Città del Vaticano - Questa mattina Papa Leone XIV ha presieduto la Santa Messa con i cardinali nella Basilica di San Pietro, all’Altare della Cattedra, aprendo la giornata centrale del Concistoro straordinario. Prevost ha riportato tutti all’essenziale: la preghiera, la sosta davanti a Dio, il primato dell’Eucaristia. L’unità invocata e indicata anche ieri non nasce da un equilibrio di posizioni, ma dall’altare del Signore, dove la Chiesa ritrova la sua sorgente e la sua misura. «L’unità attrae, la divisione disperde. Mi pare che lo riscontri anche la fisica, sia nel micro che nel macrocosmo. Dunque, per essere Chiesa veramente missionaria, cioè capace di testimoniare la forza attrattiva della carità di Cristo, dobbiamo anzitutto mettere in pratica il suo comandamento, l’unico che Egli ci ha dato, dopo aver lavato i piedi dei discepoli: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”», aveva detto ieri.

L’omelia pronunciata questa mattina dal Pontefice non è stata un’introduzione formale ai lavori, ma una vera chiave di lettura del Concistoro stesso e del servizio alla Chiesa che il Sacro Collegio deve offrire. E la liturgia, come avevamo anticipato, si è rivelata ispiratrice per il Papa. L’esortazione della Prima lettera di Giovanni - «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio» - è stata assunta dal Pontefice come chiave di lettura dell’intera giornata: il Concistoro non come luogo di strategie o di agende personali e di gruppo, ma come spazio di discernimento che oltrepassa le intenzioni umane e domanda di essere affidato, senza riserve, interamente al Signore.

Soffermandosi sul significato della parola Consistorium, Leone XIV ne ha proposto una lettura densa: “fermarsi”. Un verbo che descrive bene ciò che i cardinali hanno fatto scegliendo di sospendere impegni, viaggi e responsabilità pastorali per essere presenti. In un contesto sociale segnato dalla fretta e dall’efficientismo, questo fermarsi diventa un gesto profetico: sostare per pregare, ascoltare, riflettere, e tornare a fissare la meta. Senza questa sosta, ha ammonito il Papa richiamando san Paolo, si rischia di correre invano.

Il cuore dell’omelia è stato posto sull’Eucaristia come atto decisivo del discernimento. Sull’Altare, ha spiegato Leone XIV, devono essere deposti desideri, pensieri e progetti, insieme al dono della propria vita, perché tutto venga purificato e trasformato nel Sacrificio di Cristo. Solo così l’ascolto della voce di Dio diventa autentico e capace di tradursi in comunione reale, nel riconoscersi dono reciproco all’interno del Collegio. In questo orizzonte, il Papa ha delineato l’identità del Collegio cardinalizio: non un gruppo di esperti chiamati a produrre soluzioni tecniche, ma una comunità di fede. Le competenze e le doti personali trovano il loro senso solo se offerte al Signore e restituite, per grazia, a beneficio di tutti. L’amore di cui la Chiesa vive, ha ricordato, è amore trinitario e relazionale, fondamento di quella spiritualità di comunione indicata da san Giovanni Paolo II come via per la Chiesa del terzo millennio. Il “fermarsi” del Concistoro è stato così presentato come un grande atto d’amore: verso Dio, verso la Chiesa e verso l’umanità intera. Un atto che prende forma nella preghiera e nel silenzio, ma anche nello sguardo reciproco, nell’ascolto e nella condivisione delle responsabilità pastorali affidate ai cardinali nelle diverse parti del mondo. Con parole esigenti, Leone XIV ha richiamato la consapevolezza che tutto ciò che si porta in questo cammino è dono ricevuto, talento da custodire e far fruttare, non da trattenere o sprecare. Richiamando san Leone Magno, il Pontefice ha indicato lo stile con cui i lavori devono essere vissuti: collaborazione ordinata di tutti i membri del Corpo di Cristo, perché nessuno cerchi il proprio interesse ma quello degli altri, e perché il bene comune della Chiesa prevalga su ogni altra considerazione. Una visione che si radica nella storia bimillenaria della Chiesa e nella sua “poliedrica bellezza”, testimoniata anche dalla varietà di provenienze ed età dell’assemblea riunita. Non è mancato uno sguardo realistico sulle sfide del presente. Davanti a un’umanità affamata di bene e di pace, segnata da contraddizioni profonde, il Papa ha riconosciuto il senso di inadeguatezza che può attraversare anche i Pastori. Ma, come nel Vangelo, la domanda decisiva resta: «Quanti pani avete?». La risposta non è individuale, ma comunitaria. È insieme che si possono riconoscere e offrire quei “cinque pani e due pesci” che la Provvidenza non fa mancare, perché nessuno resti privo del necessario. Concludendo, Leone XIV ha ringraziato i cardinali per il servizio reso alla Chiesa e per la responsabilità condivisa con il Successore di Pietro, definita grave e onerosa. Prevost ha voluto concludere con le parole del santo ispiratore del suo ordine: la consapevolezza della propria povertà e la fiducia radicale nella grazia di Dio, da cui tutto viene e a cui tutto deve tornare.

Verso la conclusione ma non la fine…

Dopo la celebrazione eucaristica, la giornata prosegue secondo il programma del Concistoro. In mattinata, dopo la preghiera iniziale e l’introduzione, sono previsti i lavori di gruppo, seguiti da una pausa e dalle relazioni dei gruppi. A mezzogiorno trovano spazio gli interventi liberi sul tema, prima della recita dell’Angelus. Alle 13.00, il pranzo con il Santo Padre nell’Atrio dell’Aula Paolo VI segna un ulteriore momento di condivisione. Nel pomeriggio, la terza sessione riprende con la preghiera e l’introduzione, prosegue con nuovi lavori di gruppo, le relazioni e gli interventi liberi, fino all’intervento conclusivo del Papa e al Te Deum. Le parole pronunciate dal Papa questa mattina, il pranzo condiviso con i cardinali e quanto sta maturando nei gruppi di lavoro consegnano un’immagine profondamente evangelica della Chiesa: comunione, condivisione, preghiera. È una Chiesa che non si lascia definire da schieramenti o fazioni, perché appartiene a Cristo prima che alle logiche umane. Leone XIV lo sta richiamando con insistenza, invitando a guardare a questo stile e a lasciarsene correggere, perché diventi criterio concreto anche per le nostre realtà monastiche, parrocchiali, diocesane e seminariali.

d.G.B.
Silere non possum