Pavia - Quarto Grado, la trasmissione di Rete 4 condotta da Gianluigi Nuzzi, ha trasmesso audio di colloqui tra Alberto Stasi e il suo difensore. Un fatto che dovrebbe bastare a scatenare uno scandalo nazionale. Non lo farà, naturalmente, perché in Italia queste cose non scatenano più nulla. Un popolo anestetizzato. Abituato. Rassegnato. Convinto che basti la pizza e la pasta a rendere un Paese valido. Ed è esattamente questo il problema.
Cosa dice la legge: un ripasso necessario per chi non l'ha mai imparato
Partiamo dai fondamentali, perché evidentemente ce n'è bisogno. Nuzzi ha studiato all’università della fotocopiatura, probabilmente. L'articolo 103 del codice di procedura penale italiano vieta in modo assoluto e categorico le intercettazioni dei colloqui tra imputato e difensore. Non è una norma elastica, non ammette interpretazioni creative, non prevede eccezioni legate all'importanza del caso o alla pressione dell'opinione pubblica. È un divieto secco, posto a presidio di qualcosa di essenziale: il diritto di ogni cittadino - qualunque cosa abbia fatto o sia accusato di aver fatto - di parlare liberamente con il proprio avvocato.
L'articolo 271 del medesimo codice va oltre e stabilisce che i risultati di intercettazioni acquisite in violazione di quel divieto non possono essere utilizzati in alcuna sede processuale e devono essere distrutti. Non conservati, non secretati, non messi in un cassetto in attesa di tempi migliori. Distrutti. Il legislatore ha scelto una parola precisa e definitiva, e lo ha fatto consapevolmente. Stiamo parlando di inutilizzabilità patologica: la categoria più grave che il nostro ordinamento conosca, quella riservata alle violazioni che toccano il nucleo irriducibile delle garanzie difensive. Quei colloqui, agli occhi della legge, non avrebbero mai dovuto esistere. E invece sono finiti in televisione.

Il divieto non è una formalità: è una garanzia sostanziale
Eppure qui non stiamo parlando di un'intercettazione legittimamente acquisita e poi impropriamente divulgata. Stiamo parlando di colloqui che non avrebbero mai potuto essere intercettati. E non solo per la questione dell'utilizzabilità processuale, che pure è dirimente. C'è un problema ancora più profondo e insidioso: anche quando quei colloqui non vengono prodotti in giudizio, il loro contenuto è già nella testa di chi li ha ascoltati. Se l’ investigatore sente l'imputato dire al proprio avvocato di aver nascosto l'arma del delitto sotto al letto, quella conversazione non potrà essere usata per provarne la colpevolezza in aula. Ma nulla impedisce a quel funzionario di andare sotto al letto a verificare. E se l'arma la trova, dirà semplicemente di averla trovata nel corso di una perquisizione. Il frutto dell'albero avvelenato è già stato raccolto, anche se nessuno lo ammetterà mai. È esattamente per questo che quei colloqui non avrebbero dovuto essere ascoltati in primo luogo, e non solo non utilizzati. Il divieto non è una formalità procedurale: è una garanzia sostanziale che non tollera scorciatoie. Quei colloqui avrebbero dovuto essere distrutti. Invece sono stati trasmessi in televisione. A poco importa il contenuto e il fine per cui sono stati resi pubblici. È una violazione che va oltre la CEDU, oltre i principi del giusto processo, oltre qualunque standard minimamente accettabile di civiltà giuridica. Siamo al calpestamento dei diritti fondamentali nella loro forma più elementare.
La filiera dello scandalo: dalla Procura allo studio televisivo
La domanda che nessuno ha il coraggio di fare ad alta voce è la più semplice: chi ha consegnato quegli audio a Quarto Grado? Non servono indagini sofisticate per rispondere. Solo la Procura aveva accesso a quel materiale. Solo chi gestisce i fascicoli, le bobine, gli atti del procedimento poteva estrarne i contenuti e recapitarli a una redazione televisiva. Non esiste altra spiegazione logicamente sostenibile, e chi finge di non vederlo mente a se stesso o agli altri.
Ma questo episodio non è un'anomalia. È la punta visibile di un iceberg che affonda in profondità nella cultura giudiziaria italiana. In Italia esiste una filiera consolidata e sistematica che collega gli uffici delle Procure alle redazioni di giornali e televisioni. Una filiera che opera nell'ombra, che non risponde a nessuno, che non viene mai seriamente indagata e che trasforma gli atti più riservati dei procedimenti penali - intercettazioni, informative, verbali di interrogatorio, relazioni tecniche - in contenuti di prima serata. Il meccanismo è sempre lo stesso. La Procura avvia un'indagine. Gli atti riservati cominciano a circolare. I giornalisti li ricevono, li pubblicano, li commentano. L'indagato viene processato e condannato dall'opinione pubblica prima ancora che un giudice abbia letto un solo atto. E quando il processo vero comincia, è già finito: il verdetto mediatico è stato emesso, e nessuna sentenza lo cancellerà del tutto. Questo non è giornalismo. È la partecipazione consapevole e interessata a un sistema che usa la gogna pubblica come strumento di potere. Non trovo alcuna differenza con ciò che si faceva in passato con le streghe, bruciate al rogo in pubblica piazza. Anche perché ciò che qualcuno non ha ancora capito è che, in merito a Garlasco, tutto ciò che è emerso in questi mesi veniva fatto uscire consapevolmente dalle Procure proprio al fine di ottenere reazioni. Mentre in televisione venivano diffuse mezze notizie, piccoli scoop e poco altro, nelle automobili, nei cellulari e nelle case le cimici ascoltavano le reazioni. Gli indagati venivano intercettati e ogni loro reazione veniva valutata per poterla poi strumentalizzare.
E nel frattempo si costruisce l'accusa sulla base di audio che nemmeno si sentono bene, su brogliacci trascritti da carabinieri con la terza media. Intanto il popolo brama di sapere, batte i bastoni per terra nell'attesa, in cerca di un colpevole da scorticare. E la verità ormai non è più possibile conoscerla, perché quegli stessi carabinieri che oggi trascrivono a piacimento le intercettazioni, ieri erano entrati sulla scena del delitto "danzando senza calzari". Le Procure ci guadagnano in visibilità: ci sono trasmissioni che hanno già fatto il santino del PM Napoleone, e questo si collega alla questione delle correnti e delle promozioni alle procure desiderate. Senza dimenticare che i giudici stessi vengono influenzati da giornali e televisione, oltre che dalla pressione sull'opinione pubblica. I giornalisti, dal canto loro, ci guadagnano in ascolti e lettori. Tutti ne escono soddisfatti, anche perché - solo in quell'occasione e non in altre, ovviamente - si grida alla "tutela delle fonti". A farne le spese è la giustizia, oltre alle persone coinvolte, ai loro familiari e ai loro amici.
I processi in televisione: una patologia tutta italiana
Il processo mediatico è la vera piaga del sistema giudiziario italiano, e nessuno ha ancora trovato il coraggio politico e istituzionale di affrontarla seriamente. Le norme sono state introdotte e qualcuno parla impropriamente di restrizioni per la stampa, ma questo non c'entra nulla con una limitazione della libertà di stampa: qui stiamo parlando di norme fondamentali a tutela della persona. La stampa deve raccontare i veri problemi e fare luce sui veri disastri del potere, non anticipare i giudizi dei giudici. Il problema, però, è che come al solito in Italia le norme non vengono rispettate. E mentre in un ufficio aziendale, se accade qualcosa, il responsabile ne paga le conseguenze, nelle procure i magistrati non rispondono dei reati che vengono commessi. Siamo sempre alle solite.
Il processo mediatico è stato la dannazione di Alberto Stasi ieri, ed è la dannazione di Andrea Sempio oggi. Ieri parlavano del ragazzino dagli occhi di ghiaccio, freddo e insensibile; oggi parlano di Sempio che muove gli occhi o non li muove, che ha amici o non ne ha, che ha la fidanzata o non ce l'ha. In questo quadro desolante, un posto speciale merita il fenomeno delle trasmissioni "a tifoseria": programmi che non fanno informazione giudiziaria ma la mimano, schierandosi con una parte, costruendo narrative preconfezionate e alimentando il processo mediatico con tutto il materiale che qualcuno si preoccupa di far loro recapitare. In un ordinamento che funziona, il processo si celebra in tribunale. Le prove vengono acquisite secondo regole precise, vagliate dal giudice, sottoposte al contraddittorio delle parti. L'imputato ha il diritto di difendersi, di contestare le accuse, di presentare la propria versione in condizioni di parità. Il pubblico può sapere cosa accade, ma non decide. Decide il giudice, sulla base degli atti processuali, non del sentiment televisivo.
In Italia questo schema è stato completamente sovvertito. Il processo vero è quello che si celebra negli studi televisivi, con i conduttori al posto dei giudici, i criminologi al posto dei periti, il pubblico a casa al posto della giuria. Le prove sono i materiali che qualcuno ha fatto uscire dalla Procura senza neppure sentire la difesa. Il contraddittorio è quello che il conduttore concede o nega a sua discrezione. A Quarto Grado, ad esempio, non c'è. La sentenza è l'opinione che si forma nell'opinione pubblica dopo mesi o anni di martellamento mediatico. Questo sistema produce mostri. Produce condanne mediatiche di innocenti che non vengono mai riparate del tutto. Produce assoluzioni giudiziarie che non vengono mai accettate dall'opinione pubblica perché il verdetto televisivo era già definitivo. Produce, in casi estremi, situazioni come quella di Alberto Stasi: un uomo condannato sulla base di indizi, mentre un nuovo indagato emerge e la Procura stessa sembra orientarsi verso una ricostruzione completamente diversa. Quanti anni di processo televisivo hanno contribuito a rendere impossibile un giudizio sereno? Nessuno lo ammetterà mai.
Nuzzi, ovvero il passacarte con il microfono
La più imbarazzante di queste trasmissioni è Quarto Grado. Il suo conduttore, Gianluigi Nuzzi, pubblica in prima serata colloqui tra un imputato e il suo difensore - atti che per legge non dovrebbero nemmeno esistere, che avrebbero dovuto essere distrutti prima ancora di finire in un fascicolo - con la disinvoltura di chi chiaramente non conosce neppure le regole deontologiche della professione. Ma sarebbe sbagliato stupirsi. Perché questa non è una novità: è esattamente il metodo con cui Nuzzi ha costruito l'intera sua carriera. Quando aveva la fissa passeggera per il Vaticano - una stagione che i più ricorderanno come una sequenza infinita di rivelazioni apocalittiche seguite da scarsissime conseguenze concrete - non faceva altro che pubblicare documenti fotocopiati presentandoli come se fossero prove di chissà quali verità nascoste. Il vero problema della Chiesa e del Vaticano, a parere di questo personaggio, sarebbero le metrature degli appartamenti di vescovi e cardinali. Stesso schema, scenari diversi. Un passacarte, insomma, con il microfono davanti e la telecamera puntata addosso. La differenza tra lui e un anonimo ricettatore di carte riservate è essenzialmente questa: la scenografia. Il problema non è Nuzzi in quanto tale. Il problema è che questo modello - ricevi i materiali, non fare domande sulla loro provenienza, mandali in onda - è diventato uno standard accettato e persino premiato dal sistema dell'informazione italiano. Finché sarà così, le Procure continueranno a trovare canali compiacenti attraverso cui orientare il racconto pubblico delle proprie indagini. E i diritti degli imputati continueranno a essere il prezzo che paga qualcun altro.

La Convenzione europea dei diritti dell'uomo: carta straccia
Veniamo al punto che dovrebbe far arrossire chiunque abbia a cuore la reputazione internazionale del Bel Paese. L'Italia ha ratificato la Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Ha sottoscritto impegni solenni davanti alla comunità internazionale: il diritto a un equo processo, il diritto alla difesa, la presunzione di innocenza, il diritto alla riservatezza delle comunicazioni. Non sono principi astratti: sono obblighi giuridici vincolanti, la cui violazione espone lo Stato a condanne davanti alla Corte di Strasburgo. L'articolo 6 garantisce il diritto a un processo equo. L'articolo 8 protegge la vita privata e la corrispondenza. L'articolo 6, paragrafo 3, garantisce specificamente il diritto dell'imputato di comunicare con il proprio difensore. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha già condannato l'Italia in numerose occasioni proprio per la gestione delle intercettazioni e per la loro pubblicazione mediatica. Proprio come ha condannato più volte lo Stato italiano per non aver tutelato la privacy dei propri cittadini coinvolti in vicende giudiziarie. Le sentenze sono numerose, e ogni volta dimenticate nel giro di una settimana. Nel frattempo gli italiani pagano i risarcimenti che lo Stato deve versare a causa di quelle decisioni.
Obblighi, peraltro, che qualche avvocato italiano è venuto a sventolare persino in Vaticano, accusandolo di essere uno Stato privo di garanzie. Ci sono state derive, certo, e sarebbe disonesto negarlo. Ma viene da chiedersi: questa sicumera, questo coraggio da tribuna, dove sparisce quando si tratta di stare in un'aula di tribunale italiana? Perché lì, ogni giorno, invece di alzare la voce davanti alle violazioni che pure conoscono benissimo, quegli stessi avvocati si siedono composti, abbassano il tono e si sottomettono al giudice e al Pubblico Ministero. Non per rispetto istituzionale. Per paura. Paura di ritorsioni su se stessi, paura di ritorsioni sui propri assistiti. Un coraggio a corrente alternata, insomma: altissimo quando non costa nulla, evaporato quando costerebbe qualcosa.
Un sistema che non vuole guarire
E nessuno, in Italia, sembra ritenere che valga la pena indignarsi davvero. La magistratura si autoprotegge. Il mondo dell'informazione si autoassolve. La politica guarda altrove. E i cittadini continuano a guardare la scatoletta a colori, ignari del fatto che quello che stanno guardando è la rappresentazione plastica del fallimento dello Stato di diritto. La verità scomoda è questa: il sistema che produce questi risultati non è difettoso. Funziona esattamente come chi ne beneficia vuole che funzioni. Le Procure hanno interesse a orientare il racconto mediatico delle proprie indagini. I giornalisti hanno interesse a ricevere materiali esclusivi. Gli editori hanno interesse agli ascolti. In questo triangolo di interessi convergenti, i diritti dell'imputato sono semplicemente irrilevanti. E ciò che è ancora più sconfortante è che questo aspetto non emerge mai nei report internazionali sulla libertà di stampa in Italia. Si parla sempre e solo dei giornalisti sotto scorta per le minacce della mafia, e per carità, è un problema reale e grave. Ma il problema più profondo e più pervasivo è un altro: in Italia il nemico della libertà di stampa non è la criminalità organizzata. È lo Stato. È il rapporto organico, opaco e mai davvero indagato che si è costruito nel tempo tra gli uffici del potere e le redazioni. E la responsabilità non è solo di chi le carte le passa. È anche - e forse soprattutto - di quei giornalisti che quelle carte le ricevono, le pubblicano e invece di chiedersi cosa stanno facendo, invece di ribellarsi a un sistema che li rende strumenti di potere, scelgono la via più comoda: l'acquiescenza. Che in questo caso non è solo una mancanza professionale. È una complicità. Riformare questo sistema richiederebbe volontà politica, coraggio istituzionale e una cultura giuridica diffusa che in Italia non esiste. Richiederebbe Procure che si comportassero da organi dello Stato e non da uffici stampa di se stesse. Richiederebbe giornalisti che si chiedessero come sono arrivati i materiali nelle loro mani prima di pubblicarli. Richiederebbe conduttori televisivi che conoscessero almeno i rudimenti del diritto processuale penale che pretendono di raccontare.
Richiederebbe, in una parola, serietà. E la serietà, nel Bel Paese, è merce sempre più rara.
d.E.A.
Silere non possum