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Ungheria, il blackout dei media pubblici: Magyar spegne la propaganda, ma usa la grammatica di Orbán
Attualità08 luglio 2026

Ungheria, il blackout dei media pubblici: Magyar spegne la propaganda, ma usa la grammatica di Orbán

Dopo sedici anni di cattura del sistema informativo, il nuovo governo Tisza smantella per legge l’architettura mediatica costruita da Fidesz. Le garanzie ci sono, ma il metodo solleva una domanda decisiva: può nascere una stampa libera dagli stessi strumenti con cui fu piegata al potere?

Budapest - Uno schermo nero, poche righe bianche: «Il servizio pubblico non dovrebbe mentire. Ci scusiamo per averlo fatto così a lungo». È il messaggio che martedì 7 luglio 2026 gli ungheresi si sono trovati davanti sintonizzandosi su M1, il principale canale all-news della televisione di Stato. Poche ore dopo anche la radio pubblica Kossuth ha interrotto i programmi informativi, sostituiti dal segnale di Bartók Rádió, l'emittente di musica classica. I siti web delle due testate risultavano irraggiungibili.

Non un attacco informatico, non un guasto tecnico. È l'esecuzione di una decisione politica del nuovo governo di Péter Magyar, il leader del partito Tisza che ad aprile ha posto fine a sedici anni di governo di Viktor Orbán conquistando una maggioranza di due terzi in Parlamento. «Una giornata storica. Oggi termina la trasmissione della propaganda sui media pubblici», ha scritto Magyar sui social. «Mentivano di notte, mentivano di giorno, mentivano su ogni lunghezza d'onda. Ora è finita».

Gli atti: una legge, un fiduciario, un blackout

A fine giugno il Parlamento ha approvato, con 145 voti favorevoli e 39 contrari, una riforma complessiva del sistema dei media pubblici presentata dai deputati di Tisza István Hantosi, Márton Melléthei-Barna e Krisztián Kulcsár. Fidesz–KDNP ha votato contro; l'estrema destra di Mi Hazánk a favore. La legge dispone lo smantellamento dell'architettura costruita da Orbán nel 2011: MTVA, il fondo che gestisce i media pubblici, viene fusa in Duna Média Szolgáltató, che sarà ribattezzata Magyar Rádió és Televízió; l'agenzia di stampa MTI torna indipendente, con bilancio proprio; i mandati del presidente e dei membri del Media Council, nonché dei vertici di MTVA e Duna Média, cessano ex lege il giorno successivo alla promulgazione.

La norma prevede anche garanzie sulla carta significative: i nuovi amministratori delegati saranno selezionati con concorsi aperti, dai quali sono esclusi ex premier, ministri, sottosegretari, parlamentari, sindaci e funzionari di partito degli ultimi cinque anni; un Public Service Council di 18 membri - sei nominati dalla maggioranza, sei dalle opposizioni, sei dalle organizzazioni professionali - redigerà la Carta del servizio pubblico e valuterà annualmente l'operato dei vertici; dal 2028 i bilanci saranno approvati dal Parlamento con leggi triennali. Un nuovo Press Fund sostituirà MTVA nel ruolo di finanziatore, ma con destinatari diversi: media indipendenti, emittenti comunitarie, giornalismo conforme a standard deontologici riconosciuti.

Sul piano esecutivo, la settimana scorsa la Commissione Cultura del Parlamento ha nominato András Horváth - un avvocato, non un uomo di televisione - direttore generale ad interim con il compito di condurre l'audit legale e finanziario della struttura fino alla selezione dei dirigenti definitivi. Martedì mattina Horváth si è insediato nella sede di MTVA con il suo team di transizione. Nel giro di poche ore alcune figure di peso della tv di Stato sono state convocate e sospese, i notiziari fermati, il messaggio di scuse mandato in onda. In serata - simbolicamente alle 19:56, richiamo alla Rivoluzione del 1956 - M1 è tornata a trasmettere, ma solo film: i telegiornali riprenderanno gradualmente, «parallelamente alla formazione di una nuova redazione».

Il perché: sedici anni di cattura

Che il sistema mediatico ungherese fosse malato non lo dice solo Magyar. Tra il 2010 e il 2025 l'Ungheria è precipitata dal 23° al 68°-74° posto nell'indice mondiale sulla libertà di stampa di Reporters sans frontières. Fidesz, direttamente o attraverso imprenditori amici, era arrivata a controllare circa l'80% del mercato dei media. Nel 2021 le autorità di regolazione avevano tolto le frequenze a Klubrádió, l'ultima grande radio indipendente, decisione per cui l'Ungheria è stata condannata dalla Corte di giustizia dell'Unione europea. E la stessa Commissione europea, nel dicembre 2025, ha aperto una procedura d'infrazione per violazioni sistemiche del diritto UE in materia di libertà dei media - tardi, secondo molti osservatori, ma inequivocabilmente.

Il ripristino dell'indipendenza dei media pubblici era una promessa centrale della campagna di Magyar, che già nella sua prima intervista da premier eletto, proprio negli studi di M1, aveva definito l'emittente una «fabbrica di menzogne», paragonandone la linea alla propaganda nordcoreana.

Le reazioni: «tirannia» contro «giornata storica»

Orbán ha reagito nel giro di ore. «Un altro esempio della tirannia di Tisza», ha scritto su Facebook, invitando chi «è interessato alla verità» a sintonizzarsi su Hír TV, l'emittente legata a Fidesz, e annunciando il lancio di un nuovo canale di partito. In aula, i deputati di Fidesz hanno paragonato il blackout e le scuse forzate all'epoca comunista, parlando di «morte della democrazia». Le opposizioni contestano anche il metodo: la nomina di Horváth e l'intera transizione sarebbero avvenute senza garanzie procedurali adeguate, senza audizioni pubbliche, senza consultazione.

Sul fronte opposto, la stampa internazionale e le organizzazioni per la libertà di stampa registrano il fatto con favore, ma non senza cautele: trasformare i media pubblici in un sistema realmente indipendente, avvertono gli analisti, richiederà ben più di un cambio di vertici - servono garanzie durature sull'autonomia editoriale e sui meccanismi di finanziamento. C’è un elemento che dovrebbe far scattare una spia d’allarme: il nuovo corso non riguarda soltanto il servizio pubblico. Anche emittenti private riconducibili a imprenditori vicini all’universo orbaniano, come TV2, hanno registrato cambiamenti ai vertici editoriali, con la sostituzione di conduttori e responsabili delle news dopo la vittoria di Tisza.

Il metodo, però, è lo stesso

Il nostro compito è osservare queste vicende con lo sguardo di chi non prende parte e non fa propaganda. Proprio per questo dobbiamo analizzare con freddezza ciò che accade.

Non spetta al giornalista lasciarsi trascinare dall’entusiasmo per la caduta di un sistema che pure meritava di cadere.

Ciò che possiamo notare con un po’ di pelle d’oca è che tutto ciò che Magyar ha fatto è formalmente legale. Ma lo era anche tutto ciò che fece Orbán: la legge sui media del 2010, la creazione di MTVA nel 2011, l'azzeramento dei vertici, le nomine fiduciarie - ogni tassello della cattura del sistema informativo passò per il Parlamento, votato da una maggioranza di due terzi che poteva riscrivere persino la Costituzione. La legalità formale non è mai stata il problema: il problema era una supermaggioranza che piegava le istituzioni alla propria volontà, a ritmo forzato, senza contrappesi reali.

Oggi Magyar dispone della stessa supermaggioranza e la usa con la stessa grammatica: vertici decapitati per legge con effetto immediato, un fiduciario insediato dalla commissione parlamentare controllata dal suo partito, redazioni sospese in tronco, il tutto dentro un pacchetto - la cosiddetta «Operazione Purgatorio», con il diciassettesimo emendamento costituzionale che rimuoverebbe il presidente della Repubblica Tamás Sulyok - che rivendica apertamente di voler «epurare» le reti costruite dal predecessore.

E non dimentichiamo la frase pronunciata dal nuovo premier in Parlamento il 15 giugno, a proposito del quotidiano Mandiner: «Ne saremo i proprietari; dovremo determinare i contenuti che vi appariranno». Parole che nessun capo di governo di una democrazia liberale dovrebbe permettersi, e che sotto Orbán avrebbero - giustamente - scatenato l'indignazione europea.

Le garanzie scritte nella nuova legge - concorsi aperti, consiglio paritetico, ineleggibilità dei politici - sono reali ma finché restano sulla carta, ciò che si vede è un potere che smantella la propaganda del rivale con gli stessi strumenti con cui quella propaganda fu costruita. La storia ungherese degli ultimi sedici anni insegna che la libertà di stampa non muore quando si violano le norme: muore quando le norme vengono riscritte, legalmente, da chi ha i numeri per farlo. Chi ha combattuto Orbán per questo dovrebbe essere il primo a diffidare di chi lo imita, anche a fin di bene.

Non va dimenticato, poi, che esistono professionisti dell’informazione - quelli che chiamiamo giornalisti - che finiscono per adattarsi a questo sistema. Per garantirsi un posto, uno stipendio, una sopravvivenza professionale, producono ciò che il padrone si aspetta da loro. Qui il problema non è soltanto normativo. È più profondo. Riguarda l’onestà intellettuale, la libertà interiore, la capacità di non trasformare il giornalismo in un servizio reso al potere di turno. E questo, purtroppo, non cambia automaticamente con una legge: è prima di tutto una questione culturale.

E.S.
Silere non possum

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