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"L’urbanistica non esiste”: Roberto Deriu e la città come arte della trattativa
Attualità08 agosto 2026

"L’urbanistica non esiste”: Roberto Deriu e la città come arte della trattativa

Nel nuovo saggio Deriu mette in discussione il mito del piano come strumento neutrale e propone un modello fondato su negoziazione, trasparenza e composizione degli interessi.

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Arriva in libreria un saggio che mette a nudo un paradosso familiare a chiunque abbia varcato la soglia di un ufficio tecnico comunale: la disciplina chiamata a disegnare le città quasi mai riesce davvero a farlo. L'urbanistica non esiste, ultima fatica di Roberto Deriu, porta alle sue conseguenze più radicali un'intuizione che l'autore ripete da oltre un decennio, in convegni e aule consiliari, raccogliendo sempre la stessa reazione: un mezzo sorriso, l'incredulità bonaria riservata alle provocazioni riuscite. Deriu chiarisce fin dalle prime pagine il senso di quella formula, presentandola come diagnosi maturata sul campo, in trent'anni di amministrazione. L'intero volume serve a dimostrarla.

Chi ha già incontrato Il principe della Repubblica, uscito quest'anno per Castelvecchi con la cura di Carlo Sanna e la prefazione di Arturo Parisi, ritroverà in queste pagine lo stesso autore e uno strumento già collaudato altrove. Deriu lo dichiara egli stesso nella premessa: da quel volume, dedicato alla democrazia come metodo, recupera la virtù della pazienza e la distinzione greca fra Chronos e Kairos, perché il territorio possiede tempi propri, che raramente coincidono con quelli di chi lo amministra. Il filo, del resto, attraversa l'intera sua bibliografia: da La democrazia rapita del 1998 a Scacco matto del 2011, fino a Vincere in politica con la trattativa del 2024, dove il metodo prese finalmente il nome che gli spettava. L'urbanistica non esiste ne rappresenta l'applicazione più concreta, calata su un terreno che l'autore conosce dall'interno: assessore al Comune di Nuoro dal 2000 al 2005, presidente della Provincia dal 2005 al 2014, oggi consigliere regionale in Sardegna, dove presiede il gruppo del Partito Democratico.

Una tesi in tre mosse

Il cuore del ragionamento sta già racchiuso nel titolo, e Deriu lo scompone in tre affermazioni distinte, ciascuna delle quali smonta un'illusione diffusa fra tecnici e amministratori. L'urbanistica non esiste come scienza autonoma: non c'è un sapere neutrale capace di disegnare la città dall'alto, perché ogni scelta di piano dipende dall'economia, dalla demografia e dalla politica, e la disciplina arriva sempre dopo, a dare forma a decisioni maturate altrove. Non esiste come potere effettivo: i piani regolatori vietano, vincolano, azzonano, ma restano lettera morta se manca l'accordo sociale che li sostiene, e un divieto privo di consenso genera unicamente richieste di deroga e contenziosi. Resta, allora, una cosa sola, la contrattazione. «Esiste la politica urbanistica, cioè la trattativa, non l'urbanistica», annota Deriu, condensando in una riga trecento pagine di argomentazione.

L'autorità di questa tesi non nasce da uno studio a tavolino. L'autore racconta di aver imparato a distinguere, quasi a colpo d'occhio, l'atto amministrativo che avrebbe prodotto qualcosa da quello destinato a produrre unicamente altri atti, e che la differenza non stava mai nella qualità tecnica del documento, bensì in ciò che gli era accaduto attorno: chi era stato ascoltato, chi convinto, chi indotto a rinunciare a qualcosa. «Il marciapiede sa cose che la tavola di piano ignora», scrive ricordando i suoi anni da assessore: dove la gente attraversa davvero, quale piazza vive e quale resta soltanto una campitura sul disegno.

Un viaggio nei secoli, fino alla Sardegna

Attorno alla tesi, il saggio costruisce un'ampia ricognizione storica che attraversa la griglia urbana dei greci, quando la società immobile consentiva al disegno di coincidere con la città, l'utopia correttiva e il piano totale del Novecento, la rivolta del marciapiede raccontata da Jane Jacobs contro i grandi progetti calati dall'alto, fino alla dissoluzione contemporanea della disciplina. L'ultima parte scende sul terreno normativo italiano e sardo, con un capitolo dedicato a quelle che Deriu chiama le «leggi endemiche»: un sistema che procede per deroghe successive, dal salva-casa statale recepito dalla Regione alle sentenze del Tar sardo, a conferma per via legislativa di ciò che la ricostruzione storica aveva già mostrato.

Il negoziato di principi, da Harvard al governo del territorio

La proposta finale del libro riprende un metodo che l'autore aveva già applicato alla politica in Vincere in politica con la trattativa: il negoziato di principi elaborato da Roger Fisher e William Ury nel celebre Getting to Yes, pubblicato nel 1981 nell'ambito dell'Harvard Negotiation Project e tradotto in Italia come L'arte del negoziato. Discutere sugli interessi anziché sulle posizioni, separare le persone dal problema, moltiplicare le opzioni prima di scegliere, misurare gli accordi con criteri oggettivi: sono i principi che Deriu, per sua stessa ammissione, ha messo alla prova «dove quegli studiosi non l'avevano pensato», nelle aule consiliari e ai tavoli dove il territorio si decide davvero.

Da questo metodo discende la proposta che chiude il volume: sostituire il tavolo chiuso, dove sindaco e costruttore si accordano al riparo dagli sguardi, con la conferenza aperta, dove il privato porta le proprie risorse e il pubblico i propri diritti, scuole, edilizia calmierata, spazi collettivi. Lo scambio rimane lo stesso, osserva l'autore, ma muta la natura dell'atto: da favore a contratto. «Il contratto si può leggere, discutere, migliorare; il favore si può soltanto sospettare», scrive, in una delle formule più efficaci del volume.

Milano, la conferma involontaria

Difficile leggere queste pagine senza pensare a ciò che sta accadendo in questi mesi a Milano, dove un'inchiesta che ha coinvolto oltre settanta persone, compreso il sindaco Giuseppe Sala, ha già portato alle dimissioni dell'assessore all'Urbanistica Giancarlo Tancredi e a un primo processo, quello sulla Torre di via Stresa, concluso il 16 giugno scorso con l'assoluzione di tutti gli otto imputati: secondo la sentenza, «c'era una prassi», e solo di recente la giurisprudenza era mutata. Sala resta comunque indagato in un diverso filone dell'inchiesta e ha più volte respinto pubblicamente, bollandola come un giudizio politico più che un rilievo giuridico, l'accusa di aver «sovvertito la democrazia urbanistica», espressione comparsa in una delle richieste della procura.

Al netto degli esiti giudiziari, ancora aperti, la vicenda milanese illustra con involontaria precisione la diagnosi di Deriu: una trattativa che comunque esisteva, condotta però in luoghi non visibili, fra pareri tecnici, commissioni paesaggio e atti la cui natura giuridica è oggi materia di contenzioso. È esattamente la domanda che il libro colloca al centro: quale sede scegliere per la trattativa che comunque avviene sempre, quella che lascia verbali e regole o quella che lascia soltanto sospetti.

Una politica che tratta

Il saggio si chiude su un'immagine che merita di essere riportata per intero, perché condensa l'intera operazione intellettuale di Deriu: «Alla fine resta ciò che c'era all'inizio, finalmente riconosciuto: la politica che tratta. Non una resa, ma il modo in cui una comunità decide di sé quando nessuno può imporsi da solo». È una conclusione meno rassegnata di quanto il titolo lasci intuire. Se l'urbanistica come disciplina autonoma appare un'illusione da abbandonare, la politica come arte della composizione degli interessi rimane, per l'autore, l'unico terreno su cui il governo del territorio può ancora dirsi legittimo, a patto di praticarla alla luce del sole.

M.P.

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