Roma - «I rendiconti di Scommessa Collettiva devono ritenersi pura fantasia». Sono le parole con cui il Tribunale civile di Roma ha messo nero su bianco il primo verdetto giudiziario sul sistema di raccolta fondi ideato da Mario Adinolfi, giornalista, ex deputato e fondatore del Popolo della Famiglia. Il giudice ha condannato l’ex parlamentare, 55 anni, a restituire 61.562 euro a un partecipante del circuito, ai quali si aggiungono 10mila euro a titolo di risarcimento del danno morale. In tutto, poco più di 72mila euro.
È una sentenza di primo grado e le motivazioni sono di una durezza rara per un provvedimento civile. Lo schema utilizzato da Adinolfi viene definito «evidentemente fraudolento». L’iniziativa, scrive il giudice, ha millantato «l’elusione dal rischio»: nelle comunicazioni ai partecipanti Adinolfi presentava la Scommessa Collettiva come «un fecondo sistema di personal welfare» e assicurava che il circuito si confermava «come luogo di sicurezza». Promesse che, per il Tribunale, non avevano alcun fondamento nella realtà.
La vicenda del ricorrente
L’uomo che ha portato Adinolfi in giudizio lo conosceva da tempo, quando l’ex deputato era noto soprattutto come giornalista e giocatore di poker. La prima partecipazione al circuito risale al 2007, poi una lunga pausa. Nel luglio del 2021 riprende a versare: 95mila euro in quattro mesi. I primi ritorni sembrano incoraggianti, tanto che gli vengono restituiti 34mila euro presentati come rendimento dell’investimento.
Quando però chiede indietro il capitale, cominciano le scuse: procedure complesse, la necessità di rimpatriare i fondi dall’estero, la richiesta di nominare un avvocato per predisporre la documentazione. L’uomo aspetta, non protesta. Poi Adinolfi sparisce. Sarà anche la visione di un servizio de Le Iene, la trasmissione che per prima aveva raccolto le testimonianze dei partecipanti rimasti a mani vuote, a convincerlo a rivolgersi al giudice.
Nelle motivazioni c’è spazio anche per un passaggio che riguarda il ricorrente stesso: il giudice osserva che debbano essere svolte «considerazioni sulla negligenza o sull’ingenuità» di chi ha versato quelle somme. La fiducia mal riposta, tuttavia, non esonera dalla responsabilità chi quella fiducia ha sfruttato: Adinolfi resta obbligato alla restituzione.
La linea difensiva: «Sono scommesse, obbligazioni naturali»
La difesa di Adinolfi ha sostenuto davanti al Tribunale che le somme versate non fossero destinate a investimenti, ma a scommesse e, dunque, al gioco d’azzardo. Da questa qualificazione discenderebbe l’applicazione della disciplina civilistica delle obbligazioni naturali: chi paga un debito di gioco non può pretenderne la restituzione, mentre chi non riceve quanto promesso non può rivolgersi al giudice per ottenerlo.
La stessa linea è stata rilanciata sui social dall’ex deputato attraverso alcuni post diffusi dai suoi difensori, nonostante il divieto imposto dal giudice di utilizzare mezzi di comunicazione: «Ai giudici posso solo dire: sono totalmente innocente. Sì, gioco da decenni e, come tutti i giocatori, lo faccio spesso collettivamente, ma senza sollecitare mai nessuno».
Il Tribunale ha respinto questa ricostruzione. Secondo i giudici, la predisposizione di rendiconti inventati e la rappresentazione del rischio come inesistente configuravano un meccanismo fraudolento, incompatibile con la semplice partecipazione collettiva a un’attività di gioco.
Il contesto: arresti domiciliari e un’indagine da 4,7 milioni
La sentenza civile arriva in un momento delicatissimo per Adinolfi. Dall’8 luglio l’ex parlamentare si trova agli arresti domiciliari a Roma, su richiesta della Procura, con le accuse di truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. Secondo il pubblico ministero Maurizio Arcuri, attraverso la Scommessa Collettiva Adinolfi avrebbe incassato complessivamente circa 4,7 milioni di euro. Le perdite a carico degli aderenti sono stimate dagli inquirenti in circa 5 milioni, cui si aggiungerebbe un’evasione fiscale di circa 400mila euro.
Il meccanismo, secondo la ricostruzione accusatoria, era attivo già dal 2005. Per entrare bastava un bonifico, in genere tra i 3mila e i 10mila euro, su conti riconducibili ad Adinolfi. Niente contratti, niente prospetti informativi: i rapporti con gli aderenti passavano quasi esclusivamente per email e chat. Il sistema era promosso anche sulle pagina social che gestiva Adinolfi, con la prospettiva di rendimenti fino al 40 per cento e la dichiarazione che le scommesse venivano effettuate su conti gioco autorizzati dall’Agenzia delle Dogane. Per gli inquirenti si tratterebbe di uno schema Ponzi, in cui le somme versate dagli ultimi arrivati servivano a pagare i «rendimenti» di chi era entrato prima.
Nell’ordinanza di custodia cautelare la giudice per le indagini preliminari attribuisce ad Adinolfi «scaltrezza, pervicacia e spregiudicatezza» e parla di una «pervasiva pericolosità sociale» della condotta, protrattasi per quindici, venti anni. A preoccupare il giudice è anche una nuova iniziativa lanciata di recente dall’ex deputato, denominata «Cristo Regna», che replicherebbe le stesse modalità della Scommessa Collettiva e con cui sarebbero già stati raccolti oltre 3mila euro. Nell’ordinanza si ricorda inoltre che Adinolfi ha già riportato una condanna definitiva per diffamazione, per fatti del 2019.
Le vittime e i sequestri
Quella decisa dal Tribunale civile non è l’unica iniziativa giudiziaria dei partecipanti. Il Tribunale di Roma ha già disposto sequestri conservativi sui beni dell’ex deputato: circa 155mila euro a tutela di due creditori assistiti dallo stesso legale, oltre a un ulteriore sequestro di circa 90mila euro. Altre cause civili sono in attesa di sentenza. Tra le persone che raccontano di aver perso i propri risparmi ci sono professionisti e impiegati, ma anche persone fragili. Una donna di 67 anni ha spiegato di essersi fidata dell’ex deputato per la sua immagine pubblica di difensore dei disabili e di «cristiano autentico»: seguiva le sue trasmissioni in radio e i suoi profili social, dove il circuito veniva sponsorizzato.
Interrogato dal gip, Adinolfi si è dichiarato innocente: «Sono un giocatore, non un truffatore di vecchiette né un lestofante», ha detto, rivendicando una vita «morigerata». Il suo legale ha precisato che le persone che lo hanno denunciato sono dodici, mentre molti altri partecipanti avrebbero ricevuto quanto dovuto. Sul fronte penale vale la presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva, e la stessa condanna civile potrà essere impugnata in appello. Ma il primo giudice che ha esaminato nel merito la Scommessa Collettiva una risposta l’ha già data, ed è scritta nelle motivazioni: quei rendiconti erano pura fantasia.
G.V.
Silere non possum



