Roma - Il 16 agosto scorso Silere non possum ha ricostruito il profilo pubblico di Tonino Cantelmi, psichiatra e consulente di parte dei coniugi Trevallion-Birmingham nel caso della «famiglia del bosco», soffermandosi sulle sue prese di posizione pubbliche degli ultimi vent'anni riguardo omosessualità e identità di genere. Nelle scorse ore il Presidente dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici (AIPPC) ha voluto rispondere, offrendo alla nostra redazione una ricostruzione ampia non solo del caso giudiziario, ma anche del proprio percorso su questi temi, comprese alcune affermazioni del passato su cui avevamo richiamato la sua attenzione. Lo ringraziamo per la disponibilità: pubblichiamo qui una sintesi del confronto, mentre in calce trovate il testo integrale delle sue dichiarazioni.
Chi è Tonino Cantelmi?
Prima di tornare sul caso, vale la pena ricordare anche il resto del profilo professionale di Cantelmi, così come lui stesso ce lo ha descritto. Attualmente dirige una delle strutture più grandi in Italia dedicate ad autismo, disabilità cognitiva e disturbi del neurosviluppo, dove segue i casi più gravi, ad alta necessità di sostegno e con disturbi comportamentali dirompenti. È inoltre presidente del Consiglio di Indirizzo dell'INMP, l'Istituto Nazionale per la promozione della salute dei migranti e il contrasto delle malattie della povertà, ente del Servizio Sanitario Nazionale attivo a favore dei migranti e nei contesti segnati dalla povertà. Dirige infine l'Istituto di Terapia Cognitivo-Interpersonale, dove svolge la propria attività clinica. È anche componente del Comitato Nazionale per la Bioetica. Ci ha detto che avrebbe preferito parlare soprattutto «del processo di de-istituzionalizzazione delle persone con disabilità che sta avvenendo in Italia» o «ai progressi evidence based della psicoterapia», ma di non volersi comunque sottrarre alle due questioni sollevate dalla nostra redazione.

Il caso della Famiglia del Bosco
Su alcune delle domande che gli abbiamo rivolto, Cantelmi ha spiegato di non poter entrare nel merito finché il procedimento relativo alla cosiddetta “famiglia del bosco” resterà in corso. In particolare, ha precisato che alcune delle frasi riprese dai giudici nell'ordinanza provengono dai documenti elaborati dai servizi sociali e che tali valutazioni sono state contestate dalla difesa in sede giudiziaria. Per questa ragione, allo stato attuale, ritiene di non poter discutere pubblicamente quei dettagli. Ha aggiunto che, quando il dibattimento potrà essere reso pubblico, sarà possibile rendere disponibili anche le relazioni predisposte dalla sua parte. Una cautela che comprendiamo e rispettiamo, proprio in considerazione della pendenza del procedimento.
Al di là degli aspetti sui quali Cantelmi non può entrare finché il procedimento è pendente, il senso della sua posizione è però chiaro. Lo psichiatra non sostiene che nella situazione della famiglia non vi fossero criticità: riconosce problemi relativi all’istruzione dei figli, alla continuità delle vaccinazioni, alla socializzazione e alle condizioni abitative. Il punto che pone è un altro, e riguarda la proporzionalità della risposta adottata. Secondo Cantelmi, quelle carenze avrebbero potuto essere affrontate attraverso prescrizioni, controlli e un percorso di progressivo adeguamento, senza arrivare necessariamente all’allontanamento dei bambini dai genitori.
È su questo aspetto che si concentra anche la controperizia di circa trecento pagine che Cantelmi aveva predisposto quando, nel dicembre 2025, gli avvocati dei due coniugi gli chiesero di coordinare il gruppo di esperti della famiglia. Cantelmi riferisce che gli accertamenti psichiatrici disposti nel procedimento non avrebbero evidenziato patologie psichiatriche o disturbi conclamati della personalità nei due genitori e sostiene che anche le valutazioni della Neuropsichiatria infantile di Vasto abbiano rilevato elementi favorevoli alla ricostruzione del rapporto familiare.
La questione, nella lettura dello psichiatra, diventa quindi quella del rapporto tra le effettive carenze riscontrate e una misura particolarmente invasiva come il collocamento dei minori fuori dalla famiglia. Cantelmi richiama, tra l’altro, il rischio del cosiddetto trauma da eradicamento, cioè la sofferenza provocata nel bambino dalla brusca separazione dal proprio ambiente affettivo e familiare. Un rischio che, naturalmente, può risultare inevitabile quando esistono abusi, violenze o gravi condizioni di pericolo, ma che secondo la sua valutazione imponeva, in questo caso, di chiedersi se non fossero disponibili strumenti meno traumatici.
È in questa cornice che Cantelmi interpreta anche le scelte radicali dei Birmingham-Trevallion: homeschooling, vita off grid, ambientalismo, riduzione dei consumi e un modello familiare fortemente distante dagli standard più diffusi. Scelte che egli stesso considera in alcuni aspetti discutibili e bisognose di correzioni, soprattutto nell’interesse dei bambini, ma che a suo giudizio non possono essere automaticamente sovrapposte all’incapacità genitoriale. La domanda che pone, dunque, non è se tutto nel progetto di vita dei coniugi fosse adeguato, ma se le criticità rilevate fossero sufficienti a giustificare l’allontanamento dei figli oppure richiedessero, prima di arrivare a quella misura, un intervento di sostegno e accompagnamento della famiglia.

Omosessualità, pedofilia e temi controversi
Nel nostro precedente articolo avevamo ricordato come, nel 2007, Cantelmi avesse distinto tra un presunto «modello gay» di carattere ideologico e un approccio terapeutico attento al «codice valoriale» del paziente. Tornando su quegli anni, oggi non rivendica quell'impostazione, ma la inquadra come una fase superata: «Nel 2007/2008 fui coinvolto in un dibattito sul tema della egodistonia nella omosessualità e della ricaduta identitaria delle scelte valoriali. Sostenevo la necessità che questa forma di sofferenza ricevesse ascolto in psicoterapia. [...] In varie interviste su giornali ho sempre affermato che l'omosessualità non è una patologia e che le cosiddette terapie riparative non erano scientificamente supportate. Nel 2014 in una dichiarazione che credevo potesse essere fatta a nome di tutti gli psicologi cattolici, decretai il requiem per ogni forma di terapia riparativa. Questo significa che negli ultimi due decenni tutti gli psicologi cattolici che si riconoscono nelle posizioni dell'AIPPC hanno fatto un percorso di crescita scientifica genuina. Quindi concordo con la Redazione che, al di là delle buone intenzioni, non abbia più senso parlare di egodistonia, rischiando di alimentare forme larvate di terapie di conversione.»
Sul nodo più delicato, quello della natura dell'omosessualità, la posizione che ci ha comunicato è altrettanto netta. Alla domanda diretta se la consideri una malattia o un peccato, Cantelmi risponde: «La Redazione mi chiede poi se l'omosessualità sia un peccato! Al di là del fatto che questa domanda andrebbe rivolta ad un prete, giacché uno psichiatra non è un moralista, se mi fosse rivolta in quanto persona, d'istinto direi che no, non è un peccato, come non lo è l'eterosessualità. Immagino che il peccato sia un'altra faccenda e per quanto mi riguarda attiene più all'enorme egoismo del mio cuore e alla mia incapacità di donarmi in modo autentico agli altri, senza essere capace di sospendere il giudizio».
È una distanza che vale la pena sottolineare. Nel nostro precedente articolo avevamo accostato Cantelmi ad Amedeo Cencini, sacerdote e psicologo più volte utilizzato dai vescovi nei seminari. In questo confronto fra Silere non possum e Cantelmi la differenza è emersa con chiarezza. Cencini, che in diverse occasioni pubbliche ha descritto «il vero omosessuale» come una persona «affamata di sesso», non ha mai preso un'analoga distanza pubblica da quelle affermazioni.
Il Direttore di Silere non possum aveva presentato una segnalazione formale all’Ordine degli Psicologi del Veneto il 22 marzo 2021. Il Consiglio dell’Ordine decise di archiviarla il 18 luglio 2022, comunicando l’esito al segnalante soltanto quattro mesi più tardi e motivando la decisione con l’affermazione che «non si sono ravvisate ipotesi di violazione del codice deontologico». Solo successivamente, di fronte alle reazioni suscitate tra psicologi e psicoterapeuti, l’Ordine ha fornito una diversa ricostruzione della vicenda, sostenendo che gli illeciti deontologici contestati a Cencini fossero in realtà prescritti, poiché segnalati da Silere non possum soltanto nel 2021. Un elemento tutt’altro che secondario, che però non compare nel provvedimento di archiviazione trasmesso al segnalante: la questione della prescrizione è stata infatti prospettata soltanto in un secondo momento, nelle dichiarazioni rese in ambito giornalistico.
Ci rasserena constatare che l'approccio di Cantelmi alla materia sia diverso da quello di Cencini. Cantelmi si confronta, risponde nel merito, riconosce un'evoluzione; con Cencini, nella nostra esperienza diretta, questo confronto non c'è mai stato.
Lo stesso Cantelmi, in questo scambio, distingue con chiarezza tra idee personali e comportamento professionale: «I casi di Giancarlo Ricci e di Amedeo Cencini dimostrano a mio giudizio che non è possibile trasformare gli Ordini in persecutori di opinioni, ma la deontologia riguarda l'esercizio della professione: occorre dimostrare che in quello specifico caso il professionista ha avuto un comportamento scorretto.» È un principio che condividiamo, ed è proprio quello che il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani sancisce. L'articolo 4 impone allo psicologo, nell'esercizio della professione, di rispettare «opinioni e credenze» di chi si avvale delle sue prestazioni, «astenendosi dall'imporre il suo sistema di valori», e di non operare «discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità». L'articolo 3 aggiunge che lo psicologo deve prestare «particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare l'uso non appropriato della sua influenza». Nella propria vita privata un professionista resta libero di credere e pensare ciò che vuole; è quando parla in veste di psicologo, nell'esercizio della professione, che quelle convinzioni religiose o politiche non possono guidare la prestazione. Proprio per questo consideriamo grave la scelta dell'Ordine del Veneto di archiviare la segnalazione su Cencini senza un vero approfondimento nel merito soprattutto alla luce del fatto che quest’ultimo ha sempre rivendicato le sue posizioni.
«In varie interviste su giornali ho sempre affermato che l’omosessualità non è una patologia e che le cosiddette terapie riparative non erano scientificamente supportate. […] Quindi concordo con la Redazione che, al di là delle buone intenzioni, non abbia più senso parlare di egodistonia, rischiando di alimentare forme larvate di terapie di conversione», ha sottolineato lo psichiatra.
Nel confronto con la nostra redazione, Cantelmi si è mostrato disponibile in un modo che raramente traspare dalle poche righe che i giornali normalmente raccolgono. Ha risposto nel merito, ha riconosciuto un percorso personale, ha accettato di misurarsi con domande scomode invece di respingerle come persecuzione. È esattamente ciò che ci si aspetta da un professionista chiamato pubblicamente in causa.
d.V.N.
Silere non possum
Dichiarazione del Dottor Tonino Cantelmi
Presidente dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici (AIPPC)
La questione della famiglia nel bosco
Nel dicembre del 2025 gli avvocati Marco Femminella e Daniela Solinas, entrambi anche con esperienze politiche e culturali progressiste (attualmente Marco Femminella è assessore all’urbanistica per la giunta di centrosinistra che governa la città di Chieti), mi chiesero di guidare il team degli esperti nel caso della famiglia nel bosco. Dopo aver esaminato le carte ho accettato. Il mio lavoro ha prodotto una controperizia di 300 pagine con centinaia di riferimenti bibliografici secondo la letteratura scientifica. Quando stavamo consegnando il lavoro, i coniugi Birmingham-Trevallion (il doppio cognome corretto sarebbe così perché in quella famiglia c’è il rifiuto di ogni forma di patriarcato) decisero di cambiare team legale e mi comunicarono la scelta di aggiungere al team un nuovo avvocato, con cui avevano già avuto scambi, a loro giudizio proficui. La proposta non fu accettata da Femminella e Solinas, che, con grande amarezza, si sono dimessi. Io ho consegnato il documento e il mio compito peritale terminò. Tuttavia, è rimasta una grande stima per i coniugi e dal cambio del team legale ad oggi pressoché tutta la comunicazione è gestita attraverso comunicati stampa del legale.
Ho accettato di aiutare i coniugi, perché dopo averli conosciuti ho capito che, a mio parere, si stava commettendo una profonda ingiustizia. Ovviamente esprimere questo parere non significa andare contro le istituzioni, che rispetto. Io stesso sono consulente di molti tribunali, ho collaborato con il Consiglio Superiore della Magistratura come perito, ho fatto perizie sui boss della camorra e su un boss della mafia per conto dei tribunali e in un paio di interviste sull’Avvenire ho espresso rispetto per le decisioni del Tribunale, pur contestandole nell’ambito della legittima attività peritale. I due coniugi, sottoposti a perizia psichiatrica, sono stati ritenuti dalla CTU “normali” e sani di mente, esenti anche da conclamati disturbi della personalità. Il mio documento, sulla base di una nutrita bibliografia scientifica, contesta radicalmente la presunta incapacità genitoriale dei coniugi, che sono uniti fra loro e sono adeguatamente affettuosi con i figli. Come è trapelato sulla stampa anche gli specialisti della Neuropsichiatria Infantile della ASL di Vasto hanno confermato ciò. Ed ecco il nodo della questione: in assenza di abuso, maltrattamento, violenza (anche assistita) e in presenza di genitori affettuosi, attivi, attenti e non delinquenti, tossicomani, mafiosi o camorristi, il prelievo dei bambini (avvenuto con il dispiegamento di 12 persone, la scorta di due Gazzelle dei Carabinieri, la sera quando era già buio) è stato un provvedimento adeguato rispetto alle problematiche rilevate? O rischia di generare più danni dei problemi indicati nell’ordinanza e che nessuno, tanto meno me, ne contestano la sussistenza? Questa domanda me la sono posta subito ed è intervenuta l’Autorità Nazionale Garante dell’Infanzia, la quale ha risposto alla mia domanda sottolineando proprio ciò che io evidenziavo. Vediamo le criticità. L’istruzione, innanzitutto. I due gemelli erano in età prescolare. Per la più grande, una scuola certificava il percorso di home schooling secondo il metodo steineriano. A mio parere i rilievi evidenziati dai servizi sociali erano tuttavia significativi. Si trattava però di concordare un percorso più stringente. Ricordo che in Italia la scuola parentale è un diritto riconosciuto dalla legge e comunque i genitori hanno accettato l’integrazione scolastica. Altro rilievo: le vaccinazioni. I bimbi avevano tutti effettuato le prime vaccinazioni, ma non avevano completato regolarmente il ciclo vaccinale. Ricordo che in Italia non vaccinare i figli da adito solo ad una sanzione amministrativa e comunque ora i bimbi hanno completato il ciclo vaccinale. Ulteriore criticità: la socializzazione. I coniugi ogni sabato incontravano altre famiglie neorurali con i loro figli. C’è ampia documentazione ed io ho ricevuto testimonianze dirette. Insufficiente? Secondo me sì, ma mi chiedo se i mesi in casa-famiglia (con adulti sconosciuti e nessun coetaneo presente, ma solo adolescenti con gravi problemi) abbiano risolto il problema o traumatizzato i bimbi. Comunque i coniugi hanno accettato di poter inserire i figli in un doposcuola. E infine la questione dell’abitazione e del bagno. I coniugi, il cui assetto valoriale fa riferimento ad un ambientalismo radicale e ad un pacifismo estremo, con rifiuto del dominio del danaro, dello spreco e del superfluo, hanno costruito un bagno a secco, fuori dall’abitazione, secondo i criteri degli ecovillaggi (c’è persino una normativa europea che incoraggia ciò). L’abitazione è riscaldata con legna raccolta nel bosco, illuminata da pannelli fotovoltaici e l’acqua è presa alla fonte (la stessa che rifornisce il Comune di Palmoli), senza alcuno spreco. Scelte di vita troppo radicali per i bimbi? Forse. Ma oggi i coniugi hanno accettato di vivere in una casa del Comune in attesa della costruzione di una piccola casa secondo i criteri più avanzati di ecoarchitettura. Questo caso è divisivo perché i coniugi hanno lanciato una sfida off grid al modello borghese. Il loro programma di vita, elaborato dopo un lungo percorso, incarna istanze pacifiste, ecologiche e di radicale rifiuto della modernità sicuramente discutibili, ma che andavano ascoltate e gestite, nell’interesse dei minori, cercando di provocare il minor danno possibile. Nei bambini noi abbiamo documentato e consegnato al Tribunale la sofferenza relativa al trauma da eradicamento, che peraltro è documentata in letteratura in tutti i casi di prelievo. Ovvio che se il prelievo è giustificato da abusi o maltrattamenti, il trauma è un prezzo da pagare per migliorare la condizione del minore. Purtroppo, in Italia, come è accaduto a Bordighera, dove una bimba di due anni è morta per le violenze subite in famiglia, non sempre riusciamo ad intercettare i casi dove sarebbe assolutamente necessario intervenire. Le osservazioni della Neuropsichiatria Infantile di Vasto, come già riportato dalla stampa, confortano le nostre osservazioni e condividono l’urgenza di restituire questi bimbi ai loro genitori.
La questione ideologica
Nel 2007/2008 fui coinvolto in un dibattito sul tema della egodistonia nella omosessualità e della ricaduta identitaria delle scelte valoriali. Sostenevo la necessità che questa forma di sofferenza ricevesse ascolto in psicoterapia. Già all’epoca, sia nei due libri scritti insieme a molti autori, laici e cattolici, che nei dibattiti scientifici con il Prof. Lingiardi e tanti altri, fu necessario ribadire che le posizioni scientifiche di tutti, cattolici e laici, coincidevano sull’affermazione che la condizione di omosessualità di per sé non è patologica esattamente come la condizione di eterosessualità. In quell’epoca parteciparono al dibattito anche gli Ordini degli Psicologi. In varie interviste su giornali ho sempre affermato che l’omosessualità non è una patologia e che le cosiddette terapie riparative non erano scientificamente supportate. Nel 2014 in una dichiarazione che credevo potesse essere fatta a nome di tutti gli psicologi cattolici, decretai il requiem per ogni forma di terapia riparativa. Questo significa che negli ultimi due decenni tutti gli psicologi cattolici che si riconoscono nelle posizioni dell’AIPPC hanno fatto un percorso di crescita scientifica genuina. Quindi concordo con la Redazione che, al di là delle buone intenzioni, non abbia più senso parlare di egodistonia, rischiando di alimentare forme larvate di terapie di conversione.
Sempre in quegli anni c’era un pregiudizio nella Chiesa Cattolica, che riscontrai nelle parole del Cardinal Bertone, che affermò che il problema della pedofilia nella Chiesa era legato all’omosessualità. Lì intervenni pubblicamente: la pedofilia è l’attrazione per bimbi o bimbe prepuberi ed i dati dell’epoca affermavano che fosse più frequente negli eterosessuali. I casi relativi ai preti, cui faceva riferimento il Cardinal Bertone, pur essendo abusi perché riguardavano i minori, non erano riferibili alla pedofilia, perché si trattava di adolescenti. Le mie parole credo che abbiano contribuito a spezzare un legame improprio e un pregiudizio. I casi di Giancarlo Ricci e di Amedeo Cencini dimostrano a mio giudizio che non è possibile trasformare gli Ordini in persecutori di opinioni, ma la deontologia riguarda l’esercizio della professione: occorre dimostrare che in quello specifico caso il professionista ha avuto un comportamento scorretto. In modo particolare conobbi Ricci, uno psicoanalista molto distante da me, però un galantuomo e confermo la solidarietà che espressi allora alla persona. Il dibattito è il vero strumento di crescita. La Redazione mi chiede poi se l’omosessualità sia un peccato! Al di là del fatto che questa domanda andrebbe rivolta ad un prete, giacché uno psichiatra non è un moralista, se mi fosse rivolta in quanto persona, d’istinto direi che no, non è un peccato, come non lo è l’eterosessualità. Immagino che il peccato sia un’altra faccenda e per quanto mi riguarda attiene più all’enorme egoismo del mio cuore e alla mia incapacità di donarmi in modo autentico agli altri, senza essere capace di sospendere il giudizio. Mi viene in mente che in passato mi fu rivolta una domanda che più o meno suonava così: la persona omosessuale può essere felice? Anche lì risposi d’istinto: certo che lo può! Forse il vero tema da mettere a fuoco è proprio la questione della felicità, come un diritto di tutti.
La Redazione mi sollecita a chiarire se le mie posizioni sono cambiate negli ultimi 20 anni: si, così come si evolve il pensiero scientifico. Pur con una certa attenzione alle questioni antropologiche e alle premesse valoriali di ogni posizione, la mia scelta consapevole, condivisa oggi da tutti gli studiosi di matrice cattolica, è l’adesione al metodo scientifico. Quando studiavo negli anni ’90 la psicoanalisi aveva tanti pregiudizi sull’omosessualità, oggi è proprio la psicoanalisi a portare conoscenze totalmente opposte. Questo è solo un esempio (che non mi riguarda non essendo uno psicoanalista), ma vale per tutti noi.
Dott. Tonino Cantelmi
Psichiatra



