L'8 dicembre 2025, Solennità dell'Immacolata Concezione, mentre a Roma Leone XIV firmava la Lettera Apostolica Una fedeltà che genera futuro, i vescovi del Paraguay si trovavano a Caacupé, ai piedi della Vergine venerata come Tupasy Caacupé, per firmare la Lettera pastorale sul Bene Comune «Date loro voi stessi da mangiare». Da questa coincidenza, che definisce «felice», parte il Cardinale Lazzaro You Heung-sik, Prefetto del Dicastero per il Clero, nel messaggio inviato ai sacerdoti paraguaiani in occasione della Giornata Nazionale del Clero 2026, promossa dalla Pastorale Presbiterale della Conferenza Episcopale nel quadro del triennio del Bene Comune 2026-2028. Il tema scelto: «Identità del sacerdote e profilo del ministero nel contesto attuale».
Le due Lettere, osserva il porporato coreano, «ricordano la stessa verità fondamentale: la fedeltà al sacerdozio e quindi il servizio al bene comune di un popolo sgorgano dalla stessa sorgente, il Cuore di Cristo». Il testo, datato 15 luglio 2026, è di fatto una rilettura sistematica della Lettera Apostolica di Leone XIV applicata alla situazione concreta della Chiesa paraguaiana.
Né funzionario del sacro né delegato della comunità
Il primo nucleo è l'identità. Il contesto attuale, riconosce You Heung-sik, interpella con forza: la secolarizzazione che lambisce anche popoli di radicata fede cristiana, la crescita delle comunità evangeliche e pentecostali, la cultura digitale, i giovani distanti dalla Chiesa «eppure assetati di senso», le campagne che si svuotano e le periferie che si dilatano. «Tutto questo non è una minaccia da cui difendersi, ma il terreno concreto in cui il Signore ci chiama oggi a essere pastori», scrive il Prefetto, richiamando il Documento di Aparecida.
Sulla scorta di Pastores dabo vobis, citata anche da Leone XIV nella Lettera Apostolica, il Cardinale rifugge ogni riduzionismo: il sacerdote «non è un funzionario del sacro né semplicemente un delegato e/o un rappresentante della comunità», ma un uomo realmente configurato a Cristo, preso fra gli uomini per rappresentare Cristo e la Chiesa davanti al popolo, e il popolo davanti a Dio. Un ministero che non è mai privilegio ma servizio, e che trova la propria identità «non nel potere, ma nella grazia di un amore totale e totalizzante».
Efficientismo, quietismo e mediocrità
Il passaggio più incisivo riguarda le tentazioni che minacciano la fedeltà sacerdotale. Leone XIV ne aveva indicate due: la «mentalità efficientista secondo la quale il valore di ciascuno si misura in base al rendimento» e «una specie di quietismo», il chiudersi in sé stessi rifiutando la sfida dell'evangelizzazione. You Heung-sik le declina dentro gli ambienti clericali: «Quante volte il nostro modo di parlare tradisce una mentalità per cui la bravura di un presbitero si misura dalla quantità di persone che frequentano la sua parrocchia. Quante volte, invece, spaventati dalla velocità del mondo, ci sentiamo sconfitti e tiriamo i remi in barca».
A queste due facce della stessa medaglia il Prefetto ne aggiunge una terza, «forse più sottile»: la mediocrità morale e spirituale, «quell'accomodarsi in una vita tiepida che non scandalizza ma nemmeno testimonia». E poi il monito: «Il ministero non è una carriera, né una scala di incarichi e di onori da salire. Chi vive il sacerdozio come ascesa sociale ha già smarrito il volto di Colui che, essendo il Maestro, si è chinato a lavare i piedi dei suoi discepoli».
Il bene comune ha un volto concreto
È qui che la Lettera Apostolica incontra la Lettera pastorale dei vescovi. Il bene comune, scrive You Heung-sik, non è un'idea astratta ma «la scuola del mio quartiere che educa nella maniera giusta, l'ospedale o l'ambulatorio medico che prende a cuore la salute di tutti, il giudice che non cede alla corruzione». E il Cardinale non evita i nodi della realtà paraguaiana: l'indigenza diffusa, «la terra che resta concentrata nelle mani di pochi mentre i contadini e le comunità indigene attendono giustizia», le baraccopoli che crescono ai margini delle città, i sacerdoti che nei barrios e nelle campagne «suppliscono ogni giorno alle carenze dello Stato con scuole, mense e presidi sanitari».
Il sacerdote che cammina verso la santità, precisa però il Prefetto sulla scia del Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, «non si fa uomo di partito, ma servitore del Vangelo»: forma le coscienze, si fa voce dei poveri, custodisce con trasparenza i beni della Chiesa «e respinge con fermezza ogni forma di corruzione, cominciando da casa propria». A sostegno, il presule usa una citazione dalla recente Enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV: la Dottrina sociale della Chiesa «non è soltanto una parola rivolta alla società: è anche un esame di coscienza per la Chiesa», chiamata a verificare che i principi che annuncia siano vissuti anzitutto al suo interno.
Il lago di Galilea e la scuola degli affetti
Nulla di tutto questo, avverte il Cardinale, si regge senza preghiera. Riprende l'immagine della Lettera Apostolica: «È come se ogni giorno il sacerdote tornasse al lago di Galilea, là dove Gesù chiese a Pietro "mi ami?", per rinnovare il suo "sì"». Quando la preghiera si spegne, «l'identità si dissolve nella funzione e il ministero diventa attivismo o stanchezza». Da qui la richiesta ai sacerdoti di non negoziare mai il tempo quotidiano dedicato al Signore: Eucaristia, Liturgia delle Ore, Lectio divina, Adorazione, Rosario, Confessione frequente e accompagnamento spirituale.
Ampio spazio anche alla formazione permanente, nel solco di Optatam totius e della Ratio Fundamentalis: non accumulo di corsi ma «memoria viva e attualizzazione costante della propria vocazione in un cammino condiviso», perché il Seminario, e con esso l'intera vita del presbitero, diventi «una scuola degli affetti» dove si impara «ad amare e a farlo come Gesù».
Sinodalità senza clericalizzare i laici
Sul versante della fraternità e della sinodalità, You Heung-sik richiama le tre relazioni che definiscono l'identità presbiterale: con il Vescovo, con i fratelli presbiteri e con i fedeli laici, «che più che collaboratori sono chiamati ad essere corresponsabili della missione della Chiesa». Con una precisazione che sgombra il campo dagli equivoci: lo stile sinodale caro al Santo Padre non consiste nel «moltiplicare le riunioni, democratizzare l'esperienza ecclesiale o, peggio, "clericalizzare" i laici», ma nel promuovere una collaborazione reale con i carismi del popolo di Dio. In una Chiesa sinodale e missionaria, cita dalla Lettera Apostolica, «il ministero sacerdotale non perde nulla della sua importanza e attualità».
«La prima pastorale vocazionale è un sacerdote felice»
L'ultimo nucleo è la cura delle vocazioni. A sessant'anni dal Concilio, il Papa attende «una rinnovata Pentecoste vocazionale», e il Prefetto traduce: la prima pastorale vocazionale è la testimonianza di un sacerdote felice. «Un giovane paraguaiano che vedrà il suo parroco pregare in profondità, amministrare i Sacramenti con gioia, annunciare la Parola con passione, vivere la fraternità con slancio e testimoniare la carità nel quotidiano, ascolterà più facilmente la voce del Maestro».
La chiusa affida i sacerdoti, i vescovi e i seminaristi del Paraguay alla Vergine di Caacupé, a San Rocco González de Santa Cruz e compagni martiri e alla Beata Chiquitunga, con le parole del Santo Curato d'Ars già scelte da Leone XIV a sigillo della sua Lettera: «Il sacerdozio è l'amore del cuore di Gesù». Una bellezza, conclude You Heung-sik, che «non l'abbiamo meritata, l'abbiamo ricevuta; non ci appartiene, ci possiede».
d.D.V.
Silere non possum



