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Usa-Iran, l’accordo apre il negoziato ma lascia irrisolti i nodi principali
Attualità15 giugno 2026

Usa-Iran, l’accordo apre il negoziato ma lascia irrisolti i nodi principali

Il memorandum in quattordici punti conferma il cessate il fuoco e prepara sessanta giorni di trattative. Restano aperti il dossier nucleare, la sorte dell’uranio arricchito, le sanzioni, Hormuz e il fronte libanese.

Città del Vaticano - Domenica è arrivato l'annuncio di un accordo per chiudere la guerra tra Stati Uniti e Iran, ma a poche ore di distanza resta molto più ciò che non si sa di ciò che è stato davvero stabilito. La cerimonia di firma è fissata per venerdì 19 giugno in Svizzera, dove nei giorni successivi è in programma anche una riunione del G7. Eppure i contorni dell'intesa restano sfuggenti, al punto che lo stesso ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ammesso che il testo non è ancora definitivo e che potranno essere aggiunte ulteriori parti.

Ciò che si conosce è soprattutto la cornice. L'intesa prende la forma di un memorandum d'intesa in quattordici punti, mediato da Pakistan e Qatar e negoziato per Washington da Steve Witkoff e Jared Kushner, per Teheran dallo stesso Araghchi. Il documento conferma il cessate il fuoco già in vigore da aprile e apre una finestra di sessanta giorni per trattare l'accordo definitivo. È, in sostanza, un'intesa per cominciare a negoziare sul serio: la prima fase è la firma del memorandum, la seconda - e più difficile - il negoziato vero e proprio. A pesare c'è anche un dettaglio tutt'altro che secondario: l'accordo sarebbe stato approvato ai vertici iraniani ma, secondo le ricostruzioni, non dalla guida suprema Mojtaba Khamenei.

Il nodo principale - il programma nucleare - è esattamente ciò che il memorandum rinvia. Secondo le indiscrezioni raccolte da Axios, sul tavolo c'è una moratoria sull'arricchimento dell'uranio della durata di dodici o quindici anni: l'Iran ne aveva proposti cinque, gli Stati Uniti venti. Washington vorrebbe inoltre vietare l'uso degli impianti sotterranei, imporre ispezioni rafforzate dell'ONU - comprese verifiche a sorpresa - e ottenere il trasferimento all'estero dell'uranio altamente arricchito, possibilmente negli Stati Uniti. Ma è proprio qui che si misura la distanza tra le parti: Teheran ha sempre respinto la consegna del materiale e preferisce diluirlo mantenendolo entro i propri confini. In una telefonata al New York Times, Trump ha sostenuto che l'Iran potrà arricchire l'uranio solo a fini civili, minacciando però di riprendere gli attacchi militari qualora non si arrivi a un'intesa definitiva sul nucleare.

Sullo stretto di Hormuz l'annuncio è netto soltanto in apparenza. Trump ha promesso la riapertura immediata senza pedaggi e la fine del blocco navale sui porti iraniani, con il ripristino dei volumi di traffico pre-bellici entro trenta giorni. La chiusura dello stretto - da cui transitava circa un quinto del petrolio mondiale - aveva innescato una grave crisi energetica, e la sola notizia della tregua ha fatto scendere i prezzi del greggio. Ma il tratto di mare va prima bonificato dalle mine, e i tempi reali della normalizzazione restano incerti. Soprattutto, a poche ore dall'annuncio l'agenzia iraniana Fars ha riferito di una clausola inserita all'ultimo momento che ribadirebbe la sovranità di Iran e Oman sullo stretto e lascerebbe aperta la possibilità di un pedaggio: una versione che contraddice apertamente quella della Casa Bianca.

Anche sul fronte economico le certezze sono poche. Gli Stati Uniti sospenderebbero le sanzioni sulle esportazioni di petrolio e di prodotti petrolchimici, consentendo all'Iran di tornare a vendere greggio sui mercati internazionali, e si impegnerebbero a non introdurne di nuove fino all'accordo finale. La revoca completa delle sanzioni americane e di quelle dell'ONU, però, arriverebbe solo con l'intesa definitiva, in modo graduale e proporzionato al grado di collaborazione mostrato da Teheran: senza una data precisa, come ha chiarito una fonte statunitense ad Axios.

Resta infine il capitolo più scivoloso, quello di Israele e del Libano. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha annunciato che l'accordo riguarda «ogni fronte» della guerra, Libano compreso. Ma il governo di Benjamin Netanyahu non si è allineato. Il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che l'esercito resterà a tempo indeterminato nelle zone cuscinetto che occupa in Libano, oltre che in Siria e a Gaza; Itamar Ben Gvir ha negato che l'intesa vincoli in alcun modo Israele; Bezalel Smotrich l'ha definita un danno per Israele e per l'intero mondo libero. Nelle ultime settimane i raid israeliani sono proseguiti, fino a colpire Beirut nel weekend, irritando la stessa amministrazione statunitense.

Quel che emerge, in definitiva, è un annuncio costruito più sulla cornice che sui contenuti. Le parti hanno concordato di firmare un quadro e di continuare a parlarsi; tutto il resto - il destino del programma nucleare, le scorte di uranio arricchito, i tempi e la portata della revoca delle sanzioni, la riapertura effettiva di Hormuz, il fronte libanese - resta materia da negoziare, quando non apertamente contesa tra le versioni delle due parti. Finché non comparirà un testo condiviso e sottoscritto, l'intesa va letta per ciò che davvero è: un punto di partenza, non un punto d'arrivo.

d.E.R.
Silere non possum

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