Il cardinale Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano, torna a ragionare sul senso teologico della sinodalità in un'intervista rilasciata alla Radiotelevisione svizzera. Il porporato lega il tema a una vicenda personale che risale agli anni Settanta, quando insieme a Joseph Ratzinger e Hans Urs von Balthasar contribuì a fondare l'edizione italiana della rivista internazionale Communio, nata per proporre una lettura del Concilio Vaticano II lontana sia dalle chiusure tradizionaliste sia dalle derive progressiste.
Nel colloquio, il porporato riprende un'espressione che il giovane Ratzinger utilizzò nel 1962, quando auspicava che il Concilio liberasse il cuore della fede dagli "strati sclerotizzati" per restituirle slancio. Interrogato su quali incrostazioni gravino oggi sull'esperienza cristiana, Scola individua anzitutto una concezione della vita di fede che, pur generosa nelle intenzioni, resta passiva e incapace di sviluppare la creatività che pure intuisce. A questo si aggiunge, secondo il cardinale, un modo di intendere il rapporto con le dimensioni ultime dell'esistenza cristiana appesantito da tentativi velleitari, che finiscono per indebolire il progetto originario. Proprio su questo terreno, sostiene, la visione proposta da Communio può ancora offrire un contributo al dibattito teologico contemporaneo.

Il passaggio più rilevante dell'intervista riguarda però il rapporto tra sinodalità e comunione. Scola avverte che, qualora si perda di vista la radice comunionale del cammino sinodale avviato dalla Chiesa, il rischio concreto è quello di uno scivolamento verso una logica assembleare di tipo parlamentare, capace di sostituire la ricerca di consenso politico alla comunione ecclesiale. Per il cardinale la sinodalità resta anzitutto un metodo, uno strumento che racchiude in sé molteplici possibilità e che andrebbe presentato in modo da risultare, nelle sue parole, "affascinante e sostanziale" per chi vi si accosta.
Interpellato infine sul rapporto tra unità e pluralità all'interno della comunione ecclesiale, il prelato risponde che la comunione si realizza pienamente quando riesce ad andare oltre i dati acquisiti, puntando su quel "di più" che la parola stessa custodisce. Un'indicazione che, a suo dire, ha orientato fin dalle origini l'impostazione della rivista alla cui fondazione italiana ha contribuito.
Le sue parole giungono in un momento in cui il percorso sinodale voluto da Papa Francesco continua a interrogare la Chiesa sul proprio assetto istituzionale.
d.V.C.
Silere non possum



