Molti si chiedono che cosa si faccia davvero in seminario. Qualcuno immagina una vita sospesa, quasi priva di occupazioni concrete. In realtà le cose da affrontare sono moltissime: la formazione teologica e spirituale, certo, ma anche l’affettività, la sessualità, le relazioni, la capacità di convivere con gli altri, di accettare una correzione, di attraversare un conflitto senza trasformarlo in una guerra personale. E poi c’è la parte più ordinaria della vita comune: pulire, sistemare, rispettare i turni, svolgere compiti che nessuno vede e per i quali non arriverà alcun applauso.
Come ogni realtà formativa, il seminario dovrebbe essere un luogo nel quale si entra per lasciarsi formare, crescere, maturare e diventare uomini capaci di assumersi responsabilità. Eppure, chi conosce davvero queste case sa bene che al loro interno si sviluppano dinamiche delle quali ancora oggi si preferisce parlare poco, spesso per paura, convenienza o semplice omertà.
Non è casuale che da anni si ripeta la necessità di «formare i formatori». Troppo spesso, infatti, nei seminari vengono affidati ruoli delicatissimi a sacerdoti che mostrano una maturità inferiore a quella che pretendono dai seminaristi. Uomini incapaci di gestire il potere che ricevono, che trasformano il compito educativo in un esercizio personale di simpatie e antipatie, protezioni e punizioni, preferenze e regolamenti di conti.



