STRASBURGO - C'è un coltello puntato alla gola di una donna, davanti a sua madre e a sua cugina, mentre in televisione scorrono le notizie sui femminicidi. Per un pubblico ministero della Repubblica italiana, quello è «chiaramente uno scherzo di cattivo gusto». Ci sono due bambini picchiati con la cintura, con il segno lasciato sul braccio. Per lo stesso magistrato, si tratta di «mere misure disciplinari» che non eccedono il diritto del padre di esercitare la potestà genitoriale. E ci sono gli stupri denunciati da una donna, consumati nel letto dove dormiva anche la figlia minore. Qui il pubblico ministero raggiunge il vertice: è difficile dimostrare che il marito fosse consapevole del mancato consenso della moglie, perché - testualmente - è «normale che gli uomini debbano superare un minimo livello di resistenza che ogni donna tende a manifestare quando è stanca della vita quotidiana e un uomo avanza una proposta sessuale».
Non è un dialogo da osteria. È il contenuto di una richiesta di archiviazione depositata il 5 novembre 2021 dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Benevento. Ed è oggi, parola per parola, nel corpo di una sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che condanna all'unanimità l'Italia per violazione degli articoli 3 e 8 della Convenzione.
La Corte è «colpita». Noi no.
Nella sentenza Ubeda e altri c. Italia (ricorso n. 9993/24), pronunciata il 2 luglio dalla Prima Sezione, i giudici di Strasburgo scrivono di essere «colpiti» (struck) dalle motivazioni con cui il pubblico ministero chiese l'archiviazione: motivazioni che - afferma la Corte - «riflettono una cultura sessista e stereotipata che deve essere bandita dalle aule dei tribunali nazionali». Le decisioni fondate su stereotipi, prosegue il ragionamento, contribuiscono all'accettazione della violenza domestica.
La Corte europea, per statuto, si stupisce. Chi conosce i tribunali italiani, francamente, non più. Perché Ubeda non è un incidente isolato: è l'ultimo anello di una catena che porta i nomi di Talpis (2017), J.L. c. Italia (2021, la sentenza sui «jeans» degli stereotipi giudiziari), Landi e De Giorgi (2022), M.S. (2022), fino alla recentissima Scuderoni (settembre 2025), citata a più riprese come precedente ormai consolidato. Strasburgo non sta più correggendo errori: sta descrivendo un sistema.
La mentalità fascista: “La famiglia è sacra”
Ma una domanda va posta: quante sono le vittime che a Strasburgo non arrivano mai? Quelle che si arrendono per sfinimento, dopo anni di rinvii e udienze fantasma. Quelle che non hanno i mezzi per sostenere un ricorso alla Corte europea, con i suoi tempi e i suoi costi. E quelle - ed è un altro nodo tutto italiano - che si sentono dire dal proprio avvocato di lasciar perdere, perché anche una parte del foro appartiene a quello stesso sistema e non ha alcun interesse a metterlo sotto processo. Sono moltissime. La signora Ubeda è l'eccezione statistica, non la regola.
Né c'è da stupirsi. Il pubblico ministero non è un passante: è il rappresentante dello Stato. E lo Stato italiano applica ancora oggi un codice penale che porta la firma di Alfredo Rocco e la data del 1930. Un codice concepito da un regime che considerava la famiglia una gerarchia da difendere, non persone da proteggere: il delitto d'onore è stato abrogato nel 1981, lo ius corrigendi - il "diritto di correzione" - sopravvive ancora come categoria mentale nelle richieste di archiviazione.
Il dato è già tutto nell’impiano del codice. Il reato di maltrattamenti - l'articolo 572 - non sta tra i delitti contro la persona: sta nel Titolo XI, tra i "delitti contro la famiglia". Il bene giuridico tutelato non è la persona picchiata, non è il bambino preso a cinghiate: è la famiglia come istituzione. Nella logica del legislatore del 1930, il maltrattamento non è grave perché ferisce una persona, ma perché turba l'ordine domestico. La vittima non è il soggetto della tutela: ne è l'occasione. Quando il magistrato di Benevento scrive che le cinghiate ai bambini sono "misure disciplinari" che non eccedono la potestà del padre, non sta improvvisando: sta recitando a memoria una cultura giuridica che ha quasi un secolo.
E quella cultura non risparmia nessuno, in nessuna direzione. C'è un'altra violenza che in Italia non viene mai nominata, mai valutata, mai perseguita: quella delle donne. La madre che picchia il figlio perché "lo deve correggere", perché "finché sei sotto questo tetto comando io". La moglie che alza le mani sul marito - esiste, ed è un tabù ancora più impenetrabile, perché l'uomo che denuncia viene deriso prima ancora di essere ascoltato. Anche lì il copione è identico: il pubblico ministero archivia parlando di "normali scene di vita familiare", la società applaude la genitrice severa, e la violenza cambia nome finché non è più violenza. Non osiamo immaginare quali aggettivi avrebbe trovato, per casi simili, la Procura di Benevento.
Questa, purtroppo, è l'Italia. Un Paese dove c'è ancora chi si racconta di vivere nel migliore ordinamento del mondo. La Corte di Strasburgo, sentenza dopo sentenza, sta compilando l'elenco delle ragioni per cui non è vero.
Il modulo prestampato
Se il capitolo penale è grottesco, quello civile è forse più inquietante, perché rivela il metodo. La ricorrente si era rivolta al Tribunale per i minorenni di Napoli nel maggio 2021: affido esclusivo, decadenza del padre dalla responsabilità genitoriale, autorizzazione a trasferirsi in Francia - dove aveva casa e rete familiare - e mantenimento per i figli.
La decisione definitiva arriva il 9 maggio 2024. Tre anni dopo. E come arriva? La Corte lo descrive con precisione chirurgica: un modulo prestampato, in cui le parti del testo standard non adatte al caso concreto erano state semplicemente barrate a mano, con poche aggiunte manoscritte. Nessuna analisi dei fatti. Nessuna valutazione delle dichiarazioni rese dai bambini in udienza sulle violenze subite. Nessuna parola - nessuna - sulle denunce di violenza domestica dettagliatamente esposte nel ricorso introduttivo. E nessuna pronuncia sul trasferimento in Francia né sul mantenimento: richieste che, annota la Corte, restano senza risposta ancora oggi, a più di quattro anni di distanza.
La Corte riconosce in questo esattamente ciò che il GREVIO - l'organo di monitoraggio della Convenzione di Istanbul - denuncia da anni: i tribunali civili italiani «non solo non riescono a rilevare i casi di violenza, ma tendono a ignorarli». Con l'effetto, scrive Strasburgo, di rafforzare e prolungare la sofferenza della vittima e la sua percezione che la violenza subita sia rimasta invisibile.
Il paradosso: tre anni di reclusione. Per le vittime.
C'è poi il rovesciamento che riassume tutto. Il presunto autore delle violenze non è mai stato destinatario di alcuna misura: nessun allontanamento dalla casa familiare, nessun divieto di avvicinamento, nulla. Le vittime, invece, hanno trascorso oltre tre anni in una casa rifugio: madre e due bambini in una stanza di quindici metri quadrati, con divieto di uscita dalle 20 alle 8 e la domenica pomeriggio, addio ad attività sportive e ricreative. I servizi sociali segnalavano rabbia, tristezza, sfinimento fisico e mentale, episodi di incontinenza nel bambino più piccolo. I minori arrivarono a nascondersi nel bagagliaio dell'auto della madre pur di non incontrare il padre agli incontri protetti.
La Corte lo dice senza giri di parole: la misura adottata ha imposto «un onere più pesante alle presunte vittime della violenza che al presunto autore». Le autorità non hanno mai valutato alternative - l'assegnazione della casa familiare, un ordine restrittivo, l'autorizzazione al trasferimento - né riesaminato nel tempo la proporzionalità di una misura che, nata come protezione, è diventata detenzione.
Quanto al processo penale: denuncia nell'aprile 2021, rinvio a giudizio nel febbraio 2024, e a gennaio 2025 - ultima data documentata agli atti - la prima udienza dibattimentale non si era ancora tenuta. Il Governo italiano, nelle sue osservazioni, ha sostenuto che «non si erano verificati ritardi». La Corte ha risposto in modo molto chiaro: condanna.
L'opinione concorrente: quando è il giudice a vittimizzare
Merita attenzione l'opinione concorrente della giudice Anna Adamska-Gallant, che spinge la riflessione un passo oltre la maggioranza. La vittimizzazione secondaria - sostiene - non è prerogativa della catena penale: può prodursi anche nelle aule civili e minorili. Nel caso di specie, il danno inflitto alle ricorrenti dalla condotta del Tribunale per i minorenni «ha ecceduto le conseguenze direttamente derivanti dalla violenza domestica denunciata». Questo, scrive, «non è altro che vittimizzazione secondaria».
È una tesi destinata a pesare. Perché sposta il baricentro: lo Stato non risponde solo di ciò che i suoi pubblici ministeri scrivono, ma anche di ciò che i suoi giudici tacciono. Il silenzio di un modulo prestampato può ferire quanto una frase sessista messa nero su bianco.
Il conto salato (che pagano gli italiani)
Quindicimila euro a ciascuna delle tre ricorrenti per il danno morale, più quindicimila per le spese. Sessantamila euro in tutto, a carico del contribuente italiano, per pagare le parole di un magistrato e i silenzi di un tribunale.
Ma il conto vero non è economico. È istituzionale. Uno Stato in cui un rappresentante della pubblica accusa può scrivere, nel 2021, che la resistenza di una donna allo stupro è fisiologica stanchezza da vincere, e in cui la decadenza dalla responsabilità genitoriale di un padre violento si liquida barrando a penna un formulario, non ha un problema di risorse o di organici. Ha un problema di cultura.
E la cultura, come ricorda Strasburgo citando il GREVIO e il CEDAW, non si riforma con i decreti legislativi. L'Italia ne ha approvati in abbondanza - dal «Codice Rosso» alla riforma Cartabia - e sulla carta sono strumenti persino validi. Ma una norma vale quanto la mano che la applica. E il Codice Rosso, nelle mani delle procure italiane, è diventato uno strumento a geometria variabile: si applica a chi si vuole, quando si vuole. Ci sono uomini vittime di stalking e di minacce che si vedono archiviare le denunce senza che la corsia preferenziale venga mai attivata; e ci sono, all'opposto, fascicoli aperti con la massima urgenza su accuse che poi si sgretolano ancor prima del dibattimento, perché non mancano coloro che hanno imparato a usare la norma come arma impropria - e trovano magistrati disposti a non farsi troppe domande. Il dramma, in fondo, è tutto qui: pubblici ministeri e giudici che talvolta perseguono fini diversi da quelli del codice, che coltivano prossimità inconfessabili con le parti in causa, e che soprattutto si disinteressano dei fascicoli e della verità che dovrebbero accertare. Così anche le norme buone muoiono: non abrogate, ma svuotate. La riforma vera passerebbe dalla formazione, dalla selezione e - quando serve - dalla responsabilità di chi indossa la toga. Tutte cose che in Italia restano tabù.
Dopo mesi e mesi di dibattito sulla riforma della giustizia, qualcuno si illude forse che una sentenza così pesante produca conseguenze? Che il CSM apra un fascicolo sul magistrato che ha messo nero su bianco quelle parole? Ve lo diciamo noi, risparmiandovi l'attesa: assolutamente no. Nessun procedimento disciplinare, nessuna valutazione di professionalità compromessa, nessuna carriera rallentata. Perché l'Italia funziona così: il giudizio che arriva da fuori i confini è, per definizione, il giudizio di chi non capisce; quello che si produce dentro è, per definizione, eccellenza. Strasburgo condanna? Non ha colto le specificità del sistema. Il GREVIO denuncia? Non conosce la realtà italiana. E intanto i risultati di questa autarchia dell'autostima sono sotto gli occhi di tutti: basta guardare quanta credibilità internazionale conservi, oggi, la giustizia di questo Paese.
d.V.B.
Silere non possum



