Aparecida (SP) - Nel cuore del 20º Encontro Nacional de Presbíteros (ENP), in corso dal 27 aprile al 1º maggio presso il Centro de Eventos Padre Vítor Coelho de Almeida, il cardinale Lazzaro You Heung-sik, prefetto del Dicastero per il Clero, ha presieduto la celebrazione eucaristica e tenuto la relazione principale dell'incontro sul tema «La vita e la missione del presbitero in una Chiesa sinodale-missionaria». L'evento, promosso dalla Comissão Nacional de Presbíteros (CNP), riunisce sacerdoti provenienti da tutto il Brasile attorno al motto «A chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna» (Gv 6,68), per riflettere sulla figura del presbitero nel contesto digitale e nella stagione sinodale della Chiesa.

Un saluto «dalla fine del mondo»

Il cardinale ha aperto il suo intervento con un tono fraterno e personale, presentandosi come uno che viene «da un Paese lontano, la Corea» e che si pone davanti ai confratelli brasiliani «con un cuore e orecchi aperti, per ascoltare, imparare e fare un pezzo di strada insieme». Ha ricordato il suo lungo legame con la Chiesa latinoamericana, dagli incontri con seminaristi brasiliani durante gli studi a Roma fino alla sua ammirazione per il cammino del CELAM: da Medellín (l'opzione preferenziale per i poveri) a Puebla (la partecipazione), da Santo Domingo (la nuova evangelizzazione) fino ad Aparecida 2007 e all'Assemblea ecclesiale del Messico nel 2021.

L'impostazione della relazione si è retta su una triplice domanda, che il cardinale ha indicato come imprescindibile per chi oggi si interroga sull'identità presbiterale: quale Chiesa? quale presbitero? quale formazione?

Quale Chiesa? La «conversione relazionale»

La prima parte ha proposto una rilettura della Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II - la Lumen gentium e la Gaudium et spes - e dal Documento finale del Sinodo sulla sinodalità. Il cardinale ha insistito sull'idea della Chiesa come comunione che riflette la vita trinitaria e, al tempo stesso, Popolo di Dio in cammino nella storia: due dimensioni inseparabili.

Da qui la richiesta sinodale di una conversione relazionale, che renda la Chiesa «più capace di nutrire le relazioni: con il Signore, tra uomini e donne, nelle famiglie, nelle comunità, tra tutti i Cristiani, tra gruppi sociali, tra le religioni, con la creazione». In una società individualista, le comunità cristiane sono chiamate a essere spazi inclusivi e dialoganti, evitando sia la chiusura spiritualista sia un attivismo sociale senza radici.

Il cardinale ha tradotto tutto questo in gesti molto concreti, raccontati in prima persona: invitare un sacerdote per un caffè o un pranzo prima di affrontare un problema; arrivare al Dicastero alla stessa ora dei collaboratori per salutarli; offrire ai vescovi in visita ad limina «qualcosa da bere e un pezzo di pizza»; chiedere a tutti di chiamarlo semplicemente «don Lazzaro», lasciando il titolo di Eminenza «a casa, perché nessuno me lo possa rubare». Un'illustrazione, ha spiegato, del fatto che la cura delle relazioni «non è una strategia o lo strumento per una maggiore efficacia organizzativa, ma è il modo in cui Dio Padre si è rivelato in Gesù e nello Spirito». In questa Chiesa, ha sottolineato, sono tutti i battezzati ad edificare - non solo nei contesti ecclesiali, ma negli ambienti ordinari della vita: famiglia, lavoro, tempo libero. L'esempio citato è quello di una coppia di panettieri di Daejon, in Corea, che ha trasformato la propria attività in un luogo di gratuità, fraternità e solidarietà, diventando una testimonianza forte del Vangelo in una società minoritariamente cristiana.

Quale presbitero? L'uomo dei rapporti

La seconda parte - nutrita anche dalla recente Lettera apostolica di Papa Leone, Una fiducia che genera futuro, per il 60° anniversario di Presbyterorum Ordinis e Optatam totius - ha presentato il presbitero come «uomo dei rapporti», secondo quattro coordinate.

Il rapporto con Dio. «Solo se siamo uomini di Dio possiamo servire adeguatamente il Popolo di Dio», ha affermato. Ha condiviso la sua disciplina spirituale quotidiana: alzarsi alle 5 del mattino, attraversare i Giardini Vaticani fino alla Grotta di Lourdes pregando il Rosario, dialogare con Gesù sulla giornata che attende e su quella appena trascorsa. Ma alla preghiera deve aggiungersi, citando Papa Leone, un cammino di conversione quotidiano, lasciandosi rievangelizzare dal Vangelo: «un solo libro - il Vangelo; una sola legge - il comandamento nuovo; un solo Maestro - Gesù».

Il rapporto con il vescovo e con i laici. Riprendendo Presbyterorum Ordinis 7-9, il porporato ha ricordato che la paternità del ministero non annulla la fraternità di tutti i battezzati. La sfida, soprattutto in America Latina dove il protagonismo dei laici è già molto sviluppato, è imparare a decentrarsi per far emergere i carismi di tutti. Citando ancora Papa Leone: «occorre che il ministero del presbitero superi il modello di una leadership esclusiva [...] tendendo verso una conduzione sempre più collegiale». Esemplare il caso di un sacerdote fidei donum a Città del Guatemala, che alla domanda su come gestisca 40 piccole comunità e una grande parrocchia risponde semplicemente: «Fanno tutto loro».

Il rapporto fra presbiteri. È forse il passaggio più intenso della relazione. Il cardinale ha osservato che il Concilio parlava sempre dei presbiteri al plurale, mentre oggi si tende a parlare del presbitero al singolare, isolandolo dal suo contesto comunitario. Ha denunciato con franchezza la solitudine reale di tanti sacerdoti, che vivono e operano da soli sin dai primi anni di ministero: «Vivono per gli altri, si donano alla gente, ma quando tornano a casa alla sera tardi, non c'è nessuno. C'è solo la TV, il computer, il cellulare». In questa solitudine si annidano individualismo, sostitutivi affettivi e - purtroppo - fatti drammatici. Da qui un invito molto diretto: il presbiterio deve diventare casa. «Quanto siamo prossimi a chi come presbitero passa un momento di incertezza, di fallimento, di dubbio, di notte? […] Quanto siamo vicini anche al vescovo?». Ha citato la testimonianza di un sacerdote cinquantenne salvato, in una crisi affettiva durata tre anni, dalla fraternità sincera con altri presbiteri.

Quale formazione? Una «scuola degli affetti» per tutta la vita

La terza parte ha affrontato il tema della formazione integrale, che - secondo Papa Leone - richiede «un cammino di familiarità con il Signore che coinvolge l'intera persona» e configura il Seminario come «una scuola degli affetti»: «abbiamo bisogno di imparare ad amare e di farlo come Gesù».

Il cardinale ha richiamato due indicazioni operative. La prima: la formazione deve svolgersi a contatto con tutto il Popolo di Dio, in uno scambio di doni tra vocazioni e stati di vita diversi - principio che impone, dice il Documento finale del Sinodo, «un impegnativo cambio di mentalità e una rinnovata impostazione degli ambienti e dei processi formativi». In questa direzione si muove il lavoro del Gruppo di studio n. 4, incaricato di rivedere la Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis in chiave sinodale-missionaria, che ha presentato il proprio rapporto finale lo scorso febbraio.

La seconda: la formazione non termina con il seminario ma è un lifelong learning. Ha ricordato il Convegno sulla formazione permanente promosso dal Dicastero a Roma dal 6 al 10 febbraio 2024 («Ravviva il dono di Dio che è in te»), che ha riunito 800 partecipanti da 520 diocesi di 80 nazioni. Più che offrire risposte pronte, l'incontro ha voluto essere un'esperienza paradigmatica: due brevi relazioni introduttive su ciascun tema, la condivisione di buone pratiche già in atto, e la Conversazione nello Spirito in piccoli gruppi. La lezione raccolta: «la formazione permanente non consiste tanto in delle attività ma in un'esperienza integrale e vitale da fare insieme ai destinatari».

«Sposare Gesù crocifisso e abbandonato»

Il cardinale ha chiuso con un ricordo personale, indicando in esso «la roccia su cui basare la nostra esistenza». Il giorno della sua ordinazione, ha raccontato, si svegliò con la strana impressione che in quel giorno sarebbe morto; durante la Santa Messa, prostrato sul pavimento, si sentì «come il chicco di grano che cade in terra e muore: muore con Cristo per il bene dei fratelli». A più di quarant'anni di distanza, ha confessato due certezze: che è stata l'unione con «Gesù abbandonato in croce» a tenerlo sempre in piedi, e che è stata sempre questa unione a farlo passare ogni volta «dalla Croce alla Resurrezione, dai problemi alla speranza, dai contrasti alla carità, dal negativo e dal buio alla luce e al positivo».

d.M.C.
Silere non possum




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