Bologna - C'è un Paese, in Africa occidentale, che ha appena superato l'Italia nella classifica mondiale della libertà di stampa. Si chiama Gambia, conta poco più di due milioni e mezzo di abitanti e fino a pochi anni fa viveva sotto la dittatura di Yahya Jammeh. Oggi, secondo Reporters Sans Frontières, garantisce ai propri giornalisti condizioni di lavoro migliori di quelle che trovano i cronisti in Italia. Insieme al Gambia hanno sorpassato l’Italia anche Costa d'Avorio e Ghana. Una notizia che dovrebbe far vergognare la classe politica del Paese fondatore dell'Unione europea, e invece passa quasi sotto silenzio.

Il World Press Freedom Index 2026, pubblicato il 30 aprile dall'organizzazione parigina Reporters Sans Frontières (Rsf), racconta una verità sgradevole ma documentata: l'Italia è precipitata dal 49° al 56° posto su 180 Paesi. Sette posizioni perse in dodici mesi. Il punteggio complessivo, che misura lo stato di salute dell'informazione attraverso cinque indicatori (politico, economico, giuridico, sociale e di sicurezza), è sceso da 68,01 a 65,16. E non c'è nemmeno una voce in controtendenza: tutti gli indicatori peggiorano, nessuno escluso.

Il colpo più duro arriva sul fronte giuridico - quello che misura quanto le leggi proteggano (o opprimano) i giornalisti - dove l'Italia perde dodici posizioni in un colpo solo, scivolando dal 44° al 56° posto. Crolla anche l'indicatore della sicurezza, che passa dal 44° al 61°, e quello sociale, che precipita addirittura dal 63° al 77°. Non sono numeri astratti: dietro ogni posizione persa ci sono inchieste mai pubblicate, querele intimidatorie, redazioni sguarnite, giornalisti costretti a vivere sotto scorta. Tra le voci che si sono rivolte a Rsf nei mesi scorsi c'è anche quella di Silere non possum, che ha portato all'attenzione dell'organizzazione parigina una serie di atti intimidatori provenienti tanto dall'Italia quanto - fatto ancor più paradossale - dallo Stato della Città del Vaticano: un'entità sovrana che, pur trovandosi geograficamente nel cuore di Roma, nel rapporto non compare nemmeno tra i Paesi monitorati.

Mafia, legge bavaglio e Rai: il triangolo del declino italiano

Rsf non si nasconde dietro al politichese diplomatico. Le minacce della criminalità organizzata, scrive l'Ong nella scheda dedicata all'Italia, restano un problema strutturale, soprattutto al Sud, dove circa venti giornalisti vivono attualmente sotto scorta perché esposti a ritorsioni mafiose. A questo si aggiungono i piccoli gruppi estremisti violenti che continuano a colpire cronisti e fotoreporter durante manifestazioni di piazza. Ma è la novità del rapporto 2026 a far rumore: per la prima volta Rsf inserisce esplicitamente la “legge bavaglio” tra le cause del peggioramento italiano. Si tratta del decreto legislativo 188 del 2024, voluto dalla maggioranza che sostiene il governo Meloni, che limita la pubblicazione integrale delle ordinanze di custodia cautelare fino al termine delle indagini preliminari. In pratica: i cittadini non possono più sapere, attraverso il lavoro dei cronisti giudiziari, perché un soggetto è stato arrestato - anche quando si tratta di politici, imprenditori o amministratori pubblici coinvolti in reati di rilevante interesse collettivo. Una norma che, denuncia Rsf, “rischia di aggravare la situazione dei reporter che si occupano di cronaca giudiziaria” e che si somma a un'altra piaga ben nota: le querele temerarie, note nel gergo internazionale come Slapp (Strategic Lawsuits Against Public Participation), cause civili e penali utilizzate da soggetti pubblici e privati non per ottenere giustizia, ma per intimidire chi indaga e prosciugargli le risorse.

Il terzo grande capitolo della denuncia firmata Rsf riguarda viale Mazzini. La Rai, scrive l'Ong, sta subendo crescenti interferenze dirette volte a trasformarla in uno strumento di comunicazione politica al servizio del governo. La Commissione di vigilanza è bloccata da mesi, le nomine ai vertici si trascinano tra polemiche e veti incrociati, mentre nelle redazioni si moltiplicano le segnalazioni di pressioni editoriali, programmi cancellati e conduttori “consigliati” dall'alto. Un servizio pubblico che dovrebbe essere baluardo del pluralismo e che invece, secondo l'organizzazione di Anne Bocandé, si sta progressivamente trasformando nel suo opposto.

“Ormai l'Italia è stabilmente fuori dagli standard dei Paesi fondatori dell'Unione europea, ed è in compagnia di Paesi come l'Ungheria. Ma è un dato che non stupisce, largamente prevedibile e previsto. I nostri allarmi sono finiti nel vuoto.” - Vittorio Di Trapani, presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana


Il contratto scaduto da dieci anni e il giornalismo che muore di precariato

C'è un altro aspetto che il rapporto Rsf mette nero su bianco e che da anni avvelena il giornalismo italiano: la crescente precarietà lavorativa. L'Ong parigina lo definisce un fenomeno che “mina pericolosamente il giornalismo, il suo dinamismo e la sua indipendenza”. Il contratto nazionale di lavoro dei giornalisti dipendenti è scaduto da dieci anni. I co.co.co e i collaboratori autonomi, che reggono buona parte della produzione di notizie nel Paese, percepiscono retribuzioni medie sotto la soglia di povertà, in attesa di un equo compenso più volte promesso e mai realmente attuato.

“La libertà di informazione viene rispettata solo a parole, nei fatti continua a essere penalizzata sia dal punto di vista legislativo sia da quello economico”, denuncia Alessandra Costante, segretaria generale della Fnsi. Il risultato è un'altra spia rossa che il rapporto accende sull'Italia: l'autocensura. I professionisti dei media, scrive Rsf, ricorrono talvolta a censurarsi da soli: sia per la linea editoriale della propria testata, sia per il timore concreto di finire travolti da una causa per diffamazione che potrebbe costare anni di stipendio.  Una situazione, avverte l'Ong, destinata ad aggravarsi proprio per effetto della legge bavaglio.

Nel mondo è il punto più basso da 25 anni

Il caso italiano non è isolato, e questo è forse l'aspetto più inquietante della fotografia scattata da Rsf. Il punteggio medio mondiale calcolato dall'Ong non è mai stato così basso da quando la classifica esiste, venticinque anni fa. Per la prima volta in un quarto di secolo, oltre la metà dei Paesi del pianeta - il 52,2% - si trova in una situazione di libertà di stampa giudicata “difficile” o “molto grave”.  Nel 2002, quando Rsf pubblicò il primo Index, erano appena il 13,7%. E mentre allora un cittadino del mondo su cinque viveva in un Paese dove la stampa era considerata libera, oggi a poterlo dire è meno dell'1% della popolazione globale.

Tra le grandi democrazie a precipitare, accanto all'Italia, ci sono soprattutto gli Stati Uniti di Donald Trump, scivolati al 64° posto - esattamente come l'Italia, sette posizioni perse - fra Botswana e Panama. Una collocazione impensabile fino a pochi anni fa per la patria del Primo emendamento. Rsf descrive un presidente che ha reso sistematici gli attacchi alla stampa, censurato dati governativi, smantellato le reti pubbliche americane e tagliato drasticamente i finanziamenti a Voice of America, Radio Free Europe e Radio Free Asia, che in molti Paesi autoritari rappresentavano l'unica voce libera disponibile.

In testa alla classifica resta inossidabile la Norvegia, per il decimo anno consecutivo, seguita da Paesi Bassi ed Estonia. In coda l'Eritrea (180ª) per il terzo anno di fila, preceduta da Corea del Nord e Cina. La sorpresa positiva del 2026 si chiama Siria: dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, il Paese guadagna 36 posizioni, la più grande risalita della storia dell'Index. Un dato che, paradossalmente, racconta più di mille analisi quanto in basso fosse arrivato il regime degli Assad, e quanto in basso possa scendere un Paese quando smette di proteggere chi fa informazione.

“La palla è nel campo delle democrazie. Il contagio autoritario non è una fatalità”

Anne Bocandé, direttrice editoriale di Rsf, accompagna la pubblicazione dell'Index 2026 con un monito che suona come un atto d'accusa: “In questo contesto, l'inazione equivale a un avallo”. Non basta più affermare i principi: servono garanzie solide, sanzioni reali e meccanismi di protezione effettivi. La palla, dice, è nel campo delle democrazie e dei loro cittadini. Spetta a loro fare quadrato per contrastare gli organizzatori del silenzio. Il contagio autoritario, conclude, non è una fatalità.

Per l'Italia il messaggio è chiaro, e arriva da chi il giornalismo lo fa ogni giorno: senza il recepimento dell'European Media Freedom Act, senza una legge anti-Slapp, senza una riforma della Rai che restituisca al servizio pubblico la sua autonomia editoriale e senza un intervento serio sulla precarietà del lavoro nelle redazioni, la discesa è destinata a continuare. Nel 2026 il Bel Paese si trova dietro al Gambia. Tra dodici mesi, se nulla cambia, potrebbe scoprire di essersi lasciato superare anche da qualcun altro. E non sarà più una sorpresa, ma la conseguenza di una scelta: quella di un Paese che, semplicemente, ha smesso di considerare la libertà di stampa una priorità.

p.V.C.
Silere non possum

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