Trecentotrentotto parole al giorno. Tante ne abbiamo perse, in media, ogni anno tra il 2005 e il 2019, secondo uno studio degli psicologi Valeria Pfeifer e Matthias Mehl pubblicato su Perspectives on Psychological Science e ripreso domenica scorsa dall’inserto Robinson del quotidiano italiano La Repubblica. In quindici anni, il nostro parlato quotidiano si è ridotto del 28 per cento: da sedicimila a meno di dodicimila parole al giorno. E lo studio si ferma prima del lockdown, prima cioè che il silenzio diventasse un'abitudine domestica certificata.
Il dato impressiona soprattutto per dove si concentra. Non stiamo perdendo le conversazioni importanti - quelle, in fondo, non sono mai state troppe. Stiamo perdendo l'altro, il pulviscolo verbale che riempiva la fila alla cassa, la sala d'attesa, l'ascensore, la fermata dell'autobus. Quel chiacchiericcio che i sociologi chiamano small talk e che gli italiani liquidano come "due parole", "quattro chiacchiere". Roba da poco. E invece era moltissimo.
Perché in quelle quattro chiacchiere ci passava qualcosa che assomiglia al riconoscimento reciproco: io ti vedo, tu mi vedi, esistiamo entrambi in questo pezzo di mondo condiviso. Il cassiere non era un terminale di pagamento, era un signore che si lamentava del tempo. Il vicino di fila non era un ostacolo tra me e lo scaffale, era qualcuno che ti chiedeva se quel detersivo funzionava davvero. Lo psicologo Mehl lo dice senza giri di parole: abbiamo reso più efficiente la vita quotidiana e, nel farlo, abbiamo reso più sommaria la vita sociale.
Le ragioni le conosciamo. WhatsApp ha sostituito la telefonata, lo smart working ha svuotato gli uffici, le casse automatiche hanno cancellato il cassiere. E poi ci siamo noi, con lo schermo in mano anche quando siamo "insieme": gli aperitivi in cui si guardano video e si scambiano duecento parole in tre ore, le madri che, secondo uno studio del 2024 su Child Development, rivolgono ai figli piccoli il 16 per cento di parole in meno quando consultano il telefono. I bambini imparano a parlare, in parte, dal nostro parlare. Se noi tacciamo, anche loro tacciono di più.
C'è chi gioirà: finalmente meno banalità, meno meteo, meno commenti sulla partita di ieri sera. Spazio alle conversazioni profonde. Peccato che funzioni esattamente al contrario. Un articolo pubblicato ad aprile sul Journal of Personality and Social Psychology ha costretto 1.800 persone a parlare di argomenti "palesemente noiosi" - la Borsa, le diete vegane, le cipolle - e tutte si sono lasciate prendere la mano. Le conversazioni profonde non nascono dal nulla: germogliano dal pulviscolo, dalla pratica continua del rivolgere la parola a qualcuno. Senza il "buongiorno" non c'è il "come stai davvero". Senza lo small talk non c'è il discorso.
Forse il punto è proprio questo. Parlare con chi ci sta accanto - al bar, in ascensore, sull'autobus - non è perdita di tempo: è l'esercizio quotidiano di una facoltà fragile, che è quella di considerare l'altro come qualcuno con cui vale la pena scambiare anche solo una sciocchezza. Una facoltà che, come ogni muscolo, si atrofizza se non la si usa. E che ha conseguenze che vanno ben oltre le quattro chiacchiere: chi non sa più dire "che giornata umida, eh" difficilmente saprà dire "ho bisogno di aiuto", o ascoltare chi glielo dice. Trecentotrentotto parole al giorno. Da scegliere bene quali tenere, e a chi rivolgerle. A cominciare, magari, da chi abbiamo accanto adesso.
P.V.
Silere non possum