vita. È una delle ragioni per cui esistono cristiani capaci di spiegare perfettamente la fede e incapaci di aspettarsi qualcosa da Dio.

Poi, talvolta, succede una cosa minuscola. Si incontrano due persone. Si ascolta un racconto. Si vede qualcuno vivere una circostanza nel modo in cui noi non riusciamo a viverla. E una crepa compare nella costruzione con cui ci eravamo protetti.

«Ma come fa a essere così?»

La domanda sembra rivolta a lui. In realtà ha già cominciato a riguardare me.

Da lì può nascere anche la preghiera in una forma diversa. Don Giussani chiamava Dio «compagno indivisibile». L'espressione è audace perché sposta Dio dalla periferia religiosa dell'esistenza al centro della mia coscienza: il vivere stesso diventa rapporto. Allora pregare smette gradualmente di essere soltanto rispondere alle circostanze e comincia a diventare rispondere a Qualcuno dentro le circostanze.

La morte di un ragazzo resta una morte. Il dolore conserva il suo scandalo. Il cristianesimo non chiede di chiamare bene ciò che spezza il cuore. Può accadere, però, che proprio dentro quella ferita qualcuno scopra di non essere più solo davanti a ciò che è accaduto. E quando questo avviene cambia perfino il modo di tornare a casa.

Il partner che era diventato abituale riacquista un volto. Gli amici smettono per un istante di appartenere all'inventario delle cose certe. La vita quotidiana, che sembrava la parte meno religiosa dell'esistenza, diventa il luogo in cui verificare se ciò che abbiamo intravisto era vero oppure soltanto un'emozione di alcuni giorni. Qui comincia il tempo più serio della fede: il giorno dopo.

I primi discepoli tornarono da Gesù il giorno dopo. E poi ancora. La certezza cristiana maturò dentro quella frequentazione. Anche oggi la domanda decisiva non è quanto siamo rimasti impressionati da un incontro, bensì se quella Presenza regge il lunedì mattina, una malattia, un fidanzamento stanco, una delusione, una morte, il silenzio di Dio.

p.A.R.

Silere non possum

SOSTIENI SILERE NON POSSUM

Se questo articolo è online, è anche grazie al tuo sostegno.

Silere non possum sceglie di rendere accessibili gratuitamente gran parte delle proprie inchieste e dei propri contenuti, perché il giornalismo indipendente deve poter raggiungere tutti.

Sostenere il nostro lavoro significa permetterci di continuare a verificare, raccontare e pubblicare ciò che altri preferirebbero restasse nascosto.

SOSTIENICIABBONATI
Articoli correlati
Come si svolgeranno i funerali di Harald V
Attualità
Come si svolgeranno i funerali di Harald V
Cosa propone il Sinodo per i rapporti tra vescovi e religiosi e per le visite ad limina
Santa Sede
Cosa propone il Sinodo per i rapporti tra vescovi e religiosi e per le visite ad limina
Curia Romana. Leone XIV non sa dove trovare i prefetti per i Dicasteri
Chiesa cattolica
Curia Romana. Leone XIV non sa dove trovare i prefetti per i Dicasteri