Martedì 28 aprile, davanti a una seduta congiunta del Congresso degli Stati Uniti, Re Carlo III ha pronunciato un discorso che resterà nella memoria diplomatica di questo decennio. Primo monarca britannico a parlare a Capitol Hill dopo la madre Elisabetta II nel 1991, il sovrano ha celebrato i 250 anni dell'indipendenza americana e ha rilanciato - in una stagione di tensioni sempre più aperte fra Londra e Washington - quella che ha definito una «alleanza indispensabile» fra le due sponde dell'Atlantico. Molti commentatori si sono soffermati sui passaggi politici: il sostegno all'Ucraina, il richiamo alla NATO, l'accenno ai «controlli e bilanciamenti» del potere esecutivo accolto da una delle standing ovation più calorose. Altri ancora si sono soffermati sui momenti di ironia disseminati lungo il discorso: battute apparentemente leggere che, a guardarle bene, erano frecciate ben calibrate per ricondurre alle giuste proporzioni l'esuberanza del Presidente americano. Tutto vero, tutto importante. Ma a noi, da queste colonne, preme richiamare l'attenzione su un altro passaggio, meno citato e forse più decisivo per chi guarda al mondo con gli occhi della fede.
«La fede cristiana è una fonte quotidiana di ispirazione»
A un certo punto del suo intervento, Re Carlo - che è anche Governatore Supremo della Chiesa d'Inghilterra - ha parlato con una franchezza che non si sente spesso nelle aule del potere: «Per molti qui presenti e per me stesso, la fede cristiana è un saldo punto di riferimento e una fonte quotidiana di ispirazione che ci guida non solo personalmente, ma tutti insieme come membri della nostra comunità. Avendo dedicato gran parte della mia vita ai rapporti interreligiosi e a una maggior comprensione reciproca, è proprio quella fede nel trionfo della luce sulle tenebre che ho visto confermata innumerevoli volte.»
E ha aggiunto, citando Isaia, l'auspicio che «in questi tempi turbolenti» si possa «fermare la trasformazione degli aratri in spade» - invertendo la celebre profezia per descrivere l'inquietudine di un mondo che corre verso il riarmo. Siamo «ancora nel tempo della Pasqua», ha ricordato, «la stagione che rafforza maggiormente la mia speranza». Sono parole che parlano di fede, di pace, di rispetto reciproco fra credenti. Sono - usiamo il termine tecnico - parole ecumeniche, nel senso più alto del termine.

Roma, lo stesso giorno: lo «scandalo» delle divisioni
Quasi negli stessi minuti in cui Carlo parlava al Congresso, a Roma stava per concludersi la visita di quattro giorni dell'arcivescovo di Canterbury, Sarah Mullally. Il giorno prima, lunedì 27 aprile, Papa Leone XIV l'aveva ricevuta in udienza nel Palazzo Apostolico, e dopo aveva pregato con lei nella Cappella Urbano VIII.
Le parole pronunciate dal Pontefice in quell'occasione meritano di essere riprese alla lettera: «Mentre il nostro mondo sofferente ha un profondo bisogno della pace di Cristo, le divisioni tra cristiani indeboliscono la nostra capacità di essere efficaci portatori di quella pace». E ancora, riprendendo un'espressione già usata da Papa Francesco nel 2024: sarebbe «uno scandalo» se i cristiani non continuassero a lavorare per superare le proprie differenze, «per quanto possano sembrare insormontabili». Lo scandalo, parola pesante, evangelica, di chi pone una pietra d'inciampo sul cammino del fratello.
La controvoce: derisione e disprezzo
E qui veniamo al punto dolente. Mentre il Papa accoglieva l'arcivescovo con la cortesia e il rispetto della tradizione, mentre Re Carlo parlava al mondo della fede cristiana come fonte di pace, alcuni ambienti “cattolici” sceglievano la strada opposta. Sui soliti blog di pizzi e merletti o dei preti cacciati dalle loro diocesi, Mullally veniva derisa con parole che neppure riportiamo per non amplificarle. Ora: sui temi teologici di fondo - la validità delle ordinazioni anglicane, il ministero ordinato femminile, le divergenze ecclesiologiche - la dottrina cattolica ha posizioni precise, espresse da documenti come l'Apostolicae curae di Leone XIII e l'Ordinatio sacerdotalis di san Giovanni Paolo II.
Nessuno le dimentica, anzi. Il Papa, però, quando dialoga cerca il terreno comune, non i punti di scontro. A questi ultimi pensano le commissioni istituite a tale scopo, che certo non si limitano a dire «va bene così», ma discutono per affermare con fermezza la propria posizione. Il dialogo ecumenico non si fa rinunciando alla verità, e il magistero su questi punti è chiaro.
Ma fra l'aderire alla dottrina e il deridere pubblicamente la persona che si è recata in pellegrinaggio sulla tomba dell'Apostolo Pietro c'è un abisso. Ed è proprio questo abisso che alcuni non sembrano cogliere: quei soggetti che si improvvisano «bloggettari», «giornalisti», «millantatori», «padri», «teologi», e via elencando. Un conto è criticare nel merito, articolare una posizione in modo serio e magari anche credibile; un altro è insultare, alludere, minacciare, caricaturare, diffamare, calunniare. È esattamente su questo crinale che Leone XIV è tornato più volte in questi mesi, e che qualcuno continua a fingere di non sentire. Sia chiaro: se chi viene investito da certi attacchi sceglie di lasciar correre per pietà, non significa affatto che si stia avendo la meglio. Significa solo che si fa la figura dei poveretti, almeno finché un giorno qualcuno non si scoccia e ti fa cadere addosso una richiesta di risarcimento danni che non ti fa dormire più la notte. La quale si aggiunge, peraltro, alle già numerose condanne ricevute. Ecco, insomma, qualcuno sembra non aver ancora capito che il Papa su questo punto è stato molto chiaro e ha parlato di “linguaggio da disarmare”. Il che non significa non affermare la verità, ma farlo in modo professionale, serio. O meglio, noi cattolici dovremmo farlo con carità. Lo stesso cardinale Koch, prefetto del Dicastero per la promozione dell'unità dei cristiani, all'atto dell'insediamento di Mullally aveva inviato un messaggio di auguri auspicando che il cammino comune possa proseguire. Non per ingenuità, ma perché così esige il Vangelo.
Due pilastri, una responsabilità
Re Carlo, nel suo discorso, ha richiamato la celebre formulazione di Henry Kissinger: la partnership atlantica come edificio retto da «due pilastri, Europa e America». Il sovrano l'ha applicata alla geopolitica, ma l'immagine vale anche, e forse soprattutto, per la cristianità d'Occidente. Cattolici e altre confessioni cristiane sono pilastri diversi di un medesimo edificio, che ha bisogno di tutta la sua tenuta proprio adesso, mentre dall'Ucraina al Medio Oriente le fiamme della guerra non si spengono. In un tempo nel quale - come ha ricordato il Papa - il mondo «soffre» e cerca la pace di Cristo, il cristiano che invece di tendere la mano scaglia l'epiteto, che invece di pregare schernisce, sta facendo il gioco di chi vuole il conflitto. Sta, letteralmente, scandalizzando: ponendo l'inciampo sulla strada altrui. E sono tanti a notarlo. Sono tanti a rimanerne scandalizzati.
Il momento storico chiede esattamente l'opposto. Chiede di costruire, con pazienza e fermezza nella verità, quel «clima di pace e accoglienza» che è l'unico antidoto serio alla brutalità dell'epoca. Ma è proprio questa la capacità che, nella Chiesa di oggi, sembra essersi affievolita. La stessa che abbiamo perso, in fondo, anche nelle nostre vite quotidiane: l'arte di sedersi a tavola con chi non la pensa come noi, di pranzare insieme, di sentirsi amici nonostante le idee, le posizioni, la fede o l'orientamento politico siano differenti. È un'arte cristiana antica, e la stiamo dimenticando.
Lo chiede la Pasqua che stiamo ancora vivendo, come ha ricordato il sovrano britannico. Lo chiede il magistero del Papa. Lo ha chiesto - con sorprendente eloquenza - anche un re anglicano dal podio del Congresso americano. Ascoltiamoli. E mettiamo via, almeno tra fratelli cristiani, le spade dell'invettiva. Bastano già quelle vere, di cui il mondo è fin troppo pieno.
p.V.B.
Silere non possum
DISCORSO DEL RE CARLO III
Signor Vicepresidente,
Signor Speaker,
membri del Congresso,
rappresentanti del popolo americano di tutti gli Stati, territori, città e comunità,
vorrei cogliere questa opportunità per esprimere la mia particolare gratitudine a tutti voi per il grande onore concessomi di rivolgermi a questa seduta congiunta del Congresso e, a nome della Regina e mio, ringraziare il popolo americano per averci accolto negli Stati Uniti in quest’anno che celebra il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza.
Per tutto questo tempo, i nostri destini come nazioni sono stati strettamente intrecciati. Come disse Oscar Wilde, ormai abbiamo davvero tutto in comune con l’America, tranne, ovviamente, la lingua.
Ci incontriamo in tempi di grande incertezza, in tempi di conflitto, dall’Europa al Medio Oriente, che pongono immense sfide alla comunità internazionale e il cui impatto si fa sentire in ogni ambiente, da un capo all’altro dei nostri Paesi.
Ci incontriamo anche all’indomani dell’incidente non lontano da questo grande edificio, che ha cercato di colpire la leadership della vostra nazione e di fomentare paura e discordia ancor più ampie. Permettetemi di ribadire, con incrollabile determinazione, che tali atti di violenza non avranno mai successo.
A prescindere dalle nostre differenze, a prescindere dai disaccordi, restiamo uniti nel nostro impegno nel difendere la democrazia, nel proteggere i nostri cittadini da ogni danno e nel rendere omaggio al coraggio di coloro che ogni giorno rischiano la propria vita al servizio dei nostri Paesi.
Stando qui oggi, è difficile non sentire il peso della storia sulle mie spalle, perché il rapporto moderno tra le nostre due nazioni e i nostri popoli abbraccia non soltanto 250 anni, ma oltre quattro secoli.
È straordinario pensare che io sia il diciannovesimo nella nostra linea di sovrani a studiare con quotidiana attenzione gli affari dell’America. Vengo quindi qui oggi con il massimo rispetto per il Congresso degli Stati Uniti, questa cittadella della democrazia creata per rappresentare la voce di tutto il popolo americano, per promuovere la libertà e i più sacrosanti diritti.
Parlando in questa rinomata aula di dibattito e deliberazione, non posso fare a meno di pensare alla mia defunta madre, la Regina Elisabetta, che nel 1991 ebbe anch’essa questo sacro onore e parlò sotto lo sguardo vigile della Statua della Libertà sopra di noi.
Oggi sono qui, in questa grande occasione nella vita delle nostre nazioni, per esprimere la più alta stima e amicizia del popolo britannico al popolo degli Stati Uniti.
Ora, come forse saprete, quando mi rivolgo al mio Parlamento a Westminster, seguiamo ancora una tradizione antichissima e prendiamo in ostaggio un membro del Parlamento, trattenendolo a Buckingham Palace finché non faccio ritorno in sicurezza. Oggigiorno trattiamo il nostro ospite piuttosto bene, al punto che spesso non desidera andarsene. Non so, Signor Speaker, se vi siano volontari per questo ruolo qui oggi.
Guardando indietro nei secoli, Signor Speaker, emergono alcuni schemi, alcune verità evidenti da cui possiamo imparare e trarre forza reciproca. Con lo spirito del 1776 nella mente, possiamo forse concordare sul fatto che non sempre siamo d’accordo, almeno in prima istanza.
In effetti, il principio stesso su cui si fonda il vostro Congresso, «nessuna tassazione senza rappresentanza», innescò un disaccordo fondamentale tra noi ma, al contempo, stabilì un valore democratico condiviso che avete ereditato da noi.
La nostra è una partnership nata dal dissenso, ma non per questo meno forte. Forse, con questo esempio, possiamo vedere che le nostre nazioni sono, in realtà, istintivamente affini, prodotto delle comuni tradizioni democratiche, giuridiche e sociali in cui ancora oggi affonda la nostra governance.
Attingendo a questi valori e tradizioni più e più volte, i nostri due Paesi hanno sempre trovato il modo di collaborare. E perbacco, Signor Speaker, quando siamo andati di comune accordo, quali grandi cambiamenti ne sono derivati, non solo a beneficio dei nostri popoli, ma di tutti i popoli.
È proprio questo, a mio avviso, l’ingrediente speciale del nostro rapporto. Come ha osservato lo stesso Presidente Trump durante la sua visita di stato in Gran Bretagna lo scorso autunno, il legame di parentela e identità tra l’America e il Regno Unito è inestimabile ed eterno. È insostituibile e indissolubile.
Signor Speaker, questa non è affatto la mia prima visita a Washington, D.C., la capitale di questa grande repubblica. È, infatti, la mia ventesima visita negli Stati Uniti e la prima come Re e capo del Commonwealth. Questa è una città che simboleggia un periodo della nostra storia condivisa, o ciò che Charles Dickens avrebbe potuto chiamare «Una storia di due Giorgio»: il primo presidente, George Washington, e il mio bisnonno di quinta generazione, re Giorgio III. Re Giorgio, come sapete, non mise mai piede in America. E vi assicuro, signore e signori, che non sono qui come parte di qualche astuto intervento di retroguardia.
I Padri Fondatori furono ribelli audaci e visionari, guidati da un ideale. Duecentocinquant’anni or sono o, come diciamo nel Regno Unito, appena l’altro giorno, dichiararono l’indipendenza, destreggiandosi tra forze contrastanti e infondendo vigore alla diversità. Unirono tredici colonie disparate per forgiare una nazione sull’ideale rivoluzionario di vita, libertà e ricerca della felicità. Portarono con sé e svilupparono la grande eredità dell’Illuminismo britannico, così come idee che risalivano ancora più indietro, al diritto comune inglese e alla Magna Carta.
Queste radici sono profonde e sono ancora vitali.
La nostra Dichiarazione dei Diritti del 1689 non fu soltanto il fondamento della nostra monarchia costituzionale, ma anche lo spunto di molti dei principi ribaditi, spesso quasi parola per parola, nel Bill of Rights americano del 1791.
E queste radici affondano ancora più indietro nella storia. La U.S. Supreme Court Historical Society ha calcolato che la Magna Carta è citata in almeno 160 casi della Corte Suprema dal 1789, non da ultimo come fondamento del principio secondo cui il potere esecutivo è soggetto a controlli ed equilibri.
È per questo che a Runnymede, lungo il Tamigi, si trova una pietra nel luogo in cui la Magna Carta fu firmata nel 1215. Questa pietra ricorda che un acro di quel sito antico e storico fu donato agli Stati Uniti d’America dal popolo del Regno Unito per simboleggiare la nostra comune determinazione a sostegno della libertà e in memoria del Presidente John F. Kennedy.
Illustri membri del 119° Congresso, è qui, in queste stesse sale, che questo spirito di libertà e la promessa dei fondatori dell’America sono presenti in ogni sessione e in ogni voto espresso non dalla volontà di uno solo, ma dalla deliberazione di molti, che rappresentano il mosaico vivente degli Stati Uniti in entrambi i nostri Paesi.
E sono proprio le nostre società, vivaci, diverse e libere, a conferirci la nostra forza collettiva, anche nel sostenere le vittime di alcuni dei mali che oggi purtroppo travagliano entrambe le nostre realtà.
E inoltre, Signor Speaker, per molti qui presenti e per me stesso, la fede cristiana è un saldo punto di riferimento e una fonte quotidiana di ispirazione che ci guida non solo personalmente, ma tutti insieme come membri della nostra comunità. Avendo dedicato gran parte della mia vita ai rapporti interreligiosi e a una maggior comprensione reciproca, è proprio quella fede nel trionfo della luce sulle tenebre che ho visto confermata innumerevoli volte. Attraverso di essa, sono ispirato dal profondo rispetto che si sviluppa quando persone di fedi diverse crescono nella comprensione reciproca. Per questo è mia speranza, e mio auspicio, che in questi tempi turbolenti, lavorando insieme e con i nostri partner internazionali, possiamo fermare la trasformazione degli aratri in spade.
Siamo ancora nel tempo della Pasqua, la stagione che rafforza maggiormente la mia speranza. Credo con tutto il cuore che l’essenza delle nostre due nazioni risiede nella generosità di spirito e nel dovere di promuovere la compassione, favorire la pace, approfondire la comprensione reciproca e valorizzare tutte le persone, di ogni fede e di nessuna.
L’alleanza che le nostre due nazioni hanno costruito nel corso dei secoli, e per la quale siamo profondamente grati al popolo americano, è davvero unica, e tale alleanza fa parte di ciò che Henry Kissinger descrisse come la visione ispirata di Kennedy: una partnership atlantica basata su due pilastri, Europa e America.
Quella partnership, Signor Speaker, è oggi più importante che mai, ne sono profondamente convinto.
Il primo sovrano britannico regnante a metter piede in America fu mio nonno, re Giorgio VI. Egli visitò il Paese nel 1939 insieme alla mia amata nonna Elisabetta, la Regina Madre. In Europa avanzavano le forze del fascismo e, poco tempo prima, gli Stati Uniti si erano uniti a noi nella difesa della libertà. I nostri valori condivisi prevalsero.
Oggi viviamo in una nuova era, ma quei valori persistono. È un’epoca che, per molti aspetti, appare più instabile e più pericolosa del mondo al quale la mia defunta madre si rivolse in quest’aula nel 1991.
Le sfide che affrontiamo sono troppo grandi perché una sola nazione possa sostenerle da sola. Ma in questo scenario imprevedibile, la nostra alleanza non può basarsi sui successi del passato né dare per scontato che i principi fondamentali semplicemente perdurino nel tempo.
Come ha affermato il mio primo ministro il mese scorso, la nostra è una partnership indispensabile. Non dobbiamo trascurare tutto ciò che ci ha sostenuto negli ultimi ottant’anni, ma occorre continuare a costruirvi sopra. Il rinnovamento oggi inizia dalla sicurezza.
Il Regno Unito riconosce che le minacce che affrontiamo richiedono una trasformazione della difesa britannica. È per questo che il nostro Paese, per prepararsi al futuro, ha varato il più grande stanziamento di fondi per la difesa dai tempi della Guerra Fredda, durante parte della quale, oltre cinquant’anni fa, ho servito con immenso orgoglio nella Royal Navy, seguendo le orme navali di mio padre, il principe Filippo, Duca di Edimburgo, di mio nonno re Giorgio VI, del mio prozio Lord Mountbatten e del mio bisnonno re Giorgio V.
Quest’anno, naturalmente, segna anche il 25° anniversario dell’11 settembre. Quell’attentato segnò un momento decisivo per l’America, e il vostro dolore e il vostro shock furono avvertiti in tutto il mondo. Durante la mia visita a New York, mia moglie ed io renderemo nuovamente omaggio alle vittime, alle famiglie e al coraggio dimostrato di fronte a una perdita così tragica.
Siamo stati al vostro fianco allora, e lo siamo anche oggi, nel solenne ricordo di un giorno che non sarà mai dimenticato.
Subito dopo l’11 settembre, quando la NATO invocò per la prima volta l’Articolo Cinque e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite alzò la voce all’unanimità contro il terrorismo, abbiamo risposto insieme all’appello, come i nostri popoli hanno fatto per oltre un secolo, fianco a fianco,attraverso due guerre mondiali, la Guerra Fredda, l’Afghanistan e altri momenti che hanno segnato profondamente il nostro impegno condiviso per la sicurezza.
Oggi, Signor Speaker, quella stessa incrollabile determinazione è necessaria per la difesa dell’Ucraina e del suo popolo valoroso. È necessaria per garantire una pace veramente giusta e duratura.
Dalle profondità dell’Atlantico alle calotte glaciali dell’Artico che si stanno drammaticamente sciogliendo, l’impegno e la competenza delle Forze Armate degli Stati Uniti e dei loro alleati sono al cuore della NATO: siamo tutti coinvolti nella difesa reciproca, nella protezione dei nostri cittadini e dei nostri interessi, nel mantenere in sicurezza gli americani e gli europei dagli avversari comuni.
I nostri legami in materia di difesa, intelligence e sicurezza sono strettamente consolidati attraverso relazioni misurate non in anni, bensì in decenni.
Oggi, migliaia di militari statunitensi, funzionari della difesa e le loro famiglie sono di stanza nel Regno Unito, mentre il personale britannico serve con pari orgoglio in 30 Stati americani. Costruiamo insieme gli F-35 e abbiamo concordato il programma di sottomarini più ambizioso della storia, AUKUS. E lo facciamo in collaborazione con l’Australia, un Paese di cui sono anche immensamente orgoglioso di essere sovrano.
Non intraprendiamo insieme queste straordinarie iniziative per sentimentalismo, sia ben chiaro. Lo facciamo perché esse rafforzano la resilienza condivisa per il futuro, rendendo i nostri cittadini più sicuri per le generazioni a venire.
Se i nostri ideali comuni sono stati cruciali per garantire libertà ed uguaglianza, essi rappresentano anche il fondamento della nostra prosperità condivisa. Lo stato di diritto, la certezza di regole stabili e accessibili, un sistema giudiziario indipendente, la risoluzione delle controversie e l’imparzialità della giustizia: queste caratteristiche hanno creato le condizioni che per secoli hanno favorito la crescita economica senza pari nei nostri due Paesi.
È per questo che i nostri governi stanno siglando nuovi accordi economici e tecnologici per scrivere il prossimo capitolo della nostra prosperità comune e garantire che l’ingegno britannico e americano continui a guidare il mondo. Le nostre nazioni stanno unendo talenti e risorse nelle tecnologie del futuro. Le nostre nuove partnership nella fusione nucleare e nel calcolo quantistico, nell’intelligenza artificiale e nella scoperta di nuovi farmaci, promettono di salvare innumerevoli vite umane.
Più in generale, celebriamo i 430 miliardi di dollari di scambi annuali in continua crescita, i 1.700 miliardi di dollari di investimenti reciproci che alimentano questa innovazione e i milioni di posti di lavoro su entrambe le sponde dell’Atlantico, a sostegno delle nostre economie.
Queste sono solide basi su cui continuare a costruire per le generazioni che verranno. I nostri legami nell’istruzione, nella ricerca e negli scambi culturali rafforzano i cittadini e i futuri leader di entrambi i Paesi. La Marshall Scholarship, intitolata al grande generale George Marshall e della cui associazione sono orgoglioso di essere patrono, è emblematica del legame tra i nostri due Paesi. Dalla sua fondazione, sono state assegnate oltre 2.300 borse di studio, aprendo le porte ad americani di ogni estrazione per studiare nelle principali università del Regno Unito.
Guardando ai prossimi 250 anni, dobbiamo anche riflettere sulla nostra responsabilità condivisa per la tutela della natura, il nostro bene più prezioso e insostituibile.
Per millenni, molto prima che le nostre nazioni esistessero, prima che fosse tracciato qualsiasi confine, le montagne della Scozia e degli Appalachi erano un’unica catena continua, forgiata nell’antica collisione dei continenti.
Le meraviglie naturali degli Stati Uniti d’America sono un patrimonio davvero unico, e generazioni di americani hanno risposto a questa vocazione. Leader indigeni, politici e civili, abitanti delle comunità rurali e delle città, hanno contribuito a proteggere e custodire ciò che il presidente Theodore Roosevelt definì la «gloriosa eredità» dello straordinario splendore naturale di questa terra, da cui è sempre dipesa gran parte della sua prosperità.
Eppure, mentre celebriamo la bellezza che ci circonda, la nostra generazione deve decidere come affrontare il collasso dei sistemi naturali critici, che minaccia molto più dell’armonia e della diversità essenziale della natura. Ignoriamo a nostro rischio il fatto che questi sistemi naturali - in altre parole, l’economia della natura - costituiscono la base della nostra prosperità e della nostra sicurezza nazionale.
La storia del Regno Unito e degli Stati Uniti è, nella sua essenza, una storia di riconciliazione, rinnovamento e partnership straordinaria. Dalle amare divisioni di 250 anni fa, abbiamo forgiato un’amicizia che è cresciuta fino a diventare una delle alleanze più significative della storia umana.
Mi auguro con tutto il cuore che la nostra alleanza continui a difendere i nostri valori condivisi con i nostri partner in Europa, nel Commonwealth e nel mondo, e che respingiamo con determinazione gli appelli sempre più insistenti a ripiegarci su noi stessi.
Signor Speaker,
Signor Vicepresidente,
illustri signore e signori,
le parole dell’America hanno peso e significato, come fin dall’indipendenza. Ma le azioni di questa grande nazione contano ancora di più. Il presidente Lincoln lo espresse molto bene nelle riflessioni del suo straordinario Discorso di Gettysburg: il mondo potrà prestare poca attenzione a ciò che diciamo, ma non dimenticherà mai ciò che facciamo.
E così rivolgo un appello agli Stati Uniti d’America, nel vostro 250° anniversario, affinchè i nostri due Paesi si dedichino nuovamente l’uno all’altro nel servizio disinteressato dei nostri popoli e di tutti i popoli del mondo.
Dio benedica gli Stati Uniti e Dio benedica il Regno Unito.