Contro Il Fatto Quotidiano e contro il suo direttore Marco Travaglio si è messa in moto una macchina che non conosce tregua. A spingerla non sono lettori delusi né polemisti isolati. A spingerla sono gli altri giornali italiani, le televisioni italiane, l’informazione italiana nel suo insieme, schierata e compatta contro una sola redazione. Vale la pena domandarsi perché.

La risposta sta in un gesto semplice e scomodo. Quel giornale ha puntato i riflettori dove nessuno osa dirigerli. Ha rivolto una domanda all’uomo più potente della Repubblica.

Il caso Minetti

Il fatto è noto. Il 18 febbraio il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato la grazia a Nicole Minetti, condannata per favoreggiamento della prostituzione nel processo Ruby bis e per peculato. Il provvedimento è stato motivato con ragioni umanitarie, legate all’adozione di un figlio malato e bisognoso di cure all’estero. Il Fatto Quotidiano ha dato la notizia di un atto che il Colle avrebbe preferito mantenere riservato e ha poi messo in discussione la ricostruzione offerta attorno alla vicenda, chiedendo conto dei presupposti giuridici, politici e istituzionali di quella scelta.

Da quel momento è iniziato il ribaltamento. La questione non è stata più la grazia concessa a Nicole Minetti. La questione è diventata il giornale che aveva osato parlarne. Il bersaglio non è stato l’atto del potere, ma chi ha chiesto perché quell’atto fosse stato compiuto.

La risposta del Colle

Il Capo dello Stato ha chiesto alla Procura generale di Milano di compiere accertamenti. Il 3 giugno l’ufficio ha confermato il proprio parere favorevole, definendo infondati i fatti riportati dalla stampa. Il giorno successivo il Quirinale ha chiuso la vicenda, rivendicando la piena regolarità della procedura e ricordando che da oltre undici anni la grazia accompagnata dal parere positivo dei giudici viene concessa per prassi.

Sul piano formale, dunque, una risposta è arrivata. Sul piano politico e giornalistico, però, il nodo resta. La grazia non viene concessa a tutti, né viene concessa in modo automatico. È un potere eccezionale, affidato al Presidente della Repubblica, da esercitare con prudenza e in presenza di condizioni particolari. Lo stesso Quirinale, quando illustra l’istituto, spiega che si tratta di una misura straordinaria, chiamata a intervenire in situazioni specifiche, senza trasformarsi in una revisione surrettizia della sentenza pronunciata dai giudici.

Qui nasce la contraddizione indicata da Travaglio e dal suo giornale. Nicole Minetti non aveva scontato giorni di carcere. Non aveva ancora iniziato i servizi sociali. E, secondo la contestazione mossa dal Fatto, non emergeva neppure quel cambiamento di vita che in altri casi viene considerato elemento rilevante nella valutazione della clemenza. È su questo punto che il giornale ha insistito. È su questo punto che ha chiesto spiegazioni.

Il nodo della Procura generale

La risposta della Procura generale non è esaustiva ma anzi è problematica. In primo luogo, come ha spiegato Travaglio, non si chiede all’oste se il suo vino è buono. Si chiama a decidere su quella scelta qualcun altro. È ovvio che la Procura non si contraddirà, ci mancherebbe.

Non va dimenticato un particolare. In queste ore molti insorgono contro Travaglio sostenendo che la Procura generale sia un organismo terzo e, per questo, necessariamente imparziale. Sono spesso gli stessi che per mesi hanno attaccato i magistrati, invocando la separazione delle carriere e denunciando lo strapotere delle procure. Oggi, improvvisamente, la Procura diventa garanzia assoluta. Ieri era il problema da contenere. Domani, quelle stesse persone, saranno davanti alla casa dei Poggi a Garlasco a dire che i PM degli anni scorsi erano corrotti.

Certo, sul Referendum Travaglio si è trovato dalla parte di chi ha difeso una casta che avrebbe invece meritato ben altro sguardo critico. Questo però non cambia il punto. Anche chi sbaglia su molte cose può avere ragione su una questione precisa. La verità oggettiva esiste, e non perde consistenza solo perché a pronunciarla è qualcuno che altrove si è collocato dalla parte sbagliata.

Quando la tesi diventa una gabbia

Per comprendere perché sia difficile immaginare che il procuratore generale potesse smentire sé stesso, basta osservare ciò che accade abitualmente nelle indagini in tutte le procure italiane. L’articolo 358 del codice di procedura penale stabilisce che il pubblico ministero debba svolgere accertamenti anche “su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini”. È una previsione chiarissima. Nella pratica, però, accade raramente. Troppo raramente.

Quando un pubblico ministero si convince della propria tesi, spesso quella tesi diventa una gabbia. Da lì non lo sposti più. Neppure davanti a elementi che imporrebbero prudenza, revisione, dubbio. In certi casi, purtroppo, neppure davanti alla disperazione di chi finisce schiacciato da quel meccanismo. E qualcuno, ahimè, è arrivato davvero a togliersi la vita. Lo stesso vale quando un pubblico ministero non vuole indagare. In quel caso, semplicemente, non indaga. Può accadere che vi siano condizionamenti, interessi, perfino episodi corruttivi? Sì, certo. La cronaca giudiziaria conosce anche questi casi. Più spesso, però, la ragione è molto più banale e molto più grave: non gliene importa nulla. Basta pensare a ciò che accade nelle denunce comuni. Un cittadino si presenta davanti all’autorità e dice: “Questo è il link del post, questo è il link del profilo della persona che mi sta diffamando in modo evidente”. Eppure, può sentirsi rispondere che, in assenza del link, l’autore non è individuabile. Siamo a questo livello. Il cittadino, che è già vittima, deve perfino “prendere per il coppino” il pubblico ministero e spiegargli: “Il link è questo. Riesce a leggerlo, ha bisogno degli occhiali?”.

Per questo Travaglio non sbaglia quando afferma che i testimoni a carico non sono stati ascoltati “perché non hanno voluto sentirli”. È esattamente così. Quando la magistratura vuole compiere un atto, il modo lo trova. Se necessario, lo costruisce, lo forza, lo piega alla propria esigenza investigativa. Accade ogni giorno. Dunque, se quei testimoni non sono stati sentiti, il punto non è che fosse impossibile farlo. Il punto è che non si è voluto farlo.

Quando un magistrato accusa un giornalista di falso

Qui, però, la questione diventa ancora più complessa. Si può ritenere legittima la decisione del Colle. Si può giudicare insufficiente la ricostruzione giornalistica. Si può persino sostenere che gli elementi raccolti dal Fatto Quotidiano non bastassero a mettere in discussione la correttezza della procedura. Altro è consentire a un magistrato di scrivere, in un comunicato, in un’informativa o in una sentenza, che quel lavoro giornalistico è falso. Questo è un passaggio gravissimo, che non può essere lasciato scorrere come se fosse normale. Il punto è semplice. Se un giornalista scrivesse che un determinato pubblico ministero è colluso e non agisce secondo giustizia - ipotesi che la cronaca giudiziaria, purtroppo, ha conosciuto in diversi casi - quel magistrato presenterebbe querela. È accaduto spesso. E accade anche quando il fatto che è colluso è vero e provato, ahimè. È accaduto anche a Ermes Antonucci, che oggi fa il gradasso contro Travaglio, prendendolo di mira perché lo considera un avversario politico.

Eppure, si pretende di accettare senza fiatare che un pubblico ministero possa dire che un giornalista scrive il falso senza doverne rispondere davvero e senza offrire una prova adeguata di quella affermazione. Il cortocircuito è evidente: il giornalista risponde penalmente di ciò che scrive e di ciò che pubblica; il magistrato, invece, è collocato in una zona protetta, impermeabile alle conseguenze delle proprie parole. Per questo Travaglio si è giustamente indignato e ha annunciato querela. Ma il problema resta. Anche quando viene chiamato a rispondere, il pubblico ministero difficilmente paga per ciò che fa, per ciò che omette, per ciò che scrive. È uno dei nodi più gravi del sistema italiano: un potere enorme, capace di incidere sulla vita delle persone, sulla reputazione dei cittadini e sulla libertà della stampa, esercitato spesso senza una responsabilità effettiva proporzionata alla forza che detiene.

La credibilità come danno reale

Questo atteggiamento, inevitabilmente, ricade anche sui cittadini che da questi “servitori dello Stato” prendono esempio. Lo si vede ogni volta che si prova a chiamare gli odiatori da tastiera a rispondere dei reati che commettono. Davanti a diffamazioni evidenti, capita di sentirsi rispondere dal pubblico ministero: “Eh, vabbè, cosa avrà detto mai? Ha solo scritto che ciò che lei pubblica non è vero”. Come se fosse poco. Come se la credibilità professionale di una persona fosse un dettaglio trascurabile.

Eppure, il punto è esattamente questo. Il lavoro del magistrato dovrebbe fondarsi sulla fiducia dei cittadini nella giustizia. Il lavoro del giornalista, invece, si fonda concretamente sulla fiducia che i lettori ripongono in lui. Se qualcuno scrive falsamente che io agisco per conto di altri interessi, oppure che ho pubblicato cose false quando quelle cose sono vere, mi arreca un danno enorme. Perché una parte dei lettori potrà credere a quelle accuse, smettere di seguire il mio lavoro, mettere in dubbio la mia correttezza, non rinnovare un abbonamento, non sostenermi più. La differenza è sostanziale. Il magistrato percepisce uno stipendio pubblico, anche di settemila euro al mese, pagato con le tasse degli italiani, sia che i cittadini abbiano fiducia in lui sia che non ne abbiano. Il giornalista, soprattutto quando lavora fuori dai grandi apparati editoriali, vive invece della fiducia dei suoi lettori. Vive degli abbonamenti, del sostegno, della credibilità costruita giorno dopo giorno. Se qualcuno convince il pubblico che quel giornalista scrive falsità o agisce per interessi occulti, il danno non è astratto. È professionale, economico, reputazionale. Ed è spesso irreparabile. La differenza, dunque, è sostanziale. Si può dire di non condividere ciò che scrivo. Si può dire di non essere d’accordo, di non essere interessati, perfino di non credere alla mia ricostruzione. Questo appartiene al confronto pubblico ed è del tutto legittimo. Altro, però, è affermare che io dica il falso, che scriva il falso o addirittura che ciò che ho scritto sia stato smentito, quando quella smentita non c’è. La discussione sul tema sollevato da un giornalista è normale. Anzi, è necessaria. Fa parte del dibattito pubblico e del controllo reciproco tra informazione, istituzioni e cittadini. In questa vicenda, però, c’è qualcosa che va oltre la critica. C’è un linciaggio sistematico contro chi ha formulato la domanda scomoda all’idolo intoccabile del Paese. Ed è proprio questo il punto più grave: non si discute più della domanda, si tenta di punire chi ha avuto il coraggio di porla.

Informazione o deferenza

E credo sia qui che si misura la differenza tra chi fa informazione e chi esercita un altro mestiere. Chi oggi attacca Il Fatto Quotidiano finge che il Quirinale sia un luogo sottratto al controllo della stampa. Ragiona come se interrogare il Presidente della Repubblica costituisse di per sé una mancanza di rispetto, una forzatura, quasi un oltraggio all’ordine costituito. È un’idea pericolosa. Le istituzioni si rispettano prendendole sul serio. E prenderle sul serio significa anche chiedere conto delle loro decisioni, soprattutto quando quelle decisioni riguardano un potere tanto delicato come la Grazia.

Una domanda legittima non diventa illegittima perché chi la riceve offre una risposta. Il giornalismo vive di verifica, di dubbio, di rischio. Può sbagliare, può correggere, può rivedere la propria ricostruzione. Ma rinuncia a sé stesso quando decide in partenza che alcuni poteri non vanno disturbati. “Lo ha detto il magistrato”, “È scritto in sentenza”, “Lo ha detto Mattarella”. E allora? Un’informazione che si inginocchia davanti al potente di turno non tutela le istituzioni. Le consegna a una zona di intangibilità che in democrazia non dovrebbe esistere. La storia repubblicana insegna che le istituzioni più alte non vengono protette dal silenzio. Vengono protette dalla trasparenza. In questo caso il Quirinale ha risposto, ha rivendicato la correttezza della procedura, ha richiamato la prassi seguita da anni. Il problema, allora, non è la risposta del Colle. Il problema è il coro che, prima ancora di quella risposta, aveva già emesso la propria sentenza contro chi aveva osato chiedere.

Il riflesso è sempre lo stesso: quando il potere è abbastanza alto, la stampa italiana smette di controllarlo e comincia a custodirlo. I giornali che dovrebbero interrogare diventano scorta mediatica. I commentatori che dovrebbero verificare diventano “cerimonieri di corte”. Le televisioni che dovrebbero aprire il dibattito si trasformano in tribunali contro chi ha rotto il cerimoniale.

Il caso Minetti è stato così capovolto. La grazia è scivolata in secondo piano. La coerenza tra i criteri enunciati dal Quirinale e la decisione concreta è stata relegata ai margini. La responsabilità politica del Capo dello Stato è stata trattata come una materia troppo alta per essere affidata al confronto pubblico. Al centro è finito Il Fatto Quotidiano, colpevole di avere acceso una luce dove gli altri preferivano lasciare penombra.

Il bavaglio giudiziario

A rendere tutto più grave c’è un elemento che dovrebbe inquietare chiunque abbia a cuore la libertà di stampa. Sul giornale incombe la minaccia di una causa da duecentocinquanta milioni di euro, annunciata dal compagno di Nicole Minetti. Si sono levate perfino voci che invocano apertamente la chiusura della testata. Siamo davanti a una pressione che assume la forma del bavaglio. Una richiesta risarcitoria di simili proporzioni non cerca giustizia. Cerca intimidazione. Ed è l’ennesima conferma che il 56° posto dell’Italia nella classifica sulla libertà di stampa non è un incidente statistico, ma il riflesso di una malattia strutturale. Così come non sono astratti i richiami dell’Unione europea, che da tempo insiste sulla necessità di applicare norme capaci di proteggere i giornalisti dalle SLAPP, le cause bavaglio usate per logorare, spaventare e mettere a tacere chi informa.

Da fuori, l’Italia viene osservata per ciò che è diventata su questo terreno: un Paese in cui chi fa giornalismo può essere travolto da richieste milionarie, campagne di delegittimazione e pressioni giudiziarie sproporzionate. Altro che tutela della libertà di stampa. Qui siamo davanti a un sistema che spesso lascia soli i giornalisti e poi si stupisce se all’estero viene guardato con commiserazione.

Oltre Travaglio

Questo dovrebbe essere il punto comune, al di là delle simpatie personali. Si può detestare Travaglio. Si può non leggere Il Fatto Quotidiano. Personalmente non lo apprezzo anche e soprattutto per quella “deriva manettara” che hanno sempre guardando gli altri. Si può contestarne la linea, i toni, l’impostazione, le ossessioni, il linguaggio. Ma un Paese nel quale l’intero sistema dell’informazione si compatta per colpire l’unico giornale che ha interrogato il Quirinale dovrebbe porsi una domanda seria. Non per difendere un direttore. Per difendere sé stesso. Perché oggi il problema non riguarda solo Il Fatto. Riguarda il diritto della stampa di guardare verso il potere senza dover chiedere permesso. Riguarda la possibilità di porre domande anche quando sono scomode, anche quando si rivelano incomplete, anche quando provocano reazioni dure. Riguarda il confine tra informazione e deferenza.

Difendere il diritto di porre domande scomode non significa pretendere di avere sempre ragione. Significa custodire la funzione senza la quale nessun potere rimane davvero sotto controllo. Il giornalismo non è un ufficio relazioni pubbliche delle istituzioni. Non è il reparto comunicazione del Quirinale. Non è il servizio d’ordine del consenso nazionale. È un mestiere che esiste per disturbare la quiete del potere, soprattutto quando quella quiete viene presentata come responsabilità istituzionale.

La domanda resta

La domanda di fondo resta: perché la grazia a Nicole Minetti?

Il Quirinale ha dato la sua risposta. La Procura generale ha confermato il proprio parere favorevole. La procedura viene dichiarata regolare. Bene. Resta comunque pienamente legittimo chiedersi se quelle risposte siano davvero sorrette da prove solide o se abbiano piuttosto il sapore di veline costruite per coprire tutti i protagonisti della vicenda. Resta legittimo discutere l’opportunità politica di quella scelta, la sua coerenza con i criteri ordinariamente richiamati in materia di clemenza e il peso simbolico di una grazia concessa a una figura così riconoscibile nella storia giudiziaria italiana. È questo che Il Fatto Quotidiano ha fatto. Ha posto una domanda che altri non volevano porre. Ha indicato una contraddizione. Ha costretto il Colle a rispondere. In una democrazia normale, questo dovrebbe essere considerato un servizio pubblico. In Italia viene trattato come una colpa.

Per questo, oggi, chi ha a cuore la libertà di stampa dovrebbe stare dalla parte del diritto di quel giornale a continuare a chiedere, scavare, verificare, anche sbagliare e correggere. Non per adesione a Travaglio. Non per appartenenza a una parte.

Per una ragione elementare: se una domanda rivolta al Presidente della Repubblica diventa motivo di isolamento, se una testata viene minacciata con una richiesta risarcitoria monstre, se altri giornali arrivano perfino a invocarne la chiusura, allora il problema non è più Il Fatto Quotidiano. Il problema è lo stato dell’informazione italiana.

Marco Felipe Perfetti

Direttore Silere non possum

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