Domenica
16 agosto 2026
Anno V
QUOTIDIANO INTERNAZIONALE INDIPENDENTE
Domenica, 16 agosto 2026 · Anno V
Dalla psicologia alla crociata culturale: il caso degli psicologi "cattolici"
Attualità16 agosto 2026

Dalla psicologia alla crociata culturale: il caso degli psicologi "cattolici"

Quanti danni può fare un professionista che non agisce seguendo la scienza? È una domanda che gli ordini professionali, in Italia, non si fanno. Nel frattempo l’ennesimo “psicologo cattolico” ora si butta nella battaglia ideologica della “famiglia del bosco”.

ASCOLTA L'ARTICOLO
00:00 / 00:00

La cosiddetta «famiglia del bosco» rappresenta l’ennesimo caso di una situazione familiare profondamente problematica che, in Italia, una parte dell’opinione pubblica ha finito paradossalmente per trasformare in un modello da difendere. La contraddizione è evidente: mentre nel dibattito politico si invocano espulsioni, rimpatri e rigore nei confronti degli immigrati, davanti a questi due genitori stranieri c’è chi reclama protezione, sostegno pubblico e persino la concessione di un’abitazione.

Attorno a una vicenda giudiziaria nella quale, fortunatamente, il tribunale italiano competente è intervenuto con tempestività e fermezza - circostanza tutt’altro che scontata nel nostro sistema - si sono progressivamente raccolti anche due personaggi la cui esposizione pubblica va ben oltre la specifica battaglia legale che hanno deciso di sposare. Ed è difficile considerare casuale il loro coinvolgimento: questa storia offre infatti un terreno ideale per conquistare visibilità, costruire una narrazione identitaria e presentarsi come paladini di quella parte del Paese che tende a leggere anche questioni delicate come la tutela dei minori attraverso una lente prevalentemente ideologica.

Lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente di parte dei coniugi Trevallion-Birmingham, e l'avvocato Simone Pillon, subentrato a maggio come loro difensore, non sono volti nuovi nel panorama del cattolicesimo di estrema destra italiano. Le loro prese di posizione precedenti aiutano a comprendere con quale bagaglio si sono presentati in questa causa, e sollevano un interrogativo che riguarda l'intero sistema degli ordini professionali del Paese.

Un consulente con una lunga storia ideologica

Cantelmi guida da anni l’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici (AIPPC), insegna alla Pontificia Università Gregoriana e, nel 2020, papa Francesco lo ha nominato consultore del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Un curriculum che gli ha garantito nel tempo un riconoscimento significativo negli ambienti ecclesiastici e una posizione di interlocutore autorevole per una parte della Chiesa italiana. Alla dimensione accademica e professionale si affianca, ovviamente, una lunga esposizione pubblica su temi come omosessualità, identità di genere e gender studies, affrontati spesso con un linguaggio che travalica il piano strettamente clinico e si inserisce apertamente nel conflitto culturale e politico.

Già nel 2007 Cantelmi venne intervistato sul tema delle cosiddette «terapie riparative» dell’omosessualità. In quell’occasione operò una distinzione tra quello che definiva un presunto «modello gay» di carattere ideologico e un approccio terapeutico che, a suo dire, avrebbe dovuto rispettare il «codice valoriale» del paziente. Dieci anni dopo, nel 2017, intervenendo su Avvenire in difesa del collega Giancarlo Ricci, allora sottoposto a procedimento disciplinare dall’Ordine degli Psicologi per alcune sue posizioni sull’omosessualità, parlò di un «eccesso strumentale» di sensibilità nei confronti dei gender studies e arrivò a denunciare una sorta di persecuzione degli psicologi contrari al «pensiero unico».

La medesima impostazione è riemersa negli anni successivi. Nel 2022, in un’intervista concessa alla facinorosa realtà di Pro Vita & Famiglia, Cantelmi si è dichiarato contrario all’introduzione nelle scuole di percorsi dedicati all’identità di genere, liquidando il tema come «una battaglia ideologica».

Il punto, dunque, non riguarda soltanto le convinzioni personali di Cantelmi, che naturalmente è libero di esprimere. Riguarda il confine, molto più delicato, tra convinzioni ideologiche, pratica clinica e riconoscimento istituzionale. Il suo profilo ricorda, per molti aspetti, quello di Amedeo Cencini: professionisti divenuti negli anni punti di riferimento privilegiati di una parte dell’apparato ecclesiastico, soprattutto quando si affrontano questioni legate alla sessualità, all’affettività e alle difficoltà psicologiche di sacerdoti, seminaristi e religiosi.

Cantelmi, Parolari, Marchesini e Cencini sono nomi che ricorrono da tempo negli ambienti ecclesiastici quando vescovi, superiori religiosi o rettori di seminario decidono di indirizzare sacerdoti e laici verso percorsi psicologici. Proprio per questo il problema merita di essere affrontato senza indulgenze: quando un professionista sanitario assume contemporaneamente il ruolo di clinico, intellettuale militante e riferimento di un determinato fronte ecclesiale o politico, diventa indispensabile interrogarsi sulla distinzione tra terapia, accompagnamento pastorale e battaglia culturale.

Ed è precisamente qui che il sistema italiano mostra una delle sue debolezze. Gli Ordini professionali dovrebbero anzitutto garantire la correttezza dell’esercizio della professione e la tutela dei pazienti. Troppo spesso, invece, il dibattito sulle responsabilità deontologiche viene trasformato in uno scontro identitario nel quale qualsiasi contestazione è respinta evocando il «pensiero unico», il «bavaglio», la «teoria gender» o una presunta persecuzione culturale.

Cantelmi appartiene pienamente a questo universo. Ogni volta che viene messa in discussione la fondatezza scientifica di determinate affermazioni, la risposta tende a spostarsi rapidamente dal terreno della verifica clinica a quello della polemica ideologica. Il risultato è un circuito nel quale gerarchie ecclesiastiche, professionisti e organizzazioni politicamente impegnate si legittimano reciprocamente, mentre resta sullo sfondo la questione che dovrebbe venire prima di ogni altra: quali benefici concreti ricevano i pazienti e quali siano, invece, le conseguenze di percorsi nei quali convinzioni religiose e culturali rischiano di sovrapporsi alla pratica terapeutica.

È lo stesso repertorio lessicale che Cantelmi utilizza oggi per attaccare la perizia della consulente tecnica d'ufficio Simona Ceccoli nel caso della famiglia nel bosco, definita "ideologica", frutto di "persecuzione", priva di rigore scientifico. Che l'impianto peritale meriti critiche tecniche è materia che spetta ai giudici valutare; colpisce piuttosto la costanza dello schema retorico, applicato indifferentemente a temi molto diversi tra loro nell'arco di quasi vent'anni, in cui la scienza sta sempre dalla propria parte e l'avversario è sempre "ideologico".

Ossessioni, proiezioni e frustrazione

È uno schema ricorrente in alcuni ambienti dell’estrema destra cattolica, dove il confronto finisce spesso per assumere tratti quasi patologici. Gli argomenti cambiano poco, le ossessioni rimangono le stesse, il lessico si ripete fino alla caricatura. Eppure, chi vi è immerso sembra non accorgersi dell’effetto prodotto all’esterno: quello di una cerchia incapace di uscire da pochi temi, affrontati sempre con le medesime categorie e con avversari altrettanto immutabili.

A questa ripetitività si aggiunge un meccanismo ancora più evidente: il capovolgimento della realtà. Chi affronta questioni differenti, cambia prospettiva a seconda dei fatti e rifiuta di aderire preventivamente a uno schieramento viene dipinto come incoerente, instabile o addirittura schizofrenico. In realtà, è proprio la capacità di misurarsi con situazioni diverse senza ricondurre tutto alla stessa ossessione a distinguere un approccio critico da quello ideologico. Il paradosso è che quanti osservano il mondo attraverso una lente unica finiscono per attribuire agli altri quella rigidità che caratterizza anzitutto il loro stesso modo di ragionare.

Lo stesso accade con la delegittimazione personale. Gli interlocutori vengono descritti come disturbati, squilibrati o incapaci di comprendere, senza rendersi conto che, molto spesso, all’esterno quelle invettive non suscitano indignazione ma ironia. Si finisce per andare a leggere certi profili quasi con la curiosità con cui si osserva una rappresentazione ormai prevedibile: per vedere quale nuova esasperazione sia stata prodotta quel giorno.

Il problema emerge con ancora maggiore chiarezza quando entra in gioco la visibilità pubblica. Alcuni di questi ambienti faticano ad accettare che determinate persone siano ascoltate, citate o considerate più di altre e reagiscono mostrando un risentimento difficilmente dissimulabile. La convinzione di fondo è che il prestigio dovrebbe discendere automaticamente dal titolo posseduto, dall’incarico ricoperto o dalla collocazione all’interno di una struttura. Se qualcuno che formalmente occupa una posizione meno prestigiosa riesce invece ad acquisire maggiore autorevolezza, il fenomeno viene vissuto quasi come un’ingiustizia personale.

È una concezione profondamente gerarchica della credibilità: conta il titolo, conta il ruolo, conta l’accesso alle persone considerate importanti. Sfugge, invece, un dato elementare: l’autorevolezza pubblica non viene conferita una volta per tutte da una qualifica. Si costruisce attraverso ciò che si scrive, ciò che si dice, la qualità del lavoro svolto, la capacità di leggere i fatti e, soprattutto, la fiducia che si riesce a conquistare nel tempo.

Per chi continua a vivere nella logica degli incarichi, delle conoscenze e degli agganci, questa dinamica è difficile da accettare. Da qui nasce una corsa continua alla ricerca di legittimazioni esterne, titoli da esibire e relazioni da rivendicare. Quando quelle legittimazioni non arrivano, o quando non producono il riconoscimento sperato, resta la frustrazione. E la frustrazione, anziché diventare occasione per interrogarsi sulla propria credibilità, viene ancora una volta riversata sugli altri.

Un legale che ha fatto della polemica online un tratto distintivo

Su Pillon la documentazione pubblica è, se possibile, ancora più fitta. Ex senatore della Lega, organizzatore dei Family Day, promotore del contestato disegno di legge sul diritto di famiglia che porta il suo nome, Pillon ha costruito negli anni una presenza social caratterizzata da toni aggressivi e sprezzanti, spesso rivolti proprio contro persone Lgbtq+. Nel giugno 2024 un suo post venne rimosso dalla piattaforma X per aver superato la soglia di tolleranza sui contenuti omobitransfobici; Pillon reagì scrivendo direttamente a Elon Musk, lamentandosi di essere stato censurato mentre si aspettava che il nuovo proprietario del social avesse allontanato quelli che definiva i "censori Lgbt". Nel giugno 2026 ha pubblicato un attacco contro l'attrice transgender Elliot Page, usandone il nome precedente alla transizione e definendo le identità Lgbt un "virus" che "uccide l'anima". Oggi è lui il legale della famiglia nel bosco, subentrato dopo che due studi legali avevano già rinunciato al mandato.

L'interrogativo che riguarda gli ordini professionali

Il problema, ancora una volta, riguarda il funzionamento degli ordini professionali italiani. Gli ordini professionali dovrebbero servire a controllare che i loro iscritti lavorino correttamente e a tutelare chi si rivolge a loro, siano essi pazienti, clienti o utenti. Troppo spesso, invece, danno l’impressione di preoccuparsi più di proteggere la categoria che di intervenire davvero quando il comportamento di un professionista solleva problemi. La questione diventa particolarmente evidente quando professionisti regolarmente iscritti sostengono pubblicamente tesi prive di un solido fondamento scientifico o adottano, anche sui social network, modalità comunicative difficilmente conciliabili con i principi richiamati dai rispettivi codici deontologici.

Nel caso di Cantelmi, quasi vent’anni di interventi pubblici orientati nella medesima direzione rendono legittima una domanda: quale deve essere la soglia perché un Ordine ritenga necessario almeno verificare la compatibilità di determinate prese di posizione con gli obblighi professionali? Il precedente di Giancarlo Ricci dimostra che l’Ordine degli Psicologi può intervenire su questioni analoghe quando ritiene che ve ne siano i presupposti. L’assenza, almeno pubblicamente nota, di iniziative analoghe nei confronti di Cantelmi meriterebbe quindi un chiarimento. Un interrogativo simile riguarda l’Ordine degli Avvocati di Perugia rispetto al linguaggio utilizzato da Simone Pillon sui social: le norme deontologiche forensi impongono anche doveri di continenza e correttezza nell’espressione pubblica, ma la loro applicazione appare spesso discontinua.

In conclusione, riprendendo il discorso già affrontato su certi ambienti dell’estrema destra che si definiscono anche «cattolici», salvo poi insultare vescovi e papi ogni volta che esprimono posizioni diverse dalle loro, c’è un aspetto che questi personaggi sembrano non cogliere: nel prendere le difese di qualcuno, spesso finiscono per danneggiarlo ulteriormente. Presentarsi in aula con una squadra di questo tipo rischia infatti di rafforzare l’impressione che attorno alla vicenda vi siano una forte componente ideologica e una evidente strumentalizzazione politica, mentre al centro resta quello che è, anzitutto, l’ennesimo caso di una famiglia disfunzionale in Italia.

d.V.N.

Silere non possum

SOSTIENI SILERE NON POSSUM

Se questo articolo è online, è anche grazie al tuo sostegno.

Silere non possum sceglie di rendere accessibili gratuitamente gran parte delle proprie inchieste e dei propri contenuti, perché il giornalismo indipendente deve poter raggiungere tutti.

Sostenere il nostro lavoro significa permetterci di continuare a verificare, raccontare e pubblicare ciò che altri preferirebbero restasse nascosto.

SOSTIENICIABBONATI
Articoli correlati
Olbia, aggressione omofoba dopo una serata a Porto Istana: «Trenta contro uno»
Attualità
Olbia, aggressione omofoba dopo una serata a Porto Istana: «Trenta contro uno»
Social vietati agli under 15, la Corte boccia Macron: «Misura non proporzionata»
Attualità
Social vietati agli under 15, la Corte boccia Macron: «Misura non proporzionata»
Prima l’arresto, poi le dimissioni, infine l’archiviazione: il caso Toti e il potere dei PM
Attualità
Prima l’arresto, poi le dimissioni, infine l’archiviazione: il caso Toti e il potere dei PM