Photo credit: Alberto Pizzoli

La sera del 12 giugno 2026, alle 17:21 ora di Washington, Anthropic - la società che sviluppa il modello Claude - ha ricevuto una direttiva del Dipartimento del Commercio. Citando ragioni di sicurezza nazionale, l'ordine imponeva di sospendere l'accesso ai due sistemi di intelligenza artificiale più avanzati dell'azienda, Fable 5 e Mythos 5, per qualsiasi cittadino straniero, dentro e fuori dagli Stati Uniti. L'effetto pratico è stato più ampio dell'ordine: per garantire la conformità, l'azienda ha dovuto disattivare i due modelli per tutti i propri clienti nel mondo. È stata, secondo gli osservatori, la prima volta che un grande laboratorio metteva offline un modello già distribuito pubblicamente in seguito all'intervento di un governo.

La motivazione addotta riguardava un presunto metodo per aggirare le protezioni del sistema in ambito cibernetico; l'azienda ha replicato che si trattava di una vulnerabilità minore e già nota, presente anche in modelli concorrenti. Ma al di là del merito tecnico, la vicenda ha messo a nudo una questione di fondo: due dei modelli più capaci mai resi pubblici erano stati distribuiti da un attore privato a centinaia di milioni di persone, e a un certo punto un governo ha ritenuto di doverli «spegnere». Chi comanda, in ultima istanza, su una potenza simile?

È esattamente la domanda attorno a cui ruota la seconda enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas, firmata il 15 maggio 2026 - meno di un mese fa.

«Risorse superiori a quelle di molti governi»

Il punto di partenza dell'enciclica è una constatazione di ordine politico, prima ancora che morale. «Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l'innovazione», scrive il Papa. «Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi» (n. 5). Il potere tecnologico assume così «un volto inedito, prevalentemente "privato", e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune».

Il caso Anthropic è la fotografia di questa asimmetria e, insieme, del suo rovescio. Da un lato un'impresa che immette sul mercato globale una capacità che nessuno Stato controllava; dall'altro un governo che reagisce con l'unico strumento di sovranità rimastogli - l'export control - per provare a riprenderne il controllo. Leone XIV aveva descritto proprio questa frontiera mobile: nel mondo digitale, scrive, il controllo «delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati», e quando un potere simile «si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico» (n. 95).

La frase che oggi suona profetica

C'è un passaggio dell'enciclica che, dopo quanto accaduto, è impossibile leggere senza constatare quanto il Pontefice ci abbia visto lungo. Parlando della necessità di «disarmare» l'intelligenza artificiale, il Papa scrive: disarmarla «significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all'algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri» (n. 110). E aggiunge: «Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare».

È precisamente la posta in gioco della vicenda americana. Un modello giudicato così potente in campo cibernetico da diventare materia di sicurezza nazionale; una corsa in cui la capacità tecnica si traduce immediatamente in leva geopolitica; uno Stato e un'azienda che si contendono il diritto di decidere chi possa accedervi. Si tratta dell’«equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare» di cui parla il Papa.

La doppia natura: difesa e offesa

Anche il fatto che questa battaglia sia nata sul terreno cibernetico non stupisce. L'enciclica ha dedicato pagine specifiche alla natura ambivalente di queste tecnologie: «ciò che nasce per difendere può essere rapidamente convertito all'offesa, e il confine tra protezione e aggressione tende a sfumare» (n. 183). E ancora: lo spazio cibernetico «è diventato terreno di confronto», dove «attacchi informatici, manipolazione di dati, campagne di influenza orchestrate con l'aiuto dell'IA possono destabilizzare interi Paesi prima ancora che si arrivi a uno scontro armato aperto» (n. 225).

Il modello al centro del caso - nella sua versione meno protetta - era stato concepito proprio per la cyber-difesa, riservato a partner selezionati. La rapidità con cui una capacità "difensiva" può diventare un problema di sicurezza per uno Stato è la prova plastica di quell'ambivalenza che Leone XIV aveva denunciato per tempo.

«Non serve un'IA più morale, se decisa da pochi»

Qui sta forse l'intuizione più scomoda dell'enciclica, e quella che il caso Anthropic illumina meglio. Il Papa non si accontenta di chiedere modelli più "etici" o "allineati" ai valori umani. «Non serve un'IA più morale, se questa morale è decisa da pochi», scrive. «Serve una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera e di proteggere gli spazi in cui le comunità possono ancora partecipare e interrogarsi» (n. 107).

La vicenda mostra entrambi i lati del problema. Da un lato, una società privata che aveva deciso da sola - secondo i propri criteri di sicurezza - quali capacità rendere accessibili e con quali limiti. Dall'altro, un intervento pubblico brusco, calato dall'alto, opaco nelle motivazioni. Magnifica Humanitas non offre una scorciatoia per schierarsi: chiede piuttosto che il potere, da qualunque parte si eserciti, sia «comprensibile, contestabile e sottoposto a controllo» (n. 164), e che resti «identificabile e verificabile» chi progetta, chi addestra, chi autorizza e chi impiega questi sistemi (nn. 105, 199). È il principio dell'accountability, che l'episodio americano disattende da più parti contemporaneamente.

I «nuovi monopoli» e il potere sulla verità

Ma è sotto la cronaca che l'enciclica scava più a fondo, ed è qui che la dottrina sociale della Chiesa rivela tutta la sua attualità. Per Leone XIV i dati, gli algoritmi, le infrastrutture e la potenza di calcolo rientrano nella destinazione universale dei beni: quando «restano concentrati nelle mani di pochi» - è il monito del n. 67 - generano «un nuovo squilibrio» che contraddice il bene comune. Lo stesso principio che la Chiesa applicava alla terra e al capitale, il Papa lo estende oggi al dato e al calcolo, e ne trae un invito di rara franchezza: «smascherare questa nuova asimmetria epistemica, economica e politica, nominando i nuovi monopoli dell'IA» (n. 109).

E c'è un livello ulteriore, che la disputa sull'accesso ai modelli lascia in ombra ma che il Papa pone al centro: il potere su ciò che consideriamo vero. Chi dispone di «potenti risorse tecniche ed economiche», scrive, può convincere moltitudini su «quale sia la verità sull'essere umano, sul mondo, sul senso dell'esistenza, sulla famiglia, persino su Dio». Lo chiama per nome: «puro potere privo di verità» (n. 133). Lo scontro fra un governo e un'azienda su chi possa "accendere o spegnere" un modello è, in fondo, soltanto la punta visibile di questo dominio più profondo.

Resta la cornice che dà il titolo all'enciclica: Babele e Gerusalemme. La torre è «l'opera concepita senza riferimento a Dio», che «sacrifica la dignità delle persone all'efficienza» (n. 7); la città di Neemia è responsabilità condivisa, ricostruita «pietra per pietra». Tra le due, il Papa è netto: «la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi» (n. 130).

La forza di Magnifica Humanitas sta proprio qui. Quattro settimane fa, prima ancora che un governo e un laboratorio si contendessero il diritto di governare un algoritmo, Leone XIV aveva già posto la domanda giusta: non se la tecnica vada usata bene, ma chi la tiene in mano e a quale fine. Il 12 giugno ha dato la conferma, se mai ne fosse servita una, che la domanda non era affatto astratta. E che, per ora, nessuno dei contendenti ha una risposta all'altezza.



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