Milano - Un embrione destinato a una donna è stato impiantato, per una concatenazione di sviste, nell'utero di un'altra paziente: è accaduto il 23 luglio scorso nel laboratorio del Centro di procreazione medicalmente assistita dell'ospedale San Raffaele di Milano, ma la vicenda è emersa pubblicamente soltanto nei giorni scorsi, quando il responsabile della struttura, Enrico Papaleo, ne ha ricostruito per la prima volta la dinamica.
La mattina in questione erano previsti due trasferimenti embrionali consecutivi, affidati a due biologhe che si dividevano i ruoli previsti dal protocollo: una incaricata dell'operazione materiale, l'altra della sua verifica. È proprio in questa architettura, pensata per moltiplicare le occasioni di controllo, che si è insinuato il primo scarto: una delle due professioniste ha letto la riga sbagliata nell'elenco delle procedure programmate per quell'ora, prelevando dagli incubatori il materiale della paziente indicata come B anziché quello della paziente A. La collega chiamata a confermare la corrispondenza ha verificato correttamente che le piastre appartenessero a B, senza però accorgersi che l'elenco assegnava quell'orario a un'altra paziente.
L'anomalia si sarebbe potuta ancora intercettare in sala operatoria, dove la sequenza dei controlli prevede un secondo passaggio: il confronto tra i dati della paziente, il braccialetto identificativo, la scheda di laboratorio e l'etichetta dell'incubatore contenente l'embrione da trasferire. Alla paziente A, entrata in sala, sono stati controllati braccialetto e scheda, risultati corretti; le due biologhe, tuttavia, erano convinte di aver già verificato anche le piastre destinate a lei (che invece erano quelle di B) e non hanno ripetuto il confronto decisivo. Lo scarto tra i dati scritti sul braccialetto e quelli riportati sull'etichetta dell'incubatore è così sfuggito a entrambe. Il trasferimento è avvenuto; l'errore è stato riconosciuto otto minuti più tardi, quando ormai non era più reversibile.
C'è un dettaglio che restituisce la dimensione quasi beffarda della vicenda: da tempo esiste, ed è utilizzato in diversi centri italiani, un sistema elettronico, noto come «Witness», capace di leggere in automatico i codici a barre o i tag RFID applicati a piastre, provette e contenitori, segnalando con un allarme sonoro ogni tentativo di abbinamento sbagliato. Al San Raffaele quel dispositivo era stato approvato appena due giorni prima, il 21 luglio, ma non risultava ancora installato: la struttura si affidava, in attesa dell'attivazione, esclusivamente al controllo incrociato tra due operatori umani, lo stesso meccanismo che il giorno dell'incidente si è rivelato permeabile a una distrazione condivisa.
Le conseguenze amministrative non si sono fatte attendere. L'Agenzia di tutela della salute (Ats) di Città metropolitana di Milano ha disposto la sospensione dell'attività del laboratorio per almeno quindici giorni, in attesa che vengano applicate le misure correttive indicate anche dal Centro nazionale trapianti; il Ministero della Salute ha avviato accertamenti propri, ancora in corso; la Regione Lombardia porterà il caso davanti alla propria Commissione sanità per valutare eventuali «non conformità» strutturali, non soltanto procedurali. Papaleo ha annunciato di aver già ordinato il sistema Witness e di aver rivisto la sequenza operativa in modo che nessuna piastra venga estratta prima che la paziente sia fisicamente presente e identificata in sala: un'inversione dell'ordine delle operazioni pensata, dice, per azzerare la possibilità stessa dell'abbinamento errato. La riapertura del centro è prevista per settembre.
Resta, sullo sfondo, una questione che eccede il singolo episodio. Le linee guida del settore avevano già individuato nel controllo manuale il punto più esposto della catena, tanto che lo stesso centro ammette di averne riconosciuto i limiti prima ancora dell'accaduto: la decisione di dotarsi di una tecnologia di tracciamento automatico era già presa, semplicemente non aveva fatto in tempo a diventare operativa. È il tipo di scarto, tra una misura di sicurezza approvata sulla carta e la sua effettiva messa in funzione, che raramente compare nei resoconti ufficiali, ma che in questo caso ha probabilmente determinato l'esito. A complicare il quadro si aggiunge la gestione della comunicazione alle famiglie coinvolte: la coppia che ha ricevuto l'embrione non proprio è stata informata il giorno successivo, mentre quella il cui embrione è andato perso ha atteso qualche giorno in più, dopo che la direzione ha scelto, in accordo con l'ufficio legale, di soppesare i tempi dell'annuncio. Una prudenza comprensibile sul piano procedurale, che tuttavia solleva interrogativi sul diritto delle pazienti a essere informate tempestivamente di quanto le riguarda in prima persona.
L'episodio, per quanto isolato nella storia recente della fecondazione assistita in Italia, offre una lente utile sull'intero comparto: mostra come procedure calibrate con estrema cura possano comunque cedere nel punto in cui si affidano interamente al fattore umano, e quanto sia sottile il margine che separa un protocollo scritto in modo impeccabile dalla sua reale tenuta quando la tecnologia pensata per sostenerlo non è ancora, letteralmente, accesa.

Il silenzio dei cattolici tradizionalisti
Su alcuni quotidiani e, soprattutto, sulle pagine di quei sedicenti cattolici che piegano la religione alle proprie battaglie politiche, quanto accaduto sembra non aver suscitato particolare discussione. Forse perché, questa volta, al centro della vicenda vi erano coppie eterosessuali. In Italia, infatti, l’accesso alla procreazione medicalmente assistita non è consentito alle coppie dello stesso sesso, e questo finisce spesso per trasformare un tema bioetico complesso in un terreno di scontro identitario.
Eppure, dal punto di vista della dottrina cattolica, la questione è assai più semplice e, soprattutto, non dipende dall’orientamento sessuale di chi ricorre a queste tecniche. La Chiesa giudica moralmente illecita la fecondazione artificiale in quanto separa la procreazione dall’atto coniugale, e mantiene questo giudizio anche quando a ricorrervi è una coppia eterosessuale sposata e vengono utilizzati i gameti dei due coniugi. È quanto affermano, tra gli altri, Donum Vitae del 1987, Dignitas Personae del 2008 e il Catechismo della Chiesa cattolica.
Il punto, dunque, dovrebbe riguardare la pratica in sé e le questioni etiche che essa solleva: la produzione e la selezione degli embrioni, la loro crioconservazione, il ricorso a donatori esterni e, come dimostrano vicende di questo genere, anche la possibilità di errori, scambi e manipolazioni all’interno di procedure affidate a laboratori, protocolli ed operatori umani. Una concezione distorta del desiderio di «avere figli a tutti i costi», a quanto pare, attraversa indistintamente orientamenti sessuali diversi. Se si vuole assumere sul serio la posizione della Chiesa, non è possibile invocarla soltanto quando coincide con una determinata battaglia politica o culturale. Il silenzio di fronte a casi che coinvolgono coppie eterosessuali finisce così per mostrare quanto, in certi ambienti, la bioetica venga affrontata selettivamente: non sulla base della gravità della questione, ma a seconda dell’identità delle persone coinvolte e della convenienza della polemica del momento. Insomma, nient’altro che semplice omofobia.
V.B.
Silere non possum



