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Social vietati agli under 15, la Corte boccia Macron: «Misura non proporzionata»
Attualità14 agosto 2026

Social vietati agli under 15, la Corte boccia Macron: «Misura non proporzionata»

Il Conseil constitutionnel annulla l’articolo centrale della legge francese. Troppo ampio il divieto, nessun margine per i genitori e insufficienti le garanzie sulla verifica dell’età.

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Parigi - Il Conseil constitutionnel ha cancellato il cuore della legge voluta da Emmanuel Macron per vietare l'iscrizione ai social network ai minori di quindici anni. Nella decisione n. 2026-911 DC, resa pubblica oggi, i nove membri dell'organo hanno giudicato l'articolo 1 del provvedimento contrario alla Costituzione: la restrizione imposta alla libertà di espressione, hanno scritto, non risultava adeguata, necessaria né proporzionata all'obiettivo perseguito dal legislatore.

Il ragionamento dei giudici muove dall'articolo 11 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789, che tutela la libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni. Data la centralità ormai assunta dai servizi digitali nella vita democratica e nella circolazione delle idee, quel principio implica anche la libertà di accedervi. Il Parlamento può certamente disciplinarne l'uso, ha ricordato il Conseil, ma ogni limitazione deve superare un vaglio di stretta proporzionalità.

Su questo punto la legge approvata dal Parlamento a luglio è stata giudicata carente sotto più profili. Il primo riguarda l'ampiezza della platea colpita dal divieto. La definizione di servizio di rete sociale utilizzata dal testo, hanno osservato i giudici, si applica a qualunque piattaforma che permetta agli utenti di connettersi, comunicare, condividere contenuti e scoprire altri profili, senza distinzione alcuna in base alle funzionalità offerte, ai contenuti veicolati o ai rischi effettivamente riscontrati. Le eccezioni previste, come le enciclopedie online, i repertori a vocazione educativa o scientifica e le piattaforme dedicate al software libero, sono state ritenute troppo circoscritte: restano fuori, ad esempio, i servizi collaborativi di condivisione legati a hobby o mutuo soccorso, le applicazioni di messaggistica con funzioni social e i giochi online dalle forti componenti comunitarie. Il risultato, secondo la Corte, è un divieto capace di colpire anche servizi per i quali nessun pericolo concreto per la salute o la sicurezza dei minori è stato dimostrato.

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Conseil constitutionnel
14 Agosto 2026

Il secondo nodo riguarda l'uniformità della misura. La legge si applicava indistintamente a tutti i minori di quindici anni, senza lasciare margine di valutazione né al ragazzo né a chi esercita la responsabilità genitoriale. Nessuna disposizione permetteva ai titolari della potestà, adeguatamente informati sui rischi e sulle garanzie offerte da un determinato servizio, di autorizzare comunque l'accesso del figlio nell'interesse di quest'ultimo. Un'interdizione così rigida, priva di qualunque considerazione per l'età, il grado di maturità o il contesto familiare del minore, non poteva secondo i giudici ritenersi compatibile con la libertà costituzionalmente garantita.

A questi rilievi si aggiunge una terza criticità, di natura diversa: la tutela della vita privata, anch'essa ricondotta dal Conseil all'articolo 2 della Dichiarazione del 1789. Per impedire l'accesso ai soli minori di quindici anni, le piattaforme avrebbero dovuto necessariamente accertare l'età di chiunque si iscrivesse, maggiorenni compresi. La legge, tuttavia, non stabiliva né i limiti entro cui questa verifica dovesse avvenire né chi fosse incaricato di trattare i dati raccolti a questo scopo. Mancando simili garanzie legali, hanno concluso i giudici, il legislatore aveva ecceduto la propria competenza esponendo al contempo la riservatezza degli utenti a un rischio non regolato.

Per questo insieme di ragioni l'articolo 1 è stato dichiarato incostituzionale, senza che il Conseil ritenesse necessario esaminare gli ulteriori argomenti sollevati dai ricorrenti sull'imprecisione delle sanzioni previste. Il collegio non si è invece pronunciato sul resto del testo, che i deputati firmatari del ricorso non avevano contestato.

La bocciatura colpisce una delle misure più identificative dell'agenda digitale del secondo mandato di Macron, annunciata più volte come priorità e approvata dal Parlamento dopo un iter parlamentare complicato. Il presidente ha reagito incaricando il primo ministro Sébastien Lecornu di elaborare una nuova versione del testo che tenga conto dei rilievi della Corte, chiedendo di procedere "nel minor tempo possibile". La scadenza del 1° settembre, fissata per il divieto sui nuovi account, salta dunque insieme all'impianto della norma.

La vicenda ha una portata che travalica i confini francesi. Parigi era stata la prima capitale europea a legiferare in questa direzione, prendendo a modello l'Australia, primo Paese al mondo ad aver introdotto un limite d'età per l'iscrizione ai social. Spagna e Regno Unito avevano annunciato l'intenzione di seguire lo stesso percorso, citando a loro volta l'esperienza australiana. La decisione del Conseil constitutionnel, con la sua analisi dettagliata dei limiti costituzionali di un divieto totale, offre ora a quei governi un banco di prova cui guardare prima di scrivere le rispettive proposte.

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