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Rastrellare Rogoredo: il metodo Vannacci, tra caserma, nemici e provocazione permanente
Attualità16 agosto 2026

Rastrellare Rogoredo: il metodo Vannacci, tra caserma, nemici e provocazione permanente

Dal lessico militare alla ricerca continua di un avversario, fino alle interviste trasformate in terreno di scontro: così l’eurodeputato costruisce consenso parlando alla pancia di una parte della destra e sfruttando un sistema mediatico che continua a regalargli visibilità.

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Milano - «Saprebbe come rastrellare Rogoredo.» Lo ha detto Roberto Vannacci presentando l'ex generale Carmelo Burgio come candidato sindaco di Milano per Futuro Nazionale, e la frase ha innescato una polemica pesante. A Milano “rastrellamento” non è un termine neutro: richiama le retate naziste e fasciste contro i partigiani dell'agosto 1944, culminate nell'eccidio di piazzale Loreto. 

Ridurre l’episodio a una semplice gaffe, o liquidarlo come l’ennesima provocazione studiata per conquistare i titoli dei giornali, significa però fermarsi alla superficie. L’espressione «rastrellare Rogoredo» si inserisce perfettamente in un metodo comunicativo che Roberto Vannacci applica con notevole coerenza fin dai tempi de Il mondo al contrario, il libro autopubblicato che lo ha trasformato da generale pressoché sconosciuto al grande pubblico in un personaggio politico capace di costruirsi attorno un seguito autonomo e di pesare negli equilibri della destra italiana.

È proprio quel metodo, più dei singoli episodi, che merita attenzione. Perché aiuta a comprendere come Vannacci riesca a produrre numeri, visualizzazioni e attenzione mediatica. Numeri che, tuttavia, non certificano né la qualità di ciò che dice né tantomeno la fondatezza delle sue affermazioni. È uno degli equivoci più miseri dell’attuale dibattito pubblico italiano: confondere la popolarità con l’autorevolezza, il numero dei follower con la credibilità, le visualizzazioni con la competenza.

Si può avere un seguito enorme ed essere seguito soprattutto perché si è diventati uno spettacolo. Si può generare engagement perché le persone condividono un contenuto per indignarsi, deriderlo o mostrare agli altri l’ultima assurdità pronunciata. Anche il giullare di corte, del resto, aveva sempre gli occhi della sala puntati addosso. Non per questo governava il regno. È un meccanismo che, curiosamente, continuano a non comprendere anche alcuni personaggi del sottobosco social cosiddetto «cattolico», convinti che qualche migliaio di visualizzazioni trasformi automaticamente una caricatura digitale in una voce autorevole.

Vannacci, invece, questo meccanismo sembra averlo compreso benissimo. Se l’obiettivo è occupare spazio, produrre numeri e impedire che l’attenzione si sposti altrove, la provocazione deve essere sufficientemente grossolana da diventare irresistibile per il circuito mediatico: si pronuncia la frase più estrema possibile, arrivano le reazioni indignate, i quotidiani rilanciano, i talk show discutono, i social moltiplicano il contenuto e, nel giro di poche ore, il personaggio torna al centro della scena.

Il paradosso è che a rendere possibile questa strategia contribuisce proprio una parte del giornalismo italiano che pretende poi di denunciarla. Ogni volta che trasforma una provocazione di Vannacci in un titolo, ogni volta che ne rilancia ossessivamente una frase senza aggiungere contesto, verifica o analisi, gli consegna gratuitamente ciò che cerca: visibilità. E così il sistema mediatico finisce per lavorare per il personaggio che sostiene di voler criticare.

È qui che emerge il problema più serio. Non tanto Vannacci, che utilizza con abilità un ecosistema costruito sulla polarizzazione e sull’indignazione, quanto un’informazione incapace troppo spesso di sottrarsi alla trappola. Perché quando il criterio dominante diventa «fa clic», la distanza tra giornalismo e propaganda si assottiglia rapidamente. E il risultato è un dibattito pubblico sempre più povero, nel quale chi urla la frase più sgangherata ottiene più spazio di chi avrebbe qualcosa di serio da dire. Un sistema di bassa lega, verrebbe da dire. In questo caso, quasi letteralmente.

Il lessico della caserma

Il tratto più riconoscibile del discorso vannacciano sta nella continua trasposizione delle questioni sociali e amministrative dentro un vocabolario militare. Lo spaccio di droga viene descritto come un territorio da «rastrellare» e bonificare; le istituzioni europee, delle quali Vannacci fa parte in quanto eurodeputato, diventano il luogo di un «sabotaggio» da condurre contro quanti, secondo la sua lettura, starebbero lavorando alla distruzione dei «valori occidentali». Anche la politica migratoria viene ricondotta a questa grammatica attraverso il termine «remigrazione», mutuato dalla destra radicale internazionale e caricato, secondo diversi osservatori - tra cui il magazine online della Treccani - di una matrice identitaria vicina agli ambienti del suprematismo bianco.

Questa scelta delle parole ha conseguenze precise sul modo in cui viene rappresentata la politica. La città assume i contorni di un territorio operativo, l’avversario politico quelli di un soggetto ostile, l’immigrazione quelli di una pressione esterna da contenere e respingere. Termini come «rastrellare», «sabotare», «bonificare» o «remigrare» costruiscono progressivamente un immaginario nel quale ogni problema richiede un bersaglio, ogni difficoltà presuppone un responsabile e ogni risposta efficace deve mostrare forza, rapidità e capacità di comando. Ricorda molto quel “cattolicesimo alla Davide Prosperi” nel quale ci deve sempre essere un nemico da combattere.

Dentro questa cornice, la mediazione finisce inevitabilmente per apparire come debolezza. Il compromesso viene percepito come cedimento, la complessità come alibi, il confronto con l’avversario come perdita di tempo. Il linguaggio militare offre invece una rappresentazione molto più semplice e immediata della realtà: individua un nemico, definisce un campo di battaglia e promette un intervento risolutivo. È precisamente questa semplificazione a rendere la retorica di Vannacci efficace presso una parte dell’elettorato che considera la politica tradizionale troppo esitante, inconcludente e incapace di esercitare autorità. Nel suo discorso, governare significa soprattutto mostrare di avere qualcuno da affrontare e la determinazione necessaria per farlo. 

Vannacci parla soprattutto a un certo elettorato “boomer” che su Facebook trova il proprio habitat naturale: quello che affolla i post dei più giovani con insulti, invettive e commenti aggressivi, trasformando ogni discussione in una rissa verbale. Il generale intercetta precisamente quella pancia, ne raccoglie il risentimento e gli offre un linguaggio nel quale rabbia, nostalgia dell’autorità e insofferenza verso tutto ciò che viene percepito come nuovo o distante diventano materia politica.

Il nemico da isolare

Lo stesso schema regge la retorica di Vannacci sull'omosessualità e, più in generale, su ciò che lui stesso definisce diverso dalla maggioranza. Interpellato da Radio Libertà, ha dichiarato: «L'omofobia è una malattia psichiatrica». La frase è un gioco di prestigio semantico: scompone la parola nella sua radice, la fobia clinica, un disturbo psichiatrico riconosciuto, e riduce a quella sola accezione un termine che nel dibattito pubblico indica di norma un atteggiamento discriminatorio strutturale. Da qui la conclusione, rapida quanto scorretta sul piano logico: avendo superato tutte le visite mediche richieste per comandare reparti militari, lui non potrebbe soffrire di alcuna fobia, e dunque non potrebbe essere omofobo. Nella stessa intervista aggiunge, con tono ironico, di non temere chi ha gusti sessuali diversi dai suoi e di «non scappare come Dracula di fronte a un crocifisso», salvo poi bollare le rivendicazioni di tutela delle minoranze come pretese capaci di comprimere i diritti di chi sta nella maggioranza. La stessa mossa retorica ricompare su altri fronti. Interrogato se un reato contro una persona omosessuale debba essere considerato più grave di uno analogo contro una persona eterosessuale, ha risposto con un secco diniego. Il meccanismo è chiaro: negare che esistano forme di violenza strutturalmente legate all’orientamento sessuale per poter presentare ogni rivendicazione di tutela specifica come un privilegio indebito richiesto da una minoranza rumorosa a danno della maggioranza silenziosa.

La domanda che non cerca risposta

Il terzo tratto riguarda il modo in cui Vannacci gestisce la contestazione. Raramente risponde nel merito a una critica; più spesso la ribalta, trasformando l'accusa in un vanto o in una prova dell'ostilità pregiudiziale di chi lo attacca. Alla domanda se ritenesse le persone omosessuali “anormali”, come aveva scritto nel suo libro, ha replicato rivendicando la propria condizione, definendo l'anormalità «la mia scelta di vita», riferendosi alla propria carriera militare fuori dagli schemi. È un movimento tipico della sua comunicazione. Più che spiegare, sposta il terreno del confronto e costringe l'interlocutore a inseguirlo su un piano diverso da quello su cui era partita la domanda. Vale lo stesso per le accuse di sessismo o di insensibilità verso le vittime di violenza di genere, che liquida regolarmente come decontestualizzazione o processo alle opinioni, mai come argomenti da discutere nel merito.

È una strategia, e con interlocutori preparati mostra presto tutti i suoi limiti, però resta una strategia precisa. La adottano spesso anche certi personaggi che, dopo aver passato mesi a scrivere o dire qualsiasi cosa sui social network, finiscono trascinati davanti a un giudice. A quel punto cominciano le grandi dissertazioni sui massimi sistemi, i tentativi di spostare il discorso, le digressioni su libertà, diritti, complotti e questioni che hanno ben poco a che vedere con ciò che viene concretamente contestato. Il problema è che nelle aule di giustizia esistono regole della logica, del diritto e del processo che difficilmente si lasciano aggirare con una supercazzola. Ed è proprio lì che queste costruzioni retoriche, tanto efficaci sui social quanto fragili sul piano giuridico, finiscono spesso per schiantarsi contro il muro della realtà.

Vannacci, durante le interviste, riesce invece con una certa frequenza a cavarsela proprio attraverso continui spostamenti del terreno di confronto. Gli manca spesso, dall’altra parte, un giornalista sufficientemente preparato e rapido da interrompere il gioco, riportarlo alla domanda e impedirgli di trascinare la conversazione dove vuole lui. Una delle poche eccezioni è stata Marianna Aprile, che in televisione ha saputo ricordare al «generale» qual è il suo posto durante le interviste.

E qui mi si conceda una digressione, perché anche questi dettagli raccontano piuttosto bene un certo provincialismo italiano. Vannacci oggi svolge attività politica ed è eurodeputato. Eppure continua a essere presentato quasi ovunque come «il generale Vannacci», con quella deferenza tutta italiana verso il grado, la divisa e il titolo che sembra sopravvivere perfino quando la funzione che li giustificava appartiene ormai a un’altra fase della vita professionale. Rinunciare al «generale», per alcuni, sembra quasi equivalere a infliggere una ferita personale.

Lo stesso riflesso si vede con altri ex ufficiali diventati presenze fisse dei salotti televisivi. Il generale in pensione Luciano Garofano, per esempio, intervenuto ripetutamente nel dibattito mediatico sul caso Poggi, continua a rivendicare con particolare attenzione il proprio grado anche molti anni dopo la conclusione del servizio. Un uomo che, insieme alla sua «squadra», su quella scena del crimine ha lasciato dietro di sé più problemi che risultati e che ancora oggi, nonostante gli elementi emersi, continua a difendere quell’operato con ostinazione, anche quando l’evidenza sembra andare in tutt’altra direzione. Sono dettagli apparentemente insignificanti, e proprio per questo rivelatori: mostrano quanto peso possano assumere, in certi ambienti, il titolo, il grado e il riconoscimento formale della posizione occupata.

Del resto è lo stesso Paese nel quale il «dottore» viene distribuito con una generosità difficilmente riscontrabile altrove e nel quale persino una laurea triennale diventa, nella vita quotidiana, occasione per pretendere il titolo davanti al cognome. Una società innamorata delle qualifiche rischia inevitabilmente di attribuire al modo in cui una persona viene chiamata un’importanza superiore a quella che dedica a ciò che quella persona, concretamente, dice o fa.

Perché funziona proprio ora, a destra di Meloni

Questa grammatica del comando non sarebbe interessante quanto lo è se non stesse producendo un effetto politico misurabile. Futuro Nazionale, il partito fondato da Vannacci dopo la rottura con la Lega nel febbraio 2026, viaggia stabilmente tra il 5 e il 6 per cento nei sondaggi e in alcune rilevazioni ha già superato proprio la Lega. Il consenso arriva in larga parte da un elettorato di destra radicale che si sente tradito da Fratelli d'Italia e dalla Lega, percepite come partiti ormai addomesticati dalla responsabilità di governo.

È qui che si chiude il cerchio. Per una parte crescente dell'elettorato di destra, l'istituzionalizzazione di Giorgia Meloni non viene letta come il naturale prezzo del governare, ma come una rinuncia ai principi originari. Vannacci, oggi che non è al governo, offre esattamente ciò che un partito di governo difficilmente può permettersi: intransigenza senza mediazione, un nemico sempre disponibile da isolare, un linguaggio che promette azione immediata al posto della gestione paziente dei problemi. Ecco perché pezzi interi del gruppo parlamentare leghista, da Emanuele Pozzolo a Rossano Sasso, hanno scelto di seguirlo, e perché Palazzo Chigi osserva con crescente attenzione la sua ascesa.

Capire il fenomeno Vannacci significa allora meno inseguire la singola frase choc, quella su Rogoredo o quella sull'omofobia come malattia, e più riconoscere in quelle frasi la coerenza di un metodo. Un metodo che trasforma l'amministrazione della complessità in un'operazione militare contro un nemico designato, e che per questo attrae proprio chi, di quella complessità, non vuole più sentir parlare.

d.B.V.

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