San Giovanni della Croce sapeva che l’attaccamento - a qualunque cosa, anche al nemico - è una catena. Non distingue tra chi ama e chi odia: tiene fermi entrambi allo stesso anello. È una verità che la mistica conosce da secoli e che la psicologia moderna ha riscoperto con altri strumenti e altri nomi. L’ossessione, in fondo, è sempre una forma di attaccamento deformato. Una relazione non voluta dall’altro, non corrisposta, non riconosciuta: eppure reale per chi la vive, reale con tutta la forza di una prigione costruita dall’interno.
Chi odia con costanza non è libero. È, al contrario, la persona meno libera della storia. Ha consegnato il governo della propria giornata a qualcuno che probabilmente non pensa a lui. Si sveglia con un nome in testa che non è il suo. Organizza il tempo attorno a una presenza che non lo ha invitato. C’è in questo qualcosa di profondamente tragico, e chi ha occhi per vedere non può fare a meno di sentire, insieme all’irritazione, una punta di compassione. Bernanos diceva che l’odio è sempre una confessione. Non di forza, ma di dipendenza. L’odiatore rivela, senza volerlo, quanto l’altro conti per lui. Quanto spazio occupi. Quanto sia diventato - e qui sta l’ironia crudele della cosa - necessario. Il nemico immaginario è spesso l’unico rapporto stabile che l’ossessionato abbia con il mondo esterno. È il suo punto fisso. La sua stella polare, capovolta.
La tradizione spirituale cristiana chiamerebbe questo stato una forma di accidia nel suo senso più antico e preciso: non la pigrizia, come si dice volgarmente, ma quella tristezza dell’anima che non riesce a trovare pace nel bene e la cerca, distorta, nel tormento altrui. È un’inquietudine che non si placa, perché si nutre di ciò che non può saziare. Ogni nuova occasione di odio porta sollievo per un momento, poi il vuoto torna, più grande di prima. E allora si ricomincia. Non c’è vittoria in questo circolo. Non c’è nemmeno, a ben guardare, un vero avversario: c’è solo uno specchio che l’ossessionato porta con sé e nel quale proietta, giorno dopo giorno, ciò che non riesce ad affrontare di sé stesso. La psicologia parlerebbe di proiezione, la teologia parla di concupiscenza disordinata. Il risultato è lo stesso: una vita vissuta di riflesso, sempre in funzione di qualcun altro.
Fa quasi tenerezza, se non fosse così stancante da osservare.
Perché la pietà - quella vera, quella che non è condiscendenza ma riconoscimento della fragilità comune - non esclude la lucidità. Si può comprendere il meccanismo e insieme non prestarsi ad alimentarlo. Si può guardare con misericordia chi è intrappolato nella propria ossessione senza diventarne complici, senza rispondere, senza scendere nello stesso anello della catena. San Giovanni della Croce, ancora: dove non c’è amore, metti amore e raccoglierai amore. Non è ingenuità. È la forma più alta di libertà: quella di chi non si lascia definire dall’odio altrui, e cammina.
d.S.P.
Silere non possum