Quando Facebook introdusse il pollice alzato, nel 2009, lo presentò come una piccola rivoluzione del consenso: un modo rapido per dire "mi piace" senza dover scrivere un commento. Sedici anni dopo, quel gesto è diventato qualcosa di molto diverso, e probabilmente di molto meno interessante. Il like, su tutti i social e non solo su Facebook, ha smesso di essere un'unità di misura affidabile del gradimento, perché chi lo distribuisce lo fa, spesso, per ragioni che con il gradimento hanno poco a che vedere. Vale la pena guardarci dentro, perché due fenomeni apparentemente lontani - il successo virale dei contenuti d'odio e l'abitudine, diffusa in "certi ambienti", di distribuire "mi piace" a pioggia - raccontano in realtà la stessa storia: quella di un gesto svuotato del suo significato. Una storia che, nella comunità cattolica, parla anche d'altro: di ipocrisia, e di una sostanziale incapacità di abitare gli spazi digitali. Forse non è un caso. Abbiamo smesso da tempo di saper vivere persino quelli reali: ci siamo chiusi in una setta di simili, frequentando solo chi la pensa come noi. Stupisce poco, allora, che quella stessa chiusura si replichi - più automatica, più cieca - quando passiamo allo schermo.

L'odio paga (in termini di engagement)

Che i contenuti aggressivi performino meglio degli altri non è più un sospetto, ma una constatazione. Diversi studi hanno mostrato come i post che esprimono indignazione, rabbia o disprezzo verso un avversario - politico, religioso, professionale, culturale - generino reazioni in misura significativamente superiore rispetto ai contenuti pacati o costruttivi. Il meccanismo è noto: gli algoritmi delle principali piattaforme premiano ciò che produce engagement, e l'indignazione produce engagement meglio di qualunque altra emozione. Un post moderato chiede al lettore di pensare; un post indignato gli chiede solo di reagire, e la reazione costa meno fatica.

Pensiamo, ad esempio, ai moltissimi post che circolano sulla guerra, o su vicende come Garlasco - ma il discorso vale per innumerevoli altri temi. Quanti, davvero, si fermano a verificare se ciò che viene condiviso è autentico? È un'operazione che non sanno fare nemmeno molti giornalisti, alcuni dei quali, parlando dei conflitti in corso, hanno spacciato per riprese di bombardamenti veri immagini generate dall'intelligenza artificiale. È un dramma nel dramma. Ma capita anche, e troppo spesso, di imbatterci in utenti qualunque che pubblicano sciocchezze le quali poi rimbalzano virali come se fossero verità acclarate - salvo scoprire, qualche giorno dopo, che lo screenshot era falso, che la citazione era inventata, che la notizia non era mai esistita.

Questo, sui social, crea un'asimmetria strutturale. Un contenuto equilibrato, documentato, che invita alla riflessione, può raccogliere venti o trenta like. Un post che attacca con violenza un nemico identificato - il politico, il vescovo, lo straniero, il giornalista - può raccoglierne migliaia. Sarebbe ingenuo concluderne che la seconda posizione sia più condivisa della prima: ciò che misuriamo non è il consenso, ma la disponibilità a cliccare. E quella disponibilità si attiva molto più facilmente quando il contenuto colpisce un nervo scoperto. Il like all'odio, insomma, non è un voto: è uno scarico nervoso.

Non tutti i like hanno lo stesso peso

C'è poi un aspetto che raramente viene esplicitato, ma che cambia in profondità il modo in cui dovremmo leggere quei contatori. I numeri sono sempre uguali - cento è cento, mille è mille - ma le persone che li compongono no. Un post che riceve mille like da figure pubbliche autorevoli, professionisti riconosciuti, intellettuali, personaggi stimati, giornalisti seri, non è la stessa cosa di un post che riceve mille like da una rete di account anonimi, profili rabbiosi, troll seriali e personaggi che hanno costruito la propria visibilità sull'aggressione sistematica. Eppure, sul contatore, quei due "mille" appaiono identici. È un'illusione ottica con conseguenze concrete. Anche economiche.

Capita spessissimo, soprattutto nel nostro ambiente, di vedere personaggi imbarazzanti che si scambiano like a vicenda, costruendo bolle di mutuo riconoscimento in cui l'odioso premia l'odioso, il complottista applaude il complottista, l'ossessionato del Papa fa il tifo per l'altro ossessionato del Papa. Si crea così una piccola economia dell'apparenza: i numeri salgono, l'algoritmo se ne accorge, il contenuto circola - e quel circolare diventa, agli occhi degli osservatori distratti, una forma di legittimazione. "Se ha tutti quei like, è famoso", ragiona chi non ha tempo di guardare chi ha messo quei like. Ma la verità è che dietro a certi numeri non c'è alcun consenso autorevole: c'è solo una claque che si autoalimenta.

Vale lo stesso, naturalmente, anche in positivo: un commento misurato firmato da una persona di riconosciuta competenza pesa, sul piano del dibattito pubblico reale, molto più di cento commenti di profili senza volto. Imparare a "pesare" i like - chiedendoci non solo quanti sono, ma chi li mette - è uno degli esercizi più necessari per non farci ingannare dalle apparenze numeriche di questo ecosistema.

Il like come saluto

C'è poi una seconda forma di svuotamento, meno appariscente ma forse altrettanto significativa, e particolarmente visibile in alcuni ambienti - quello cattolico tra questi, ma non solo. Si tratta del like distribuito a pioggia, senza alcuna correlazione con il contenuto effettivamente "premiato". Lo si nota con chiarezza quando si osservano i comportamenti di certi utenti su questioni divisive: la stessa persona mette "mi piace" a un post che difende una determinata posizione e, poco dopo, ne mette uno al post che sostiene esattamente l'opposto. Si tratta, semplicemente, di un automatismo.

Le ragioni sono diverse e probabilmente convivono. C'è il like-saluto, che funziona come un buongiorno virtuale: "ti ho visto, ci sono". 

C'è il like-appartenenza, che segnala il riconoscimento di un nemico comune più che l'adesione al contenuto stesso: se attacchi quella determinata posizione, o addirittura quella determinata persona, ti metto il pollice - qualunque cosa tu abbia effettivamente scritto. E qui andrebbe aperta una riflessione ulteriore, soprattutto per chi riveste ruoli pubblici: mettere il pollice a certi contenuti, quando quei contenuti sono di gravità non secondaria, ha conseguenze precise. E giustamente.

C'è il like-cortesia, che evita l'imbarazzo di passare oltre senza reagire. E c'è, infine, il like distratto, conseguenza della velocità con cui scorriamo i feed: si clicca quasi senza leggere, come si annuisce a un conoscente incrociato per strada.

L'ipocrisia di un certo cattolicesimo digitale

Nel nostro ambiente domina una drammatica ipocrisia, che è prima di tutto un'incapacità di esercitare il giudizio. Non vogliamo "sporcarci le mani" mettendo un like a contenuti che bolliamo come "divisivi", ma che nella sostanza sono riflessioni argomentate e documentate. Poi però quel like lo “regaliamo”, senza esitazioni, a post di insulti, a costruzioni complottiste, ad account che hanno trasformato l'attacco al Papa in un vero e proprio mestiere. Qualcuno osservava nei giorni scorsi che certi siti e account social del cattolicesimo americano sono fra i più cliccati della galassia ecclesiale: ed è vero, perché sono proprio quelli che impastano teorie del complotto, attacchi a migranti e omosessuali, ostilità sistematica al magistero. Attirano perché polarizzano - è la legge dell'algoritmo, non un mistero. Ma la domanda da porci è un'altra: davvero crediamo di fare bella figura cliccando, condividendo, rilanciando contenuti simili? Chi mette il pollice alzato a questi post è in larga parte lo stesso che poi, con sussiego, etichetta come "controverse" pagine di altri quotidiani ben più equilibrate, e quasi sempre meglio documentate.

Quando una comunità si comporta come una setta

La risposta, però, c'è ed è chiara: ogni volta che ragioniamo così non siamo diversi dalle sette. Avete presente quelli che si aggirano per le nostre città con il cartellino sul petto, la camicia bianca e la cravatta? Hanno sviluppato un comportamento settario - lo riconosciamo subito, e con una certa supponenza - che impedisce loro di valutare onestamente ciò che dice chi non è del gruppo, e ancor meno chi del gruppo fa parte ma si permette di criticarlo. È esattamente ciò che fa una setta. Le testimonianze degli ex aderenti raccontano sempre la stessa parabola: hanno cominciato a fare domande, hanno denunciato ciò che non andava, sono stati etichettati, allontanati, infine "mostrificati" per renderli inavvicinabili. Le sette funzionano così: inventano storie, diffondono pettegolezzi, ostracizzano, distruggono la reputazione di chi le disturba. E lo fanno proprio a danno di chi ha il coraggio di dire la verità. Lo fanno le sette, dunque. Non noi cattolici. Noi siamo una comunità di credenti, queste cose non le facciamo. Non è il nostro modus agendi. Vero?

Eppure, a volte, accade anche nei nostri ambienti - e determinate scelte, determinati giudizi ci restituiscono un'immagine preoccupante di quanto sia carente, in realtà, la formazione umana, culturale ed affettiva.

Cosa resta del "mi piace"

Le due dinamiche sembrano opposte - una premia la rabbia, l'altra premia indistintamente tutto - ma convergono in un punto: il like ha smesso di essere un atto valutativo. Nel primo caso esprime una pulsione; nel secondo, una relazione. In entrambi i casi, però, non dice nulla sulla qualità o sulla verità di ciò che viene premiato. E questo ha conseguenze concrete.

La prima conseguenza è epistemologica: ci abituiamo a leggere i numeri come se misurassero il consenso, e su quei numeri costruiamo giudizi sull'opinione pubblica, sulle correnti di pensiero, sull'autorevolezza di chi parla. Su quegli stessi numeri, sia chiaro, si costruiscono anche i guadagni: a seconda di quanti follower hai e di quanti like riesci ad accumulare, un'azienda decide se proporti una collaborazione, se pagarti e quanto pagarti. Lo stesso fanno Meta, TikTok e YouTube nei programmi di monetizzazione. Ma se il contatore non misura davvero ciò che pretende di misurare, le nostre mappe - economiche, oltre che culturali - sono distorte.

La seconda conseguenza è morale: chi produce contenuti impara, consciamente o meno, che certi gesti rendono e altri no. L'autore che vuole essere letto è incentivato ad alzare i toni; quello che vuole essere apprezzato dai suoi sa che basterà esistere. In entrambi i casi, la qualità del contenuto diventa una variabile secondaria.

Servono comunità pensanti, non fenomeni da baraccone

Forse non c'è una soluzione tecnica al problema, e probabilmente il like, come strumento, ha esaurito la sua utilità. Quello che resta possibile è un esercizio individuale di consapevolezza: chiedersi, prima di cliccare, se stiamo davvero dicendo "sono d'accordo", o se stiamo dicendo qualcos'altro - e, in quel caso, se non sarebbe più onesto non cliccare affatto, o scrivere due righe. Un commento ragionato vale più di mille pollici alzati.

Ma c'è qualcosa di più ampio in gioco. L'attuale ecosistema digitale è popolato di account seguitissimi - spesso da follower in gran parte inattivi - che al dibattito pubblico, politico o ecclesiale, non portano nulla: fenomeni da baraccone che ogni giorno annunciano l'idea rivoluzionaria o lo scoop dell'anno, e ogni giorno vengono puntualmente smentiti. Non possiamo continuare ad affidarci a loro. Abbiamo bisogno, soprattutto nel nostro ambiente ecclesiale, di comunità pensanti: capaci all'occorrenza di portare alla luce uno scandalo per accendere i riflettori su un problema reale, ma il cui mestiere quotidiano è riflettere, analizzare, offrire spunti, raccontare con cura. È così che si costruisce comunità - purché dall'altra parte ci siano lettori disposti a confrontarsi, e non a riversare commenti d'odio o senza senso.

Chi finanzia l'informazione libera?

E qui arriva il punto più scomodo, quello che di solito non si dice: come si finanziano queste realtà? Se l'algoritmo premia chi urla e insulta, chi sceglie di non abbassarsi a quel livello - come Leone XIV ci ha esplicitamente chiesto in più occasioni - deve comunque trovare il modo di avere le risorse per offrire questo servizio. Se invece il contenuto serio, documentato, riflessivo viene strutturalmente penalizzato, il problema non è più individuale ma sistemico.

Va aggiunto che queste grandi realtà americane non vivono soltanto dei guadagni che le piattaforme distribuiscono in base ai numeri: hanno alle spalle finanziatori importanti, e tutti riconducibili a un'area politica precisa. Lo si vede bene quando si arriva al bivio: se devono scegliere se difendere il Papa o difendere Donald Trump, scelgono - puntualmente - il secondo.

È un tema su cui stiamo ragionando proprio in queste ore al più importante appuntamento del Paese dedicato a startup e tecnologia: anche l'informazione ha bisogno di investitori. Ne ha bisogno con urgenza, in un tempo in cui alle guerre combattute in varie parti del mondo si somma una guerra parallela di parole e di fake news condotta sui social. Servono persone disposte a scommettere su un'informazione libera: non orientata da chi mette i soldi, ma volta a raccontare la verità senza tabù, senza freni, senza paure.

Forse il punto, in fondo, è esattamente questo. Smettere di considerare i like come gesti privati e neutri, e iniziare a vederli per ciò che sono: un voto, ogni volta, su che tipo di parola pubblica vogliamo sostenere. E su che tipo di comunità vogliamo essere.

J.V.
Silere non possum

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