C'è un principio elementare che in questi anni ci siamo trovati a dover ribadire fin troppe volte: la vita privata del prete è privata, esattamente come quella di chiunque altro, e non è oggetto di discussione pubblica. Sembra banale, eppure tocca ripeterlo a ogni occasione, perché il tema piace molto a qualche represso e, purtroppo, anche a diversi preti che non sanno far altro che guardare nelle mutande altrui.

Il principio non cambia di un millimetro neanche quando, in sede giudiziaria, viene calpestato. Il fatto che alcuni giornalai, preti repressi o giovani cacciati dai seminari pensino di poter parlare della vita privata altrui solo perché la fanno franca davanti a un giudice non rende legittimo ciò che fanno: dice soltanto in che Paese vivono. Se poi, nella Repubblica delle banane, ci sono magistrati con la terza elementare che non riescono a comprendere che la vita privata del prete è privata, appunto, il problema resta intero, ma resta loro. Del resto, l'Italia è ormai il Paese di cui ride il mondo intero per quanto riguarda politica e giustizia, e le condanne della CEDU non si contano nemmeno più. La differenza fra chi fa gossip e chi svolge un lavoro serio si misura proprio qui. Chi parla solo di sesso e di retroscena è chi ama il gossip. Chi si concentra sulle radici del problema, e rispetta la parte privata della vita altrui, fa informazione.

Nelle scorse settimane abbiamo portato alla luce una situazione che si protrae da anni all'interno della Sala Stampa della Santa Sede. La nostra attenzione non si è concentrata sulle relazioni in sé, delle quali poco ci importa e che rientrano nel foro interno: si è concentrata sugli effetti che quelle relazioni producono sul lavoro e sull'ambiente di lavoro. Questo è il problema, ed è ciò che non deve accadere. A casa tua, e fuori dall'ufficio, fai ciò che vuoi. In ufficio no, perché lì le tue scelte personali smettono di esserlo e iniziano a pesare sull'intera struttura.

Il punto, per la quasi totalità dei lettori, è stato chiaro fin da subito: il problema non è la relazione, ma ciò che la relazione produce nell'ambiente lavorativo. Come al solito, però, ci sono molte voci da parte di chi parla e poche da parte di chi ascolta davvero ciò che diciamo. Chi sostiene che ci saremmo focalizzati sul gossip della vita privata delle persone coinvolte sta dicendo molto di sé e di ciò che è capace di leggere e di guardare con i propri occhi. Del nostro lavoro, e di ciò che davvero abbiamo scritto, sta dicendo poco o nulla.

Il dramma dell'immaturità affettiva

Oggi vogliamo però andare oltre, e toccare un altro aspetto purtroppo molto comune all'interno di questo micro Stato che, nelle dinamiche, somiglia in tutto e per tutto a un piccolo paese di campagna: tutti si conoscono, tutti parlano, pochi sanno, tutti chiacchierano. E molti vedono questo piccolo Stato non come un luogo di servizio, ma come uno status, una condizione privilegiata in cui sentirsi finalmente qualcuno. È per questo che si ambisce a entrarvi, a farsi fotografare, a esibire tessere, titoli e accessi. La questione che vogliamo affrontare riguarda un problema tanto comune quanto radicato, e non solo qui dentro: tocca la Chiesa cattolica nel suo complesso.

Quando emerge uno scandalo lo affrontiamo come fatto morale isolato. Attiviamo procedure, gestiamo la crisi, e negli ultimi anni siamo diventati persino dipendenti dai giornali: non preveniamo più, reagiamo. Se il giornale ne parla, allora interveniamo. Altrimenti no. Pensiamo al presbitero che dipende dall'alcol, o a quello che vive una solitudine affettiva senza saperla nominare: quando si interviene? Quando scoppia la bomba. Mai prima, perché prima non ci chiediamo da dove venga quel sintomo, né torniamo abbastanza indietro per scoprirlo.

Eppure le dipendenze - da sostanze, da comportamenti, da relazioni - non sono quasi mai il problema. Sono l'ultimo anello visibile di una catena che comincia molto prima dell'ordinazione, e che ha al suo centro un'umanità non sufficientemente attraversata. Un'affettività non integrata, per usare l'espressione ormai entrata nel linguaggio della formazione.

La radice: un'umanità non attraversata

Molti candidati arrivano all'ordinazione con aree affettive, sessuali, identitarie che non hanno avuto modo di essere elaborate davvero. Non si tratta di cattiva volontà, né dei candidati né dei formatori. Si tratta di un sistema che, storicamente, ha privilegiato la conformità comportamentale sulla maturazione integrata: si verifica che il candidato "tenga", non sempre che abbia veramente attraversato ciò che sta scegliendo. Il celibato viene così assunto come decisione formale, prima di essere fatto proprio come scelta affettiva consapevole.

È sintomatico, in questo senso, ciò che accade in molte comunità formative e anche diocesi sul piano del giudizio. Viene considerato in qualche modo "accettabile" che un sacerdote consumi un rapporto occasionale e poi lo recida perché peccaminoso, ma non viene tollerata la relazione duratura, che subito viene etichettata come "storia". La conseguenza è prevedibile, ed è quella che vediamo: si prediligono rapporti usa e getta, “tanto poi ci si confessa”, piuttosto che legami stabili che esporrebbero al giudizio e al provvedimento della comunità. E così, in non pochi casi, sotto la formula rassicurante del collaboratore o della collaboratrice in parrocchia, in curia, in diocesi, si nascondono in realtà relazioni vere e proprie. Con un grado di tossicità più alto di una "storia" ordinaria, perché si vivono dentro un'immaturità affettiva che impedisce di chiamare le cose con il loro nome.

L'immaturità, in questi casi, è quasi sempre da entrambe le parti. Sono storie che vengono alla luce nel momento in cui si rompono: la collaboratrice che denuncia quando la relazione finisce o quando il rapporto di lavoro si interrompe, il collaboratore che si presenta in curia raccontando di aver subìto un abuso. Si tratta spesso di persone con percorsi personali fragili, con una difficoltà ad accettarsi che il sacerdote a sua volta non ha risolto in sé. Questo non attenua la gravità di ciò che accade: la aggrava, perché ci mostra fino a che punto, all'interno del presbiterio, fatichiamo a costruire relazioni sane e alla pari. Le cerchiamo dove non possono essere tali, con persone che non possono essere pari, e ne usciamo tutti feriti.

Sperry e Rossetti, in oltre vent'anni di lavoro clinico con sacerdoti, hanno chiamato questo fenomeno developmental immaturity: non vocazioni sbagliate, ma percorsi che si fermano troppo presto. Uomini ordinati che devono ancora completare, dopo l'ordinazione, un lavoro che andava fatto prima. Perché il problema non è la relazione: il problema è l'immaturità che la attraversa.

La condizione che amplifica: solitudine e asimmetria

A questo terreno la vita ministeriale aggiunge una struttura che amplifica le fragilità invece di compensarle. Il prete vive immerso in relazioni costitutivamente asimmetriche: fedeli, penitenti, collaboratori, dipendenti, giovani che chiedono ascolto. Le relazioni davvero paritarie - con coetanei, con confratelli sinceri, con amicizie laiche libere e disinteressate - richiedono uno sforzo attivo che molti non riescono, o non sanno, o non vengono incoraggiati a fare. Non è il celibato in sé a essere il problema: è il celibato vissuto in isolamento affettivo, in assenza di legami pari in cui l'umanità possa continuare a maturare. Quando un'umanità non integrata incontra questa solitudine strutturale, si crea il terreno perché le ferite cerchino, prima o poi, una via di scarico.

Il tema è emerso, qualche mese fa, quando un giovane prete ha lasciato il ministero. Senza buttare il bambino con l'acqua sporca, dobbiamo riconoscere che anche da chi sceglie modi e stili che non condividiamo possono arrivare spunti corretti, che meritano di essere ascoltati. Non significa che tutti i presbiteri vivano questa condizione: significa che il fenomeno è diffuso, ed è meglio affrontarlo che fingere il contrario. Per fortuna c'è chi si è formato bene, chi ha cercato e seguito percorsi seri al di là del seminario, e vive la propria maturità in modo sano. Ma proprio per loro, oltre che per gli altri, vale la pena dire come stanno davvero le cose.

Alcune derive comuni

Pensiamo al meccanismo con cui vengono assegnati molti incarichi all'interno di questo Stato. Avvengono in larga parte per cooptazione, e questo apre la porta a dinamiche che dovremmo guardare per quelle che sono. Un direttore di sezione di un dicastero che ha un “legame affettivo” con un collaboratore o una collaboratrice se lo porta dietro ovunque: nei trasferimenti, nei cambi di incarico, nei nuovi ruoli. Si sposta lui, si sposta la persona. A nulla valgono matrimoni, fidanzamenti, vincoli ufficiali in cui si sono infilati: contano poco o nulla. Dietro certi status formalmente irreprensibili ci sono vite intere, e relazioni che non hanno il nome che dovrebbero avere.

Lo stesso meccanismo si ripete a livelli più alti. Quando riguardano il clero fanno scandalo, quando riguardano i laici no. Chissà perché. Qui in Vaticano ha funzionato per anni, e funziona ancora così: a un monsignore o a un cardinale arriva la richiesta dell'amico dell'amico, della nonna, della parente lontana: assumere il giovane nella Basilica di San Pietro, nella floreria apostolica, in un ufficio qualunque magari anche vicinissimo al Santo Padre. Quindi un incarico molto in vista. Il giovane, aitante, entra. Il superiore, che porta dentro di sé una solitudine non riconosciuta e non si rende conto di quanto sia delicata la posizione in cui si trova, lo tratta con “attenzione particolare”. Il giovane se ne accorge, capisce di essere “il preferito”, sa che da lì può arrivare lo scatto di livello, l'aumento, l'avanzamento. Si lascia corteggiare. Poi, quando il rapporto si logora - perché l'uno ha ottenuto ciò che voleva, o l'altro ha spostato altrove la propria attenzione - scatta il ricatto, la minaccia, la denuncia. Uno viene licenziato per ripicca, l’altro viene spostato per punizione. La bomba esplode.

Lo stesso meccanismo si ripete con quei religiosi che soffrono la propria condizione, non la accettano, si sentono soli, e finiscono per buttarsi fra le braccia di millantatori di titoli che si spacciano per giornalisti e sfruttano l'attenzione del religioso per farsi il tour nella Cappella Sistina, nel Palazzo Apostolico, nei Giardini Vaticani. È il religioso, in posizione delicatissima - al punto da poter diventare motivo di ricatto nei confronti del Papa stesso - che scatta le foto, saltella di corridoio in corridoio, fa accedere queste persone in luoghi che non dovrebbero essere accessibili. Salvo ritrovare poi le stesse persone che ha condotto in quei luoghi esclusivi parlare di lui in termini dispregiativi, con epiteti omofobi, davanti a chiunque.

Qualcuno, davanti a queste vicende, si domanda: è davvero possibile che in incarichi così delicati siano collocate persone tanto fragili? Purtroppo sì. E non pensiamo di essere un'eccezione: quello che è accaduto nel governo italiano con il caso Sangiuliano mostra come le dinamiche che ritroviamo nelle nostre comunità e in Vaticano siano le stesse che si manifestano ovunque ci siano potere e tabù da gestire insieme. Al di là però della immagine da tutelare che certamente è una preoccupazione che il Papa deve avere c’è anche una attenzione alle fragilità che deve essere la prima priorità: dobbiamo capire perché questo accade nel nostro ambiente. Dobbiamo preoccuparci delle persone e aiutarle, spesso proteggendole anche da sé stesse.

I due esiti: la sostanza e la relazione

Gli scarichi possibili sono essenzialmente due, e li vediamo entrambi nei percorsi di accompagnamento. Il primo è la sostanza, e in primo luogo l'alcol, che funziona da anestetico della solitudine e della vergogna. È noto, a Roma, il caso di un vescovo - peraltro religioso, e che dunque avrebbe dovuto trovare nel proprio istituto un sostegno e una protezione - che è stato di fatto emarginato e allontanato da ogni incarico, anche per volere del “buon e clemente” Segretario di Stato, anche perché era diventato vittima dell'alcol. Il punto è esattamente questo: chi cade nell'alcol non possiamo lasciarlo sotto i portici di piazza Vittorio Emanuele a Roma, in balia dei ragazzini. Dobbiamo aiutarlo. È il primo dovere fraterno che abbiamo.

Un recente caso clinico pubblicato su Mission nel 2025 descrive bene come nel clero la dipendenza alcolica si innesti su un sostrato di conflitto identitario, isolamento e senso di fallimento spirituale, rendendo questi pazienti particolarmente resistenti ai trattamenti standard. Il secondo esito è la relazione asimmetrica: legami con persone strutturalmente in posizione subordinata - collaboratori parrocchiali, dipendenti, giovani inseriti nei servizi anche grazie all'intermediazione del prete - spesso a loro volta portatori di ferite proprie. Qui si confondono affetto, riconoscimento, potere e bisogno, in dinamiche dove ciascuno crede di dare e in realtà sta prendendo. Sono rapporti che possono reggere per anni e poi esplodere, lasciando dietro di sé denunce, sofferenza vera, vite ferite da entrambe le parti.

Cosa chiede questa lettura alla formazione

Se le dipendenze sono sintomi, il lavoro vero si fa a monte. Significa una formazione iniziale che non aggiri l'umanità del candidato ma la attraversi davvero, anche nei suoi punti scomodi. Significa un accompagnamento psicologico serio non solo in seminario ma lungo tutta la vita presbiterale: un accompagnamento che non si riduca a frugare negli interessi privati del presbitero, ma che lo sostenga nel costruire relazioni mature e sane. Relazioni con persone che non siano già pronte a “correre dal vescovo con il dossier di messaggi e foto” al primo screzio, ma capaci di custodire la riservatezza e la fedeltà che ogni relazione vera porta con sé.

Significa, anche, una maturità che faccia capire al prete che, pur in assenza di un codice deontologico formale, esistono confini che non si possono attraversare. Non si va in vacanza in Trentino con il proprio collaboratore, con il dipendente, con la segretaria. La maturità affettiva e ministeriale è esattamente questo: la consapevolezza che certi piani non si mescolano. Se sei mio dipendente o mio collaboratore, non sei mio amico. E proprio perché non lo sei, la nostra relazione professionale può reggere. Significa una formazione permanente che includa la cura della vita affettiva come componente ordinaria, non come emergenza. Non possiamo continuare a formare presbiteri capaci di parlare di affettività e di sesso solo per spettegolare sugli altri, e mai per parlare di sé, della propria umanità, delle proprie zone d'ombra. In questo modo non si regge a lungo, e i fatti lo stanno dimostrando.

E significa, soprattutto, una cultura presbiterale in cui chiedere aiuto non sia letto come fallimento, ma come parte di un'umanità che continua a maturare. Quell'aiuto, però, dobbiamo capirlo anche noi, non può arrivare da chi è chiamato a vigilare “sull'applicazione della legge”. Chi vigila, vigila. Chi forma, forma. Detto in modo diretto: se ho un problema di dipendenza dalla droga, non vado a chiedere aiuto alla squadra antidroga della polizia. Ci sono altre figure, altri spazi, altre competenze predisposte ad accogliermi. La squadra antidroga fa altro, e fa bene a fare altro.

In molti di noi, leggendo queste righe, si riconosceranno. Ma il sintomo, quando arriva, è già la fine di una storia. Il lavoro vero si fa prima.

p.I.L. e d.A.D.
Silere non possum

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