Praga - Sabato 25 aprile 2026, nella solennità liturgica di sant'Adalberto, monsignor Stanislav Přibyl ha preso ufficialmente possesso dell'arcidiocesi di Praga durante la Messa pontificale celebrata alle ore 11 nella Cattedrale dei Santi Vito, Venceslao e Adalberto. Una data e un luogo non casuali: il nuovo arcivescovo ha voluto legare l'inizio del proprio ministero alla memoria del santo patrono che dà nome alla sede episcopale praghese e che, come ha rivelato nella sua omelia, accompagna la sua vita di fede da oltre quarant'anni.

Voci che accompagnano l'inizio di un ministero

Prima di entrare nel cuore dell'omelia, vale la pena ricordare le altre voci che hanno arricchito la liturgia. Il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo emerito di Vienna, ha portato la testimonianza dei suoi oltre trent'anni di episcopato condensandola in due immagini semplici. La prima, attinta da una lettera ricevuta nel 1991 da un suo ex studente che da bambino aveva pascolato le pecore sulle Alpi del Vallese: il buon pastore deve sapere quando camminare davanti al gregge e quando dietro, perché se sta solo davanti rischia di perdere qualche pecora, se sta solo dietro rischia che il gregge si disperda. Talvolta il gregge percorre strade strane, sulle quali il pastore di propria iniziativa non si sarebbe incamminato; ma quando attraverso quelle deviazioni si arriva alla meta, il pastore comprende che quella era una strada percorribile per tutti. La condizione, ha sottolineato Schönborn, è la fiducia reciproca tra pastore e gregge.

La seconda immagine viene da Benedetto XVI - un maestro che Schönborn ha peraltro abbondantemente tradito - e risale a un incontro a Castel Gandolfo nel 2012: nell'ecumenismo, in fondo, si tratta di ascoltarsi reciprocamente e di imparare gli uni dagli altri che cosa significhi essere cristiani oggi. A questa citazione Schönborn ha affiancato un consiglio molto personale, lo stesso che aveva rivolto al suo successore Josef Grünwidl: ascoltare anche chi dice cose spiacevoli, perché quando al "capo" arrivano soltanto buone notizie, l'adulazione trova le porte spalancate. Parole belle, quelle del cardinale, che egli stesso ha applicato poco nel corso del proprio episcopato, ma che restano ottimi consigli per il giovane e valido arcivescovo Přibyl. Il nunzio apostolico mons. Jude Thaddeus Okolo ha portato il saluto di papa Leone XIV, ricordando che la Chiesa nella Repubblica Ceca si trova a un crocevia importante: con il congedo dell'arcivescovo Jan Graubner si chiude una fase storica, e davanti alle nuove forme di modernismo si apre un futuro non facile. Ma - ha rassicurato Okolo, salutando i presenti probabilmente per una delle ultime volte prima della sua nuova missione - ogni passo della fede resta guidato dallo Spirito Santo, e Cristo, secondo la sua promessa, è con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo.

Il cuore della celebrazione è stato però l'omelia del nuovo arcivescovo, costruita attorno a un'intuizione semplice e potente: leggere il proprio ministero alla luce di sant'Adalberto, in ceco Vojtěch, secondo vescovo di Praga e martire del 997.

Un nome di cresima diventato programma di vita

Il punto di partenza è autobiografico ed estremamente concreto. Il 22 maggio 1983, in quella stessa cattedrale, il giovane Stanislav ricevette la cresima dal cardinale František Tomášek - figura simbolo della resistenza cattolica al regime comunista - e scelse come nome di cresima Vojtěch. Fu allora, ha confidato l'arcivescovo, che comprese per la prima volta due cose: che essere cresimati significa non tenere la fede per sé ma esserne testimoni, e che scegliere un nome di cresima significa accogliere un'ispirazione e un programma di vita. Quella che allora era un'intuizione adolescenziale si rivela oggi, guardando indietro, una traccia coerente della guida di Dio. La scelta di prendere possesso della cattedra proprio nel giorno di sant'Adalberto va letta in questa luce: come riconoscimento pubblico di una fedeltà personale che attraversa tutta una vita.

Sant'Adalberto: una biografia che è già un messaggio

Přibyl ha ripercorso brevemente le tappe della vita del santo: nato a Libice verso la metà del X secolo, cresimato nel 962 dall'arcivescovo Adalberto di Magdeburgo (di cui prese il nome), formato nella scuola cattedrale di Magdeburgo con un'apertura europea, secondo vescovo di Praga, impegnato a combattere mali concreti del suo tempo: il commercio degli schiavi, i matrimoni tra consanguinei, la poligamia, la vendetta di sangue, l'alcolismo. La sua vita fu segnata da partenze e ritorni: due volte abbandonò la sede episcopale per i contrasti con il principato boemo, conobbe i benedettini a Roma e ne entrò nell'ordine, fondò nel 993 il monastero di Břevnov, e dopo il massacro della sua famiglia nel 995 si fece pellegrino e missionario, fino al martirio tra i Prussiani baltici il 23 aprile 997.

Non è una lezione di storia - l'arcivescovo lo ha precisato, pur ammettendo che il tema lo appassiona - ma una lettura tipologica: la biografia del santo diventa griglia per leggere il ministero che oggi inizia.

Sette tratti del pastore

Da questa biografia Přibyl ha estratto sette linee di lettura del proprio ministero, che si possono riassumere così.

Prima di tutto, cristiano. Vojtěch fu battezzato, cresimato, e visse la fede come relazione autentica con Cristo. Il cristianesimo non può ridursi a fatto culturale: o c'è una relazione reale con Dio e con gli altri, oppure non c'è nulla. Le relazioni o esistono o non esistono, non c'è spazio per mezze misure. È un'affermazione che, nel contesto di una delle società più secolarizzate d'Europa, suona come una presa di posizione esigente: non basta l'eredità storica del cristianesimo boemo, serve una fede vissuta che funzioni da lievito, sale, luce.

La formazione che nobilita. L'esempio della scuola cattedrale di Magdeburgo diventa elogio dell'educazione: nobilita l'uomo, gli permette di assimilare informazioni e orientarsi nella complessità, lo libera da paure e pregiudizi. Una fede senza formazione rischia di restare emotiva; una formazione senza fede rischia di restare sterile.

Misericordia ed esigenza, senza moralismo. È forse il passaggio più delicato. Vojtěch - ha riconosciuto onestamente Přibyl - non riuscì a cambiare il clima morale del suo tempo, e le sue partenze furono il segno di questa difficoltà. Anche oggi il pastore rischia da un lato di scivolare nel moralismo, dall'altro nella superficialità. La via indicata è la testimonianza personale: non moralizzare, ma lasciare che sia la vita stessa a parlare. È un programma più impegnativo, ma più incisivo.

Pellegrini in cammino. La vita di Vojtěch fu segnata dal movimento, e questo suggerisce un'immagine sinodale di Chiesa: il pellegrinaggio valorizza non solo la meta ma anche il cammino, la fatica del viaggio chiarisce pensieri e decisioni, e camminare insieme significa ascoltarsi e discernere insieme. È l'immagine di una Chiesa in cammino, eco evidente del lessico sinodale dell'ultimo decennio.

Silenzio e solitudine. Dalla dimensione monastica di Vojtěch - l'esperienza benedettina a Roma, la fondazione di Břevnov - Přibyl trae l'invito a custodire il silenzio e la solitudine come spazio di incontro con Dio e con sé stessi. In un mondo saturo di rumore e di relazioni superficiali, questi diventano beni preziosi.

Missione, non museo. Vojtěch missionario diventa l'icona di una Chiesa che annuncia Cristo vivo invece di limitarsi a custodire il ricordo del passato. Anche oggi, nel contesto ceco, esiste un terreno missionario. Servono capacità di ricominciare, equilibrio tra fiducia e umiltà, capacità di inserirsi nelle culture.

Il prezzo della testimonianza. Il martirio del santo ricorda che la fede può comportare un prezzo alto. Essere testimoni non significa necessariamente morire, ma vivere con coerenza, senza arretrare davanti alle difficoltà. Il testimone è libero proprio perché sceglie una vita esigente ma autentica.

Una figura europea, una Chiesa di ponti

L'omelia si è poi allargata alla dimensione europea. Adalberto fu un ponte tra popoli e culture - boemo, formato in Sassonia, monaco a Roma, missionario in Polonia e nelle terre baltiche -e la sua esperienza suggerisce che l'Europa non può ridursi a un progetto economico, ma necessita di una dimensione spirituale. Tornare alle radici cristiane, ha precisato Přibyl, non significa rifugiarsi nel passato, ma riscoprire profondità. Il lavoro che ne deriva è concreto e quotidiano: cercare ciò che unisce, costruire legami reali, vivere la carità. Può sembrare ingenuo - ha riconosciuto - ma resta necessario. È in questo punto che il discorso del nuovo arcivescovo si è incontrato perfettamente con la metafora dei "ponti invece di muri" cui ha fatto riferimento il cardinale Schönborn.

Il pastore che non basta a sé stesso

La conclusione è stata insieme programmatica e umile. L'immagine del pastore richiama responsabilità e visione: guidare verso ciò che nutre davvero. Ma, ha detto chiaramente Přibyl, il cammino richiede collaborazione, amicizia, preghiera, perché da solo il pastore non può fare nulla. Il punto di riferimento non è il pastore stesso, ma Cristo, che rende lievito, sale e luce per il mondo.

In queste parole finali si coglie il legame con le immagini offerte dal cardinale Schönborn: il pastore che a volte sta davanti, a volte dietro, e che può farlo solo dentro una fiducia reciproca con il gregge. E si coglie anche, in filigrana, il consiglio dell'ascolto reciproco come metodo per scoprire che cosa significhi essere cristiani oggi.

L'arcidiocesi di Praga, alla quale mons. Přibyl si presenta richiamandosi al cresimando quattordicenne che cinquantatré anni prima aveva scelto, in quella stessa cattedrale, il nome di Vojtěch, ha ora un pastore che dichiara apertamente da dove viene la sua ispirazione e dove intende dirigere il proprio ministero: verso una fede vissuta come relazione, una Chiesa in cammino, una testimonianza che non moralizza ma lascia parlare la vita.

p.L.C.
Silere non possum

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