© Agenzia Visconti

Diocesi di Novara

Novara - «Quando un momento mi sembrava difficile e senza uscita, i miei maestri mi hanno insegnato di non avere paura: prima o poi torna il sole. Spesso ritorna il terzo giorno, perché è il giorno della Risurrezione». È con questa confidenza che il vescovo Franco Giulio Brambilla ha aperto il cuore ai sei uomini inginocchiati davanti a lui, sabato mattina, nella basilica di San Gaudenzio: non un'esortazione solenne, ma quasi un segreto di famiglia, trasmesso di maestro in discepolo. A riceverlo sono stati don Luca Ariola e don Francesco David, della parrocchia di San Martino in Masera; don Marco Boccoli, della parrocchia di Madonna di Campagna in Verbania; don Alessandro Buffelli, del Sacro Cuore di Gesù in Novara; don Federico Lucchi, della comunità della Natività di Maria Vergine in Arona; e don Michele Pastormerlo, di quella di San Bartolomeo in Borgomanero. Sei giovani che le loro comunità hanno visto crescere e che oggi, davanti a una chiesa gremita di fedeli, familiari e confratelli, la diocesi restituisce loro come pastori.

«Veramente gioisce la Madre Chiesa»

Il vescovo ha aperto la sua riflessione lasciando risuonare le note dell'antico Exsultet, il preconio pasquale che risale al IV secolo: «Veramente gioisce la Madre Chiesa, con il vescovo, i sacerdoti e tutta la turba dei credenti, perché il dono di Dio rallegra la faccia della nostra terra che si distende dal riso al Rosa». Una gioia non sentimentale, ma radicata nel nucleo stesso della fede cristiana: la presenza del Risorto in mezzo al suo popolo. Proprio a partire dall'apparizione di Gesù agli apostoli secondo il Vangelo di Giovanni, testo scelto dagli stessi ordinandi, Brambilla ha tessuto il filo conduttore di un'omelia densa e paterna, scandita in cinque momenti come cinque finestre aperte sull'intera vita presbiterale. Il primo è quello della presenza. «Viene Gesù e sta in mezzo a noi», ha ricordato il vescovo, sottolineando come questa centralità del Risorto non sia un punto di partenza da cui allontanarsi con l'esperienza, ma il centro permanente attorno cui tutto ruota. Perdere questa centralità, ha avvertito, significa prima o poi perdere se stessi. E il Risorto che sta in mezzo non è lì dove cerchiamo influenza o visibilità - il vescovo non ha esitato a usare la parola influencer - ma «nella dedizione tenerissima per le ferite degli uomini e delle donne».

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La pace che il mondo non sa dare

Il secondo momento è quello del saluto della pace, ripetuto due volte dal Risorto ai discepoli impauriti: «Pace a voi». Brambilla ha indugiato con cura su questa parola, distinguendo nettamente tra la pace che viene da Gesù e quella che il mondo promette. La pace pasquale lotta contro tutto ciò che genera solitudine, marginalità, gelosia, aggressività; trasforma lo sguardo, cambia le relazioni, libera le mani dagli strumenti di offesa per farle capaci di sanare. La pace del mondo, invece, è spesso compromesso, narcisismo, paura dell'altro vissuto come concorrente. «I discepoli gioirono al vedere il Signore», ha detto il vescovo riprendendo la Parola: e quella gioia nasce proprio dal riconoscere nelle piaghe del Risorto il volto del Dio disarmato, del servo innalzato come Signore. Papa Leone XIV un anno fa aveva insistito proprio su questo quando ha ordinato i nuovi presbiteri per la diocesi di Roma: «Gesù Risorto ci mostra le sue ferite e, nonostante siano segno del rifiuto da parte dell'umanità, ci perdona e ci invia». E aveva invitato i nuovi sacerdoti a diventare «ministri di speranza», capaci di guardare ogni realtà ferita «nel segno della riconciliazione».

Il mandato: non padroni, ma custodi

Al terzo momento - il mandato missionario - Brambilla si è soffermato sulla formula giovannea, la più essenziale e la più esigente: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Un invio che non lascia spazio a progetti personali, a liturgie imposte, a pastorali preconfezionate. Chi esce dal seminario con la propria idea di prete già formata, ha detto il vescovo con franchezza, trova presto che la realtà gli resiste tra le mani, e la tentazione diventa quella di ritirarsi «nel proprio orticello dorato, protetto e confortevole». Anche su questo punto Papa Leone XIV aveva messo in guardia gli ordinandi romani citando san Paolo agli anziani di Efeso: «Lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi», non padroni, ma custodi. E aveva aggiunto: «La missione è di Gesù. Egli è Risorto, dunque è vivo e ci precede. Nessuno di noi è chiamato a sostituirlo». Custodire senza possedere, animare senza dominare: è la grammatica comune di ogni ministero autentico.

Brambilla ha messo in guardia: «Ma prima di arrivare a individuare il motore della missione che è lo Spirito Santo, bisogna sostare un momento sulla dinamica della missione. Nessuno vi nasconde che il momento attuale sia un tempo periglioso per l’annuncio del vangelo: le formule tradizionali sembrano sbiadirsi e diventare inefficaci. Abbiamo sotto gli occhi i due possibili esiti: chi cerca di drogare il messaggio e le sue forme pratiche inventando cose stravaganti, attrattive, dirompenti, col pericolo di essere travolti dal bisogno di essere accettati dal mondo, ma alla fine il mondo li omologa e diventano come marionette con l’ansia di un like in più; chi invece si rifugia in modi consolidati, confondendo i segni con la cosa significata, pavoneggiandosi in corredi desueti e un gesti improbabili, con l’illusione di essere interessanti solo perché straniti e stranianti, alla fine non sarà solo sfasato sul tempo, ma fuori dal mondo».

Lo Spirito che crea e riconcilia

Il quarto e il quinto momento dell'omelia del vescovo Brambilla hanno aperto poi le due grandi prospettive del servizio sacerdotale: lo Spirito come forza creativa, capace di far crescere i giovani verso una «figura adulta della vita e della fede»; e lo Spirito come forza riconciliatrice, che affida ai nuovi preti il ministero del perdono. Sulla prima, Brambilla è stato concreto e quasi provocatorio. Gli oratori, i gruppi giovanili, i grest non bastano se si limitano alla socializzazione: «Non basta animare, bisogna far crescere». La differenza tra gruppo e squadra - ha usato questa immagine efficace - è tutta qui: il gruppo cerca di stare bene insieme, la squadra deve vincere il campionato. E il campionato, per un sacerdote, è aiutare i ragazzi a scegliere il Signore e la propria vocazione. Sulla seconda, il vescovo ha indicato ai sei nuovi presbiteri la loro «croce»: stare vicino alle persone, soprattutto agli adolescenti e ai giovani feriti, per ricostruire pazientemente il loro tessuto personale, familiare e professionale. «La Chiesa che nasce dalla Pasqua è una Chiesa della riconciliazione», ha affermato, ricordando che il potere lasciato da Gesù agli apostoli non è strumento di condanna, ma «uno solo: riconciliare il mondo in Cristo».

Vite leggibili, vite credibili

C'è un filo che unisce tutta l'omelia di Brambilla, ed è la stessa preoccupazione che Leone XIV aveva messo al centro delle sue parole rivolte agli ordinandi romani: la credibilità. Il papa aveva citato l'addio di Paolo agli anziani di Efeso - «Voi sapete come mi sono comportato con voi per tutto questo tempo» - e aveva commentato: «Vite conosciute, vite leggibili, vite credibili. Stiamo dentro il popolo di Dio per potergli stare davanti con una testimonianza credibile». E aveva aggiunto che «insieme ricostruiremo la credibilità di una Chiesa ferita, inviata a un'umanità ferita, dentro una creazione ferita». Brambilla ha rivolto lo stesso invito ai sei giovani inginocchiati davanti a lui: «Amateli con il loro volto e la loro storia. Ricordate che la prima legge dei grandi educatori è stata la presenza». Essere presenti, conoscibili, leggibili: non uomini di sistema o di carriera, ma uomini che il popolo può guardare e riconoscere come propri.

Una grazia per la Chiesa novarese

Sei nuovi sacerdoti sono una grazia, in un tempo in cui la voce del Signore che chiama fatica a farsi strada nel rumore del mondo e le vocazioni si fanno sempre più preziose proprio perché sempre più rare. Per la diocesi di Novara, che si estende tra le sponde del Lago Maggiore e le risaie della pianura, tra le valli alpine dell'Ossola e i campanili del novarese, questi sei giovani portano con sé l'energia e la speranza di comunità che li hanno visti crescere e che ora li accolgono come pastori. Il vescovo Brambilla ha chiuso la sua omelia con una confidenza: quando la strada sembra oscura e senza uscita, i suoi maestri gli hanno insegnato a non avere paura, perché «prima o poi torna il sole». E ha aggiunto, con una semplicità che vale più di ogni trattato di spiritualità: «Spesso ritorna il terzo giorno, perché è il giorno della Risurrezione». È questa la teologia che don Luca, don Francesco, don Marco, don Alessandro, don Federico e don Michele portano con sé, uscendo dalla cattedrale di San Gaudenzio verso le loro comunità. Non una certezza umana, ma una certezza pasquale. Non il sole che non tramonta mai, ma quello che anche dopo la notte più lunga sa tornare.

d.B.C.
Silere non possum




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